Capire (e praticare) l’economia ecologica

Una recensione a

Mario Salomone, Al verde! La sfida dell’economia ecologica, Roma, Carocci, 2014, pp. 158

di Francesco Ingravalle

 

Il volume si articola in sei capitoli: Economia vs ecologia?, Nascita dell’economia ecologica, Misure del benessere e della sostenibilità, Politiche per l’ambiente, Sistema economico e ambiente, La società verde, con una bibliografia e un Glossario.

L’economia è una scienza socio-ambientale e abbisogna dell’utilizzo di una pluralità di discipline se vuole essere all’altezza del compito che le è stato assegnato (per quanto non dalla maggioranza degli economisti) nel corso del Novecento: essere scienza del buon vivere (o felicità).

La situazione viene descritta in questi termini: in un decimillesimo della presenza umana sulla Terra è stato prodotto il 97% dell’intera ricchezza mondiale generata in due milioni e mezzo di anni. L’impatto ambientale è stato pesante, perché ogni progresso tecnologico è stato (ed è) la premessa di altri progressi “alimentando una spirale di feedback positivi” e la crescita è stata esponenziale. Il lavoro – che è stato la molla di questo sviluppo – è stato non soltanto lo strumento per garantire la semplice sussistenza umana e per assicurare la riproduzione della specie, ma anche per garantire la soddisfazione di bisogni non fondamentali, alcuni dei quali stimolati per tenere alto il livello di consumo, altri per permettere a taluni di occupare posizioni più elevate di quelle dei propri simili.

Potere e ricchezza distribuiti in modo disuguale

 

In conseguenza dello sviluppo dall’economia industriale all’economia finanziaria, potere e ricchezza si sono distribuiti in misura sempre più ineguale, al punto che è lecito parlare dello sviluppo capitalistico dell’ultimo secolo e mezzo come della “marcia trionfale della disuguaglianza sociale” su scala mondiale con la “globalizzazione”; internazionalizzazione dei commerci, sviluppo delle multinazionali, concentrazione delle imprese di alcuni settori strategici (industria automobilistica, energia, elettronica e applicazioni informatiche, grande distribuzione) nelle mani di pochi colossi, perdita di potere e di autonomia della politica, definitivo compimento della produzione di massa attraverso il controllo elettronico della produzione e l’automazione tramite i microprocessori, sviluppo del consumo di massa, delocalizzazione degli impianti produttivi (con conseguente precarizzazione e disoccupazione) nei paesi soggetti alla deindustrializzazione, emergere di nuovi attori sulla scena economica internazionale (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Gli uomini sono certamente più vicini, grazie allo sviluppo delle telecomunicazioni, ma non sono, per questo, più solidali o più “fratelli”. In questa situazione “la crescita economica, che, evidentemente non è possibile illimitatamente in un pianeta dalle risorse finite, è sostenuta, oltre che dal consumo insostenibile di natura, dal consumo di futuro, le cui risorse anche finanziarie vengono ipotecate per incrementare la crescita di oggi” (p. 24). L’impatto ambientale di questo modo di produrre la ricchezza è la perdita della biodiversità. Che è una perdita economica: alla fine degli anni Novanta dello scorso secolo è stato quantificato il valore dei servizi forniti dagli ecosistemi, basati sulla biodiversità, in una media di 33.000 miliardi di dollari annui (stime della fine degli anni Novanta del secolo scorso). L’impatto sul clima, l’esaurimento delle fonti energetiche ‘tradizionali’, l’esaurimento delle falde acquifere, la possibile scarsità di cibo e l’aumento dei prezzi delle derrate alimentari sui mercati internazionali hanno comportato sia l’accaparramento di cibo da parte dei paesi sviluppati ed emergenti, sia l’accaparramento di terre su larga scala ( a esempio il land grabbing di uno Stato popoloso come la Cina). È impossibile sostenere credibilmente, nonostante esistano posizioni negazionistiche, i termini effettivi dell’impatto negativo del modo di produzione e le sue conseguenze sociali su scala mondiale.

