Carbone, diritto alla salute e ricerca sul campo: intervista ad Andrea Filippo Ravenda

Andrea Filippo Ravenda insegna Antropologia Pubblica e Antropologia Culturale all’Università di Torino. Nel 2011 è uscito il suo primo libro Alì fuori dalla legge. Migrazione biopolitica e stato di eccezione in Italia e nel 2018 Carbone. Inquinamento industriale, salute e politica a Brindisi. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui di diritto alla salute e della sua ricerca nell’area industriale di Brindisi.

Come definisce il diritto alla salute, e in che modo si lega con le questioni ambientali?

Il diritto alla salute è innanzitutto un diritto sancito dalla Costituzione italiana e da molte altre costituzioni nel mondo. Ciò che è importante sottolineare è che da un punto di vista antropologico, ma anche in linea con quelle che sono le considerazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, quando parliamo di salute non stiamo parlando soltanto del benessere fisiologico, ma stiamo parlando di uno stato molto più complesso caratterizzato da una dimensione psicologica, sociale, economica. Quindi parlare di diritto alla salute significa parlare anche di altri diritti, e questo lo rende un tema molto trasversale. Parlare di diritto alla salute significa parlare di diritto al lavoro, diritto alla casa, diritto alla felicità, e nello specifico del tema di cui stiamo parlando significa parlare anche di diritto a vivere in un ambiente quanto più possibile sano, o forse, detto in modo diverso, quanto meno contaminato da agenti di diversa natura. Inevitabilmente la salute del corpo è legata alla salute dell’ambiente, alla salute del pianeta in cui viviamo.

Ci racconta brevemente la sua ricerca nella zona di Brindisi?

La ricerca inizia tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 in un territorio che io conosco molto bene, perché sono nato e ho vissuto lì fino a 18 anni circa. È un territorio che storicamente, a partire dagli anni ’50-’60, è stato ed è caratterizzato da una forte presenza di un’industria che possiamo definire pesante, sia nei termini della classificazione dell’industria e sia rispetto e soprattutto alle emissioni, quindi parliamo di un polo petrolchimico, di tre centrali termoelettriche a carbone e di un’area che in rapporto a queste presenze è classificata come SIN, Sito di Interesse Nazionale ai fini delle bonifiche. È un’area che è considerata dagli organismi statali governativi italiani come a rischio ambientale. In quegli anni, ma già da prima, escono dei dati epidemiologici non troppo esaustivi, che però indicavano la frequenza maggiore di diffusione di patologie che plausibilmente possono essere connesse all’inquinamento industriale rispetto ad altre zone.

La copertina di Carbone, la monografia realizzata a partire dalla ricerca sul campo nell’area di Brindisi

“No al carbone”

Il mio interesse era legato all’Antropologia Medica, alla possibilità di esplorare questo rapporto causale non soltanto nei termini epidemiologici, che sono quelli che più sono oggetto anche del dibattito pubblico, ma nei termini sociali e nei termini culturali. In modo particolare tra il 2009 e il 2010 a Brindisi era nato e poi si sarebbe di lì a poco rafforzato un movimento per la giustizia ambientale che si chiama Movimento No al Carbone. L’interesse è nato dapprima come una forma complessa di attivismo, di ricerca militante, in quanto sono stato anche io parte del Movimento. Poi ho pensato che il Movimento dovesse diventare uno dei temi di interesse della ricerca, e quindi mi sono un po’ sganciato da queste persone, non in termini di amicizia ma in termini di ricerca, e ho iniziato a occuparmi principalmente del rapporto causale e dei modi in cui nello spazio pubblico questa indeterminatezza epidemiologica del rapporto causale è affrontata nei termini giudiziari, ancora una volta nei termini politici, nei termini sociali e così via. La ricerca è andata avanti per circa 7 anni.

Quali sono, più in dettaglio, gli aspetti socioculturali che ha analizzato, e cosa è emerso da questo contatto con il Movimento?

