Algoritmi e etica sociale

La crisi finanziaria e la crisi pandemica hanno mobilitato i pubblici poteri italiani ed europei, non così la crisi umanitaria e la crisi climatica, che incidono meno sul comportamento elettorale. Si punta molto sulla digitalizzazione, ma l’algoritmo non può diventare il signore della politica, ne va della democrazia. La meccanica della razionalità priva di finalità razionali ha trasformatoe il mondo vivente in un mondo ammalato.

Si è tornati a parlare di “riforma della pubblica amministrazione”, nel quadro del Recovery Plan. Non a caso, se guardiamo soprattutto al nostro paese: «La vecchia burocrazia ottocentesca fece l’Italia unita, quella giolittiana guidò lo Stato negli anni difficili del decollo capitalistico, quella del periodo fascista in qualche modo seppe governare l’economia nel tempo della grande crisi degli anni Trenta, quella del dopoguerra lavorò alla ricostruzione del paese. […] La scommessa – ora- è se avremo o no in tempi brevi una burocrazia moderna, adatta ai tempi veloci dell’informatica, in armonia con l’Europa, interprete consapevole dei grandi cambiamenti che si annunciano». Così scriveva Guido Melis nel 2015 (Burocrazia, Bologna, Il Mulino, p. 122).

Agli effetti di lungo periodo della crisi finanziaria del 2008 si sono aggiunti gli effetti economici della crisi pandemica. Quest’ultima ha colpito le possibilità di rapporto sociale diretto sulle quali si basano molti lavori nel nostro paese (dallo spettacolo al turismo, alla scuola e università) imponendo una svolta da lungo tempo meditata negli ambienti culturali e politici, ma sempre differita: la digitalizzazione del lavoro. Quest’ultima ha implicato una radicale modifica del vissuto lavorativo, una radicale modifica delle procedure lavorative, pur lasciando intatti i rapporti sociali di produzione.

C’è crisi e crisi

Parallelamente è stato ravvisato dagli studiosi (Sabino Cassese, Governare gli italiani, Bologna, Il Mulino, 2014; Leonida Tedoldi, Storia dello Stato italiano, Roma-Bari, Laterza, 2018) un processo di “ricentralizzazione” degli Stati rispetto all’ultimo trentennio del secolo XX segnato dal prevalere di istanze di decentramento e dal (presunto, almeno in parte) prevalere di istanze transnazionali sulle istanze meramente nazionali. Il nuovo processo risale al secondo decennio del XXI secolo e interessa tutti gli Stati europei e si presume essere stato innescato dalle situazioni di emergenza (crisi finanziaria del 2008; crisi pandemica del 2020) che hanno “premiato” le strutture tradizionalmente tarate sulla gestione delle emergenze: gli Stati nazionali e le strutture da essi create a integrazione delle funzioni che, causa la globalizzazione, non erano più in grado di svolgere. Naturalmente, c’è stata emergenza ed emergenza.

Se la crisi finanziaria e la crisi pandemica hanno mobilitato i pubblici poteri italiani ed europei, non è andata così, purtroppo, né per la crisi umanitaria (2015) e per la crisi climatica (la cui emergenza è meno spettacolare rispetto alle altre emergenze), entrambe prive di ripercussione decisa sul comportamento elettorale degli italiani e degli altri europei. Non va mai dimenticato, infatti, che il consenso è lo strumento primario per la costruzione di maggioranze governative, anche se soltanto di coalizione.

La digitalizzazione richiede una drastica riduzione della complessità

La riforma della pubblica amministrazione in chiave di digitalizzazione ha tutti i caratteri dell’urgenza. Sennonché il nostro diritto amministrativo e la sua complessa attuazione sono ricchi di sfumature e costituiscono procedure ricche di complessità, in parte retaggio di una storia più che centenaria, in parte effetto sistemico della stratificazione giuridica e, generalmente, normativa che caratterizza il nostro paese. La complessità si è vista quando si sono intrecciati gli effetti del decentramento amministrativo con le esigenze di centralizzazione nel governo della pandemia e con la inevitabile ricerca di consenso da parte dell’esecutivo.

La digitalizzazione richiede l’acquisizione delle procedure dell’intelligenza artificiale che riescono a essere rapide e funzionali soltanto con una drastica riduzione della complessità e con una tendenziale riduzione del ruolo della razionalità dialogica e persuasiva tipica del discorso politico e anche della sua attuazione amministrativa.

La (buona) politica ha bisogno di complessità

L’algoritmo è una “macchina esecutiva”, non aiuta minimamente a decidere; il problema della decisione è il problema della complessità, come ha rilevato, a suo tempo, Luigi Bobbio nel noto saggio La democrazia non abita a Gordio (Milano, Franco Angeli, 1997): «poiché non può esistere alcun parametro tecnico o oggettivo per decidere se una soluzione è migliore di un’altra, la scelta dipenderà in definitiva  dall’accordo fra i policy-makers, ossia tra tutti coloro che hanno qualche influenza o interesse sulla posta in gioco. Un criterio di giudizio interattivo o politico (ossia l’accordo) sostituisce quindi un criterio di tipo tecnico» (p. 33).

Una volta che si è deciso, l’esecuzione può essere affidata alle procedure algoritmiche a condizione che i tracciati giuridici per attuarle non siano d’ostacolo: ma questo non è il caso del nostro paese. Ne consegue che non si tratta di rendere l’algoritmo signore della politica, ma di farne un buon funzionario della politica.

Il buon uso dell’automa

Non va nascosto che il funzionario in questione è un automa e che il suo uso buono dipende dalle intenzioni buone di chi lo usa. Ma questa osservazione riguarda l’intera storia della tecnologia e del suo impatto sociale. In epoca relativamente recente si può, forse, citare un solo caso di impatto decisivo della tecnologia sui rapporti sociali: l’abolizione dello statuto giuridico di “schiavo” (ma non della schiavitù come forma massima dello sfruttamento) grazie alla produzione a mezzo macchine.

Max Horkheimer (a sinistra) con Theodor Adorno.

Fatalmente, si potrebbe dire, il nostro discorso è ricondotto alla questione dei valori. Non è inutile, forse, ripetere quello che scriveva nel 1947 Max Horkheimer: per la ragione strumentale (dominante nella società tecnologica) «nessun fine è ragionevole in sé, e non avrebbe senso cercar di stabilire quale, di due fini, sia più ragionevole dell’altro»; ma anche tenere presente quanto sosteneva Nietzsche, cioè che i fini (valori) non sono, ma sono posti secondo gli scopi di chi li pone.

Il rischio di finire in un inferno razionale

Ma, allora: i nostri fini che si leggono nelle carte delle organizzazioni internazionali e nella maggior parte delle carte costituzionali sono lo specchio della maggioranza fra noi? Non è così: quello che accade sotto i nostri occhi ci rivela una profonda contraddizione fra quello che dovrebbe essere (i fini delle nostre carte) e quello che è (a esempio: l’emergenza umanitaria del 2015, per limitarci a un solo, clamoroso, caso).

Materia per le perorazioni morali, certo. Ma quando le perorazioni morali diventeranno realtà sociale e politica? I processi educativi hanno fatto enormi progressi da noi, fin dal tempo della scuola media unificata. Possiamo dire che la nostra umanità sia moralmente migliore di quella degli anni Quaranta del secolo scorso? Possiamo affidarci completamente al funzionario-automa senza alcun timore di ritrovarci, noi e i nostri discendenti, in un inferno razionale? La meccanica della razionalità priva di finalità razionali ci ha portato a trasformare il mondo vivente in un mondo ammalato, il nostro mondo sociale in una polarità fra paradisi sociali sempre più ristretti e inferni sociali sempre più vasti.

Forse occorre ripartire dalla diagnosi di Horkheimer e dal nichilismo di Nietzsche per riscoprire le ragioni profonde dell’umanismo filosofico, tra Feuerbach, Marx e la Scuola di Francoforte, e il loro possibile, benefico influsso sulla crisi multiforme che attanaglia la nostra contemporaneità.

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