All’indomani del “giorno della terra”… Ma qualcuno se ne è accorto?

Storia e significato di una giornata “made in USA”

di Pierluigi Cavalchini

 

Un bel po’ di anni fa, esattamente il 22 aprile 1970, ci fu una prima delle prime “manifestazioni ambientaliste” della storia, almeno come le concepiamo (e le abbiamo vissute) noi. Abbigliamento casual, bottigliette d’acqua, un filo diretto tra movimento per la pace, i diritti civili e la salvaguardia dell’ambiente (appunto), lo sfondo di qualche guerra da contrastare… eccetera. Bene. Anche se può sembrare anacronistico parlarne è utile capire da dove siamo partiti o, comunque da dove è partito uno dei molti fili che – in qualche modo – ci stanno ancora guidando oggi, ed è stato un po’ questo lo spirito ispiratore dei promotori dell’Earth Day del 15 aprile. Sarebbe dovuta essere la giornata del 22, quella culminante ma si è preferito anticipare il tutto di una settimana.

Questo è successo, forse, anche per motivi organizzativi, di presenza di cantanti e invitati così come era successo in quella particolare giornata di quarantacinque anni fa d, in cui dieci mila persone si sono radunate davanti al Washington Monument ascoltando musica (tra gli altri Pete Seeger) e seguendo interventi, dai reduci del Vietnam ai contadini arrabbiati del Mid West fino alla rappresentanza dei messicani negli USA (ma anche professori universitari e membri del Congresso degli Stati Uniti).

Pochi giorni fa, a così tanti anni di distanza è stato celebrato un “giorno” simile, anzi un’intera settimana dedicata alla salvaguardia della Terra (con chiusura al 22 aprile). Anche se pochi in Italia se ne sono accorti si è trattato di una delle più grandi manifestazioni ambientaliste della storia con Kathleen Rogers, presidente dell’Earth Day Network, che ne ha confermato il grande successo, anche in considerazione dell’affievolito interesse per le tematiche ambientali che, in un modo o in un altro, è comunque ben percepibile negli States. “Abbiamo registrato più di un miliardo di partecipanti all’evento in ben 192 Nazioni”. In questo particolare conteggio, che tiene conto dei social network di youtube ecc. diventano ancor più importanti le circa 25.000 persone concentrate a Washington , tutte per ascoltare le musiche di Gwen Stefani e di Mary J. Blige (oltre a molti altri musicisti e cantanti famosi), e – soprattutto – per sentire direttamente le parole del Segretario Nazionale delle Nazioni Unite e dell’altro pezzo da novanta presente, il presidente della World Bank’s. Spesso, nel corso del pomeriggio del 15, come pure durante la serata è echeggiato il solito “refrain” , ben conosciuto anche qui da noi: “È ancora importante dedicare un giorno di riflessione alla Terra nel suo insieme”. La Rogers ritiene di sì. Se non altro per il “riepilogo” di informazioni che ha permesso. Infatti i tre interventi “governativi” ci hanno ricordato che…

Per quanto riguarda l’aria l’E.P.A. ci segnala che le sei principali emissioni di inquinanti dell’aria sono aumentate del 60 % dal 1980.

Per quanto riguarda le acque: solo circa un terzo delle acque dolci americane era idoneo per la balneazione e per la pesca prima dell’approvazione del Clean Act nel 1972. Oggi questa proporzione è decisamente aumentata e si avvicina ai due terzi complessivi. A.che se molto resta da fare,

Per ciò che attiene alla salute del “terreno”, invece, decine di miliardi di dollari sono stati spesi a partire dal 1980 sotto l’egida dell’“EPA superfund program” al fine specifico di ripulire i luoghi di deposito di rifiuti pericolosi e altre materiali a rischio (con una tendenza al rialzo continua in questi ultimi anni). Soldi pubblici a cui gli americani sono particolarmente sensibili e che spesso diventano materia di scontro in Congresso.

Anche per la “biodiversità”, secondo i rappresentanti dell’EPA, si sono fatti passi avanti e la situazione pare sostanzialmente migliorata. Qui le campagne di protezione ambientale del 1972 (con conseguenti limitazioni sul DDT e su altri elementi chimici mutageni o teratogeni) come pure le decine di altri provvedimenti legislativi ad hoc, hanno sortito il loro effetto.

Sempre in questa serie di comunicazioni ufficiali è risultato che vi è stata una maggiore salvaguardia delle specie in pericolo (specie a partire dal 1973 con l“Endangered Species Act”) a cui sono seguiti altri provvedimenti di tutela delle specificità americane e di difesa dai rischi sanitari presenti nei prodotti di importazione.

Ma gli organizzatori, in primis la Rogers, non stanno tranquilli e sanno benissimo che la sfida del “cambiamento climatico” va ben altro oltre qualche migliaio di persone riunite insieme.

 

Dal consenso al conflitto

 

Nonostante ciò che si pensa generalmente è stato relativamente facile, anche se con un forte costo, comprendere quali erano le principali motivazioni dell’inquinamento mondiale, almeno a partire dagli Anni Settanta. Negli Stati Uniti, poi, le questioni che hanno a che vedere con l’ambiente n hanno sempre avuto caratteri di forte concretezza rifiutando nel modo più netto una qualche coloritura partitica. A conferma di ciò è utile ricordare che fu l’allora Presidente Richard Nixon a permettere la costituzione dell’Environmental Protection Agency (EPA) di concerto con i rappresentanti democratici presenti al Congresso di allora (inizio anni Settanta).