Riprendendo anche la prima domanda, rispetto al diritto alla salute, è bene chiarire che dal punto di vista antropologico la dimensione biologica è inscindibile da quella sociale e culturale. Tullio Seppilli, il fondatore dell’Antropologia Medica italiana, ricordava continuamente quanto fosse importante avere consapevolezza di questo rapporto, che non è solo di intersezione tra biologico e sociale, ma è una vera e propria imprescindibile co-produzione tra le due. Pertanto, la prospettiva antropologica ha questa necessità: capire come le determinanti biologiche più classiche di interesse dell’epidemiologia siano interconnesse e co-prodotte con dimensioni che potremmo definire di tipo storico-socioculturale. Nel pratico, andare a indagare quali sono stati i rapporti di forza a livello locale che hanno permesso la costruzione di un certo tipo di impianti, quali sono storicamente i legami dialogici e conflittuali che hanno caratterizzato l’attività di questi impianti, quali sono i contenziosi giudiziari e politico-scientifici che stabiliscono le soglie di emissioni, e forse, tema ancora più spinoso, quali sono i rapporti di intimità che si vengono a costruire tra la posizione industriale e la vita delle persone in carne e ossa che abitano questi territori: certamente le questioni di salute ma anche quelle del lavoro, quelle dell’occupazione, quelle della costruzione di reti familiari che ruotano intorno a questo tipo di lavoro. Quindi la ricerca antropologica va a indagare questi aspetti, che talvolta sono anche trascurati dal dibattito pubblico o dalla ricerca epidemiologica.

Difficile essere neutrali

Come ha fatto a scindere la parte attivista dalla parte di ricercatore anche e soprattutto nel rapporto con le persone che erano oggetto della Sua ricerca?

Non credo di averla mai scissa. Un tema come questo mi avrebbe riguardato a prescindere dal fatto che c’era la vicinanza di nascita geografica perché come dicevamo prima il tema della crisi ambientale, che è sì un tema globale ma è anche maledettamente locale e riguarda il rapporto con industria, traffico, strade e centri estrattivi e così via, è un rapporto rispetto al quale è difficile essere neutrali. Voglio citare ancora una volta Tullio Seppilli, che ci ricordava sempre come le scienze sociali non potessero di per sé essere neutrali. Ora, non essere neutrali non significa non mettere in campo un rigore metodologico di analisi. In questo senso uno degli aspetti di slegamento dalla dimensione partecipativa limitante è dato da un approccio riflessivo, cioè tener conto di come anche noi stessi ricercatori in ambito socio-antropologico non abbiamo la possibilità di un’oggettività dello sguardo, in quanto siamo sempre portatori di un nostro punto di vista, a prescindere che si tratti da un tema di ricerca a noi vicino o estremamente distante. Quindi in questo senso non mi sono preoccupato di scindere le due parti, ma ho cercato quanto più possibile di palesare il mio posizionamento, in un’ottica riflessiva, cioè avere rispetto al lettore, alla lettrice, allo studente, alla studentessa, una dimensione di sincerità.

Alla ricerca è seguito un follow-up? Che sviluppi ha avuto la situazione nella zona di Brindisi?

Questo è un altro tema classico della ricerca antropologica, il fatto che poi non si riesca mai definitivamente a staccare con le relazioni di campo. Ho seguito e continuo a seguire un po’ le vicende, che sono vicende complicate, che cambiano sia rispetto alle dinamiche locali che a quelle globali. Per esempio ci troviamo, ahimè, in un contesto di conflitto che già da un certo punto di vista è mondiale, e che tra i vari temi ha toccato anche quello dell’accesso alle fonti energetiche. Ad esempio una delle centrali che è stata oggetto del mio interesse, che è la centrale a carbone di Cerano, dopo che a lungo si è dibattuto della sua chiusura, poi della sua riconversione a gas, oggi è tornata oggetto di dibattito perché l’accesso al gas è diventato problematico, e quindi si ipotizza un ritorno al carbone. C’è stato poi anche un rapporto di restituzione della ricerca: uno degli attivisti del movimento No al Carbone, che ho seguito fin dalla sua fondazione, è oggi il sindaco della Città di Brindisi, e questo ha innescato una serie di relazioni che simbolicamente hanno trovato sostanza nella presentazione del libro nel comune di Brindisi con il sindaco, con alcuni dei protagonisti della ricerca, presenti sia come relatori sia tra il pubblico. In questo senso il setting della presentazione ha offerto anche un quadro su quel processo complicato che dalla nascita del movimento ha portato alle elezioni del sindaco attraverso una lista civica, perché molti sono stati anche i conflitti, le frizioni, le variazioni all’interno del movimento.

Scrive per noi

Chiara Pedrocchi
Laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena, si sta laureando in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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Laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena, si sta laureando in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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