De Masi: il PNRR distruggerà più posti di lavoro di quanti ne creerà

Nel numero di settembre di “.eco”, le criticità del PNRR analizzate dal sociologo De Masi. Tra queste, la preoccupazione che il piano di Draghi si traduca in una perdita di posti di lavoro maggiore di quelli creati. Ugo Leone chiede di parlare, più che di “resilienza”, di una “ricostruzione” di un paese tormentato a incendi e alluvioni e caratterizzato da gravi problemi sociali e ambientali. Per Fabrizio Bianchi è necessaria una “conