“Costruire l’uguaglianza, liberare le differenze”, il nostro motto

Perché il mondo delle realtà educative ha a che fare con l’uguaglianza e la differenza, con la giustizia e con la libertà. L’azione educativa – specie quella che vuole promuovere “sostenibilità”, vero benessere e valori di solidarietà e di pace – è, o dovrebbe essere, un’azione emancipatrice e inclusiva, forza creatrice di una società “polifonica”. Proposte per una “educazione in transizione”.

Il tema dell’uguaglianza ritorna continuamente, almeno dal novembre 1753, quando l’Accademia di Digione lanciò un concorso sul tema: «Quelle est l’origine de l’inégalité parmi les hommes et si elle est autorisée par la loi naturelle?». La risposta venne da un testo rivoluzionario di Jean-Jacques Rousseau, il Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini.

La storia e le statistiche ci dicono che non solo l’uguaglianza resta un miraggio, ma che le disuguaglianze prosperano e per molti versi aumentano. Il discorso vale in prospettiva globale, se guardiamo alla maggior parte dei paesi del mondo, e anche per gli stati in cui vigono formalmente pari diritti (isonomia), libertà di associazione e di voto, libertà parola (isegoria) ma non c’è “isocrazia”, cioè uguale (isos) potere (kratos) fra i cittadini, per non parlare delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza,

Uguali e diversi

Di quest’ultimo e antico concetto si è occupato ad esempio qualche anno fa l’economista Nicolò Bellanca, associato di Economia applicata all’Università di Firenze (Isocrazia. Le istituzioni dell’eguaglianza, Castelvecchi, 2016). Bellanca definisce l’isocrazia come una “società polifonica”: la polifonia, spiega, esprime tanti suoni che, pur intrecciandosi, continuano a distinguersi, senza che s’imponga una voce dominante. In una società polifonica ogni soggetto esprime le proprie potenzialità.

Pier Giorgio Ardeni (ordinario di Economia politica a Bologna) e il filosofo bolognese Stefano Bonaga hanno aperto recentemente un dibattito sull’isocrazia (“il Manifesto”, 19 dicembre 2020) come espressione del fatto che «ugualmente tutti i cittadini dispongono a vario titolo di capacità e potenza di cittadinanza attiva variamente esercitata in termini di controllo, progettazione, tempo libero disponibile, autogestione, volontariato, capacità d’inchiesta, e via dicendo».

Non ci interessa qui entrare nel dibattito sull’isocrazia, certo utile in un’epoca in cui la democrazia sembra in crisi (se non a rischio di estinzione) per l’indebolimento dei cosiddetti corpi intermedi, la proliferazione di partiti personali e le difficoltà in cui versano i partiti tradizionali, la “mediatizzazione” e la leaderizzazione della politica, l’ampia diffusione di lavoro precario e dell’economia informale. Un’epoca in cui l’ideologia neoliberista dominante antepone profitto, mercato e individuo a qualunque tentativo di rendere meno ingiusta e diseguale la società, come hanno ricordato ancora recentemente alcuni studi (v. Giulio Moini, Neoliberismo, Mondadori, e Mauro Gallegati, Il mercato rende liberi, ed altre bugie del neoliberismo, Luiss University Press). D’altro canto, l’esaltazione della “meritocrazia” ha ribaltato il senso di un termine nato con un romanzo distopico dell’inglese Michael Young (L’avvento della meritocrazia, 1958) facendone la mistificante legittimazione di un sistema competitivo e diseguale.

Ci interessa vedere invece cosa c’entrano i processi educativi e, ovviamente, in particolare i processi educativo-ambientali, con il fatto che pur essendo tutti geneticamente uguali e diversi, insieme fratelli-sorelle e unici e irripetibili, siamo poi così concretamente divisi e diseguali.

Quale funzione dell’educazione?

Ci dicono le enciclopedie che compito dell’educazione è “favorire e orientare la crescita della persona verso l’autonomia, la responsabilità personale e la completa socializzazione”. Lo recitano i manuali di pedagogia, ci dice la Costituzione che «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3) e uno di questi ostacoli è la diseguaglianza di fronte all’educazione, fortemente condizionata dagli squilibri territoriali e dalle diseguaglianze socio-economiche.

Nella realtà, la scuola e l’università hanno spesso avuto piuttosto la funzione di riprodurre la cultura dominante, trasmettendone acriticamente contenuti e valori, di frammentarla in discipline a compartimenti stagni, di imporre una visione meccanicistica e riduzionistica della realtà, di marginalizzare i più deboli, di confermare stratificazioni e ruoli sociali. Lo denunciava ad esempio don Lorenzo Milani nel 1967 (Lettera a una professoressa) e la denuncia resta valida, in Italia e altrove.

Alla distorsione sociale si accompagna una distorsione culturale.

I sei “miti dell’educazione” da sfatare, che David Orr elencava in Earth in Mind (1994), sono ancora perniciosamente tra noi: 1. che l’ignoranza sia un problema risolvibile; 2. che il pianeta possa essere governato grazie alla conoscenza e alla tecnologia; 3. che la conoscenza stia crescendo e così la bontà umana; 4. che possiamo ricostruire quella unitarietà della conoscenza che abbiamo frammentato; 5. che lo scopo dell’educazione sia di assicurare la mobilità sociale e il successo; 6. che la nostra cultura rappresenti il culmine del successo umano.