 

Forza distruttiva vs. senso del limite

 

Le teorie economiche oggi dominanti “non conoscono il concetto di limite, fisico e degli stessi esseri umani” (p. 31). Esse sono strettamente imparentate con quell’ansia di infinito che abbiamo imparato a conoscere dai famosi versi del Faust di Goethe e da certi aspetti della cultura romantica: quell’ansia di infinito che distrugge tutto quello che è finito. Negare i limiti della crescita equivale a preparare la distruzione della vita sulla terra: una crescita esponenziale a spese di un ambiente con possibilità limitate non può continuare per sempre. Questo è il principio sul quale si fonda l’economia ecologica. Soltanto nel 1989, tuttavia, nasce l’associazione internazionale degli eco-economisti (International Society for Ecological Economics, ISEE). Hermann Daly propone, negli anni Novanta del XX secolo, un’economia coerente con il pianeta sostenendo che sulla Terra è possibile uno sviluppo qualitativo, non una crescita quantitativa; è la fine degli anni Novanta quando Robert Costanza, cofondatore e primo presidente dell’Associazione Internazionale degli economisti ecologici, sviluppa il concetto di “servizi offerti dalla natura”, cioè i servizi forniti dall’ecosistema che, una volta quantificato, risulta essere molto più elevato dell’intero prodotto lordo globale (cfr. in particolare pp. 38-39). La conclusione alla quale si giunge è che il concetto di “crescita sostenibile” è intrinsecamente contraddittorio perché non fa i conti con la limitatezza delle risorse della terra.

 

Brundtland: una sostenibilità “debole”

 

La critica dell’economia politica a opera dell’economia ecologica ridefinisce importanti concetti etici, quali l’equità, il bene comune, la responsabilità verso le generazioni future, creando, così, le basi per una critica costruttiva dell’esistente su scala globale. Ma, al di là della nozione di “sviluppo sostenibile” contenuto nel cosiddetto “Rapporto Brundtland” (1987), che argomenta sulla base di un concetto “debole” di “sostenibilità” (in quanto esso non contiene riferimenti ai limiti della crescita economica), viene proposto un concetto “forte” di “sostenibilità” secondo il quale il “capitale naturale” va salvaguardato perché le risorse non rinnovabili non possono essere sostituite da prodotti artificiali e perché la natura e i servizi che essa offre non sono in alcun modo sostituibili.

 

Gli antesignani della critica a indici rozzamente quantitativi

 

Ma quali sono le misure del benessere in funzione del quale avviene, dichiaratamente lo sviluppo economico e quali sono le misure della sostenibilità? Può stupire che i primi tentativi di trovare scale di misurazione in merito al benessere (cioè alla felicità sociale) si debbano a due nomi, se non ignoti, almeno poco citati della filosofia e della sociologia del Novecento: l’austriaco Otto Neurath (1882-1945) e il tedesco naturalizzato italiano Robert Michels (1875-1936) il primo, in un gruppo di articoli degli anni Venti e Trenta (e alla fine, in Pianificazione internazionale per la libertà, èdito in traduzione italiana da Scholè nel 2010), il secondo in un volume del 1918 (Lavoro e felicità, Milano, Fratelli Bocca) hanno posto il problema di una misurazione sociale della felicità e dell’infelicità rifiutando le scale di valutazione basate sul denaro, oppure su indici rozzamente quantitativi. A partire dalla fine degli anni Sessanta del XX secolo (celebre una dichiarazione di Robert Kennedy del 1968) si sviluppa una critica del PIL come indicatore sintetico: la somma dei beni e dei servizi prodotti in una anno in un determinato paese, al lordo dell’ammortamento per gli investimenti comprende tutto, tranne “ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” (cit. a p. 53). Del resto lo notava anche un rapporto commissionato da Jacques Chirac: “Ogni distruzione, allorché genera dei flussi monetari […] è contabilizzata positivamente. Ogni attività non monetaria invece così vitale o essenziale per il legame sociale (compiti domestici, educazione dei ragazzi, cure benevole di persone anziane ecc.) è invisibile nei nostri conti.” (cit. a p. 53). Non diverse erano le obiezioni alla razionalità tecnologica quale razionalità totale sviluppate da Max Horkheimer nel 1947 (Eclipse of Reason). La diversità delle provenienze di questi pareri equivalenti ha grande rilievo: essa mostra che dalle più diverse angolature la stima del benessere in termini di PIL è discutibile.

