Agricoltura e ambiente. La violenta guerra contro la natura

Senza l’agricoltura, ovviamente, non potremmo vivere, ma un suino inquina come tre umani un bovino come dieci. Mentre avanzano i deserti e il clima peggiora, consumi di acqua e prodotti chimici contribuiscono al degrado ambientale. Occorre impegnarsi nella transizione verso una “terza agricoltura”, mettendo le accresciute conoscenze tecnico-scientifiche al servizio di una produzione di alimenti che soddisfi il fabbisogno umano con meno sprechi e con minore impatto sull’ambiente, recuperando il valore del lavoro in armonia con la natura. Del tema si parlerà tra conferenze alla Fondazione Micheletti di Brescia, ogni lunedì fino a febbraio.

Il riscaldamento globale si è aggiunto, aggravandole, alle violenze alla natura che da oltre mezzo secolo si rincorrono, provocate dall’arroganza dei comportamenti umani.
Il crescente uso di combustibili fossili necessari per spostare oggi 1500 milioni di autoveicoli, e per fabbricare innumerevoli merci da offrire a 7500 milioni di, più o meno poveri, avidi “consumatori”, la crescente produzione di cemento per una urbanizzazione selvaggia con crescenti domande di acqua e energia, provocano crescenti immissioni nell’atmosfera di gas come anidride carbonica e metano che modificano il potere assorbente della radiazione solare nell’atmosfera e ne trattengono all’interno crescenti quantità e per questo sono detti “gas serra”:.
Il riscaldamento globale altera la circolazione delle acque e provoca, in alcune zone della Terra, piogge improvvise e violente con conseguenti alluvioni e erosione del suolo e frane, e in altre zone siccità, incendi e avanzata dei deserti.

L’impatto dell’industria alimentare

Quando si parla di nocività e guasti ambientali la mente corre ai camini delle centrali e delle fabbriche, allo scappamento delle automobili, agli impianti di riscaldamento domestici, che funzionano bruciando i combustibili fossili, principali fonti dei gas serra, nonché alle fogne urbane, agli scarichi delle acque inquinate industrial.
Giustamente, ma qualche effetto ambientale negativo è provocato anche dall’agricoltura che è pure “cosa buona”, l’attività umana che assicura le merci più indispensabili e irrinunciabili, gli alimenti quotidiani, che funziona con i cicli naturali della vita.
Tutto comincia nei campi e nei pascoli: per assicurare il cibo ai 7500 milioni di terrestri è necessario aumentare la resa dei raccolti e ciò richiede la preparazione del suolo con interventi meccanici che, nei paesi industriali, sono alimentati da combustibili fossili e che alterano anche loro il bilancio della radiazione solare ricevuta e riflessa, e anche questo contribuisce al riscaldamento planetario in corso. Nei paesi industriale altra energia è richiesta dalla raccolta e dai trasporti, talvolta attraverso gli oceani, delle derrate agricole agli impianti di trasformazione.
Le colture agricole e i pascoli hanno bisogno di grandi quantità di acqua, che in parte viene dalle piogge e in parte deve essere apportata con sistemi di irrigazione. A livello globale si calcola che l’agricoltura assorba circa i due terzi dell’acqua usata complessivamente dalle attività antropiche. La quantità di acqua dipende dalle coltivazioni e dalla natura del terreno.
Le colture intensive impoveriscono il suolo delle sostanze nutritive che devono essere reintegrate con un crescente uso di concimi artificiali che possono essere prodotti usando combustibili fossili e che in parte sono assorbiti dalle piante e in parte trascinati dalle acque nei fiumi e nel mare. Le colture intensive sono esposte all’attacco di parassiti che vengono contrastati con agenti chimici spesso tossici e che lasciano residui nei prodotti agricoli e negli alimenti derivati, e che in parte finiscono nell’ambiente e alterano gli equilibri ecologici.

Allevamenti che inquinano

I prodotti agricoli più diffusi, come i cereali, forniscono cibi che contengono proteine povere di amminoacidi essenziali, quelli che l’organismo umano non è in grado di sintetizzare e che devono essere apportati con la dieta.
Da qui derivano i consumi della carne, le cui proteine sono più ricche di amminoacidi essenziali e che deriva dall’allevamento di bovini, suini, pollame, nutriti con vegetali e che sono fonte di escrementi inquinanti delle acque. I bovini sono inoltre fonti di flatulenze contenenti metano, uno dei gas serra, insieme alla decomposizione degli escrementi.
Si stima che un suino ha effetto sull’ambiente, come richiesta di risorse naturali e come effetto inquinante, come tre umani; un bovino è equivalente a dieci umani.
Il cibo che arriva sulla nostra tavola deriva infine da un lungo cammino che comincia dai campi e che, nelle sue varie fasi, richiede anch’esso acqua e energia e genera rifiuti.
Agli effetti ambientali dell’agricoltura è dedicata una serie di conferenze che si terranno presso la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia in collaborazione con l’ISDE, associazione dei medici per l’ambiente. Brescia, insieme con Mantova, è al centro di una zona con l’agricoltura e la zootecnia più avanzate, con una “popolazione” di suini e bovini che ha una richiesta di acqua e una produzione di rifiuti organici molte volte superiori a quelle dagli abitanti umani.

La transizione dalle tradizioni locali alla produzione di massa

Gli incontri sul tema: “Agricoltura, uso del territorio, impatto ambientale e salute”, si terranno tutti i lunedì (fino a febbraio 2019) nella sede della Fondazione di Via Cairoli 9, Brescia. Il primo di tali incontri si terrà lunedì 26 novembre alle ore 17,30 con la introduzione tenuta dallo storico Pier Paolo Poggio su tema: “Agricoltura e storia nel 900”.
Il Novecento ha visto l’inizio di una profonda trasformazione dell’agricoltura da attività prevalentemente contadina, con i suoi antichi ”saperi” anche nei paesi industriali, a agricoltura industriale; nei paesi industriali avviene per aumentare le rese e i profitti degli agricoltori; in quelli poveri sotto la spinta a produrre derrate da esportazione a scapito delle colture tradizionali locali.
Poggio ha descritto questa importante transizione e i suoi effetti ecologici e sociali nel libro “Le tre agricolture” (Milano, Jacabook, 2015) in cui è auspicata la transizione ad una “terza agricoltura” che metta le accresciute conoscenze tecnico-scientifiche al servizio di una produzione di alimenti che soddisfi il fabbisogno umano con meno sprechi e con minore impatto sull’ambiente, recuperando il valore del lavoro in armonia con la natura.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

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