Educazione sì, ma “ambientale”

Insomma, all’educazione va (ri)assegnato un compito fondamentale. Nel nostro statuto, lo statuto dell’ente del Terzo settore che cura una serie di strumenti educativo-ambientale (dai congressi mondiali alla Rete WEEC Italia, dalla rivista italiana di riferimento dell’educazione ambientale “.eco” a tutto un “sistema” di testate, siti web e social media) originariamente era previsto addirittura come motto ufficiale dell’organizzazione il compito di “Costruire l’uguaglianza, liberare le differenze”.

Ora lo statuto attuale ribadisce lo stesso concetto in modo più preciso come il «rafforzamento e la diffusione di una “cultura della sostenibilità” capace di rimuovere effettivamente i fattori profondi di degrado ambientale e insieme i fattori di diseguaglianza, permettendo, contemporaneamente, il libero dispiegarsi delle differenti personalità e aspirazioni di ciascuno».

Umanità e natura, ambiente e società, giustizia sociale e giustizia ambientale: una ecologia integrale tiene insieme tutto, cura della Terra come casa comune e cura delle relazioni, fratellanza/sorellanza tra gli umani e con la vita del pianeta.

Solo una educazione basata sull’ambiente è in grado di far comprendere l’interconnessione globale dei fenomeni, l’interdipendenza, la fitta e complessa trama delle reti della vita. Solo l’educazione basata sull’ambiente può tentare di risolvere la frattura tra cultura e natura e tra cultura umanistica e scientifica. Solo l’educazione basata sull’ambiente può tentare di rendere le persone cittadini attivi e consapevoli di un mondo in rapidissimo mutamento e di introdurle alle conoscenze, competenze e abilità indispensabili a governare noi stessi e i sistemi sociali lungo la strada tanto urgente quanto irta di ostacoli che dovrebbe portare a una alternativa ecologica rispetto a crisi climatica, degrado ambientale, estinzione di massa, violenza, conflitti, sfide globali come l’acqua, il cibo, l’energia e (come la pandemia ci ha insegnato) la salute.

La sostenibilità “in costruzione”

“Sostenibilità” vuol dire appunto questo: giustizia sociale e ambientale, tra loro strettamente connesse. Ma l’uguaglianza, che è il presupposto della giustizia, va costruita giorno per giorno, insieme a quella cittadinanza planetaria, a quella comunità planetaria di destino che manca. L’educazione la costruisce in tanti modi, consapevoli e inconsapevoli, espliciti, con attività educative intenzionali formali e non formali, e impliciti (si pensi, ad esempio, a quanti messaggi educativi o dis-educativi sono impliciti nei contesti in cui siamo immersi). Poiché nasciamo teoricamente uguali ma sostanzialmente diseguali, l’uguaglianza si costruisce dando uguali opportunità a tutti, donne e uomini, ricchi e poveri, bianchi e neri, abitanti delle ZTL e delle periferie, giovani e anziani, sani e malati, europei e non europei, anglofoni e non, bravi e meno bravi, intelligenti e meno intelligenti (ma cos’è poi l’intelligenza, se esistono intelligenze multiple e l’intelligenza è ovunque, anche in un bosco o in un totano), abili e diversamente abili.

La democrazia e la ri-politicizzazione della società partono da qui, da una azione pedagogica e di acculturazione e alfabetizzazione di massa che non è solo il basilare leggere-scrivere-far di conto e oggi la lingua inglese, non è studiare per il lavoro e per diventare “manutentori” del sistema vigente, ma creatori e inventori di futuro, trasformatori del sistema con sguardo lungi-mirante nello spazio e nel tempo. L’educazione, lo diceva ad esempio anche il fondatore del Club di Roma Aurelio Peccei, deve essere “anticipativa” e “partecipativa”.

L’educazione, quindi, deve fare i conti con le sfide contemporanee e lavorare a una utopia, che si chiami società verde o polifonica (o policroma).

Libertà andiamo cercando, ch’è sì cara

Se siamo e dobbiamo diventare davvero uguali, siamo però anche molti diversi e la diversità rende il mondo bello, ricco e vario. Lo stesso sistema che crea e conferma le diseguaglianze di sapere e di potere crea omologazione, globalizza insieme merci e costumi. La produzione e il consumo di massa, il martellamento dell’industria culturale e della pubblicità, il condizionamento delle mode, la pressione psicologica dei gruppi di pari, il modello degli “influencer”, la ricerca di beni “di posizione” (quelli che non hanno un valore in sé ma stabiliscono una collocazione su una scala di status) ci rendono (come scriveva Bauman) uno sciame inquieto alla perenne ricerca di una impossibile soddisfazione. Molte differenze (magari rispettate a parole) vengono di fatto umiliate, altre espressamente sanzionate, tante semplicemente ignorate e sprecate, con spreco di potenzialità creativa della società.

L’uguaglianza formale di fronte alla legge non significa automaticamente “libertà”. Ecco allora che le differenze devono essere “liberate”: scoperte, apprezzate, valorizzate, incoraggiate. La libertà è fatta di infinite sfumature, non è l’illusoria libertà di scelta del mercato, è la liberazione delle differenze perché ciascuno possa essere liberamente sé stesso e donare la ricchezza della sua differenza alla comunità.

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MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

MARIO SALOMONE

Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

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