 

Alternative al PIL

 

Ma che cosa sostituirle? Il quarto re del Bhutan ha inserito il concetto di Gross National Happiness nella costituzione e ha affidato il mandato di assicurare la felicità del paese alla Gross National Happiness Commission; e la Commissione ha delineato una nozione globale di felicità contenente riferimenti alla qualità della vita sociale, alla qualità ambientale, alla biodiversità. Hermann Daly e John B. Cobb hanno proposto, nel 1994, l’Index of Sustainable Economic Welfare (ISEW) che calcola vari fattori quali l’equità nella distribuzione del reddito, la crescita netta di capitale durevole, le misure di prevenzione della salute, il capitale umano, il livello di sicurezza pubblica e di servizi e detrae dal PIL fattori quali la perdita di risorse naturali, il danno ambientale, i costi della pubblicità, la desertificazione, la perdita di zone umide, il pendolarismo inutile. Un tentativo di applicare l’ISEW al nostro paese è stato fatto nel 1996 dal WWF e dalla Fondazione Enrico Mattei (con la Ricostruzione dell’Indice di Benessere economico Sostenibile), ma senza alcun esito sul piano della emanazione di leggi sulla “contabilità ambientale”. Sono, questi, soltanto alcuni degli esempi reperibili nel volume.

 

L’importanza delle politiche

 

Sul rapporto fra sottosistema economico e ambiente influiscono le politiche. Si può dire che in tutto il corso dell’età moderna sia stata presente un’attenzione istituzionale alle risorse ambientali e alla loro tutela, certo da commisurarsi con i paradigmi scientifici dominanti, epoca per epoca. I decreti napoleonici emanati da napoleone Bonaparte sulle fabbriche e i laboratori insalubri oppure nocivi rappresentano un ulteriore progresso, ma soltanto nella seconda metà del XX secolo lo sviluppo di una opinione pubblica ecologicamente orientata e di movimento politici ecologisti hanno stimolato le classi dirigenti a muovere qualche passo in direzione di una economia ecologica. Politiche fiscali selettive vòlte a colpire, a esempio, le emissioni inquinanti e quelle di gas a effetto serra sono state pensate e attuate a partire dagli anni Ottanta del XX secolo; un’agenzia di rating come “Oekom Research” di Monaco ha potuto sostenere, nel 2003, che “i paesi con più alte performance di sostenibilità hanno anche livelli più alti di affidabilità finanziaria” (p. 75).

Una politica ambientale coerente “non può essere lasciata in balìa dei meccanismi di mercato, di per sé imperfetto e strutturato in modo tale da favorire il profitto immediato e da accrescere disuguaglianze sociali e saccheggio della natura” (p. 81). Gli interventi che si richiedono in merito vedono nella spesa pubblica un fattore fondamentale. Ma questa esigenza implica il formarsi di una volontà politica con un chiaro orientamento, sia a livello nazionale, sia a livello europeo (per limitarsi alla considerazione del solo nostro continente). E questa formazione presuppone, a sua volta, la formazione di una opinione pubblica critica perché consapevole dei limiti dello sviluppo e delle alternative alle politiche economiche ora praticate. Giungiamo, dunque alla centralità della conoscenza e della formazione (sia scolastica, sia permanente). Tuttavia, il fronte che gestisce la disinformazione è vasto e potente: si va dalle lobby petrolifere, all’industria farmaceutica, all’agroalimentare OGM, alle aziende energetiche che puntano sul nucleare (cfr. pp. 87-88), tutte molto influenti sul mondo dei media tradizionali e, ancor più, nel mondo di Internet.

 

Economia e società “verdi”

 

Lo sviluppo di un’economia verde deve puntare a “dematerializzare l’economia e ridurre emissioni e rifiuti fino a tendere a zero” che è un modo per “riavvicinare l’economia alla natura, dove il rifiuto non esiste perché tutto torna in circolo.” (p. 92). Si impone, tuttavia, un cambiamento di paradigma: riconvertire l’economia in senso ecologico richiede un cambiamento di valori (p. 112), di stili di vita, di morale, di politica, un cambiamento analogo, per portata, al cambiamento avvenuto, con la rivoluzione del Neolitico e, in seguito, con la rivoluzione industriale. L’UNESCO ha definito la “società verde” – che sull’economia ecologica deve fondarsi – come una società “giusta, equa e inclusiva” e la si potrebbe definire come una “società della conoscenza” che ha, quindi, a proprio fondamento l’educazione.

La “società verde” si configura come “il frutto di un processo di invenzione sociale del futuro” che dovrebbe trasformare l’economia e la politica fondamentalmente attraverso la rete della conoscenza alternativa e la formazione di studiosi e di politici e di un’opinione pubblica in grado di supportare una simile “grande trasformazione”.

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