Ancora oggi l’approccio americano alle politiche di protezione è chiaramente “bipartisan”, essendo ben consci – entrambi i partiti maggiori – di quali conseguenze sia portatore il cosiddetto “cambiamento climatico”, oppure un errato approccio nell’agricoltura, nella pesca, nel trattamento dei rifiuti, o più in generale nella politica economica di indirizzo. Proprio la scorsa settimana Lamar Smith dell’House Science Committee, ritenuto di fede “progressista”ha criticato duramente un’affermazione dell’attuale Presidente Barack Obama che senza problemi ha definito “niente più di una polvere fine” le emissioni di gas serra dispersi nell’atmosfera, ragionando sul fatto che eventuali forti limitazioni avrebbero danneggiato l’intera nazione americana e che, comunque, l’ambiente ne avrebbe tratto un beneficio molto discutibile.

 

Anche questa durezza con cui cominciano a essere trattate questioni non risolte come l’effetto serra o il ritmo di deforestazione, senza che nessuno intervenga seriamente o, anzi, con una colpevolizzazione di chi ragiona in termini critici, ha portato Paul Ehrlich della Stanford University a domandarsi se sia utile una prova di forza e di “preoccupazione” come quella dell’Earth Day… Il suo ragionamento è stringente: “Nella realtà mondializzata che stiamo vivendo, ormai, i cosiddetti “movimenti di difesa dell’ambiente” sono sostanzialmente in mano alle grandi industrie (il termine usato da Ehrlich è stato più netto “bought / comprati”) “ arrivando a dire, senza difficoltà, in un’intervista alla CBS “Purtroppo con una manifestazione come questa dovremo fermarci agli intenti, ai buoni propositi…riciclare, non sprecare, non aggiungere il nostro apporto a quello degli altri, con un intento più moralistico che effettivamente stringente”. E ancora “i cambiamenti che ci stanno pressando e che ci costringono a svolte radicali non si affrontano con un Earth Day qualunque”. Sempre in questa carrellata di big degli studi ambientali va a prendere la parola il prof. Lester Brown, famoso per i suo molti libri sulla “Situazione generale del pianeta” ininterrottamente presente nelle librerie di mezzo mondo da trentaquattro anni e per aver fondato il Earth Policy Institute, uno dei più accreditati centri – studi mondiali. Le sue sono parole meno pessimiste di quelle di Ehrlich ma sempre molto preoccupate: “È purtroppo risaputo che le associazioni ambientaliste, di difesa della salute o del territorio si mobilitano veramente sono in presenza di un’emergenza localizzata, mentre – invece – ci dovrebbe essere un approccio ben più complessivo”. Ma non si limita a questa constatazione, va ben oltre: “pare anche ormai chiaro che le associazioni tradizionali hanno esaurito un loro particolare ruolo che è oggi assunto da altre figure aggregative”. Queste, legate a Centri di Ricerca Universitari, a gruppi di tecnici o semplici operatori di settore , stanno portando nuova linfa ad una società occidentale in un empasse non facile da almeno un decennio.

 

È il mercato che condiziona il cambiamento

 

Di questa nuova stagione ne è una testimonianza tangibile la spinta che stanno avendo le energie davvero rinnovabili, proprio grazie alle dinamiche economiche. “Stiamo assistendo ad una completa revisione del sistema di produzione e distribuzione dell’energia, comunque e sempre guidata da logiche di mercato” concetto che in un certo modo riassune un’idea di Lester Brown che ha ben rappresentato nel suo recente libro: “The Great Transition: Shifting from Fossil Fuel to Solar and Wind Energy”.

Il consumo di petrolio e suoi derivati è stabile con lieve tendenza al rialzo, molto sostenuto (con aumenti continui dei prelievi) è il gas nelle varie forme (dal gas di città al metano al biogas), ma – nonostante ciò – si registra un continuo incremento di “solare” e “eolico” soprattutto in alcune parti del mondo. Sempre in alcuni Stati illuminati è già presente lo spostamento degli incentivi e delle facilitazioni dal settore petrolifero e del gas a tutto il comparto del “rinnovabile”. Tra l’altro, confida Brown al massimo dell’enfasi del suo intervento “non abbiamo nemmeno ancora capito in pieno cosa comporterà questo lento ma inesorabile passaggio dalle “fossili” alle “rinnovabili”. Che, poi, la presenza dell“economia forte” fosse un dato scontato lo conferma la promozione – insieme a nuove pompe di calore, a nuovi sistemi di compostaggio e a centinaia di altri aiuti in vista del cambiamento, viene presentata una nuova auto Toyota funzionante con celle ad idrogeno in grado di erogare quantità di energia pari ad un’auto da 100 CVh. Per la cronaca il nuovo veicolo presentato si chiama Toyota Mirai.

 

Quello che succede oltre oceano e che siamo riusciti a recuperare grazie ad una serie di testimoni presenti alla manifestazione di Washington ci riporta all’obsolescenza della proposta, purtroppo fatta propria dal Comune di Alessandria, riguardante il Teleriscaldamento, a firma dell’azienda EGEA. Su quel documento dovrebbe partire il bando di gara ma, con il consumo di metano che prevede, con lo scasso di più del cinquanta per cento delle strade cittadine con conseguente sollevamento di polveri e disagi vari, con il vincolo per i condomini di ben sessant’anni di impegno di utilizzo, ci auguriamo che venga fatta un’opportuna riflessione. Come ha detto Lester Brown, il “cambiamento è vicino e obbligato” ma con queste scelte c’è chi ci arriverà prima e chi molto dopo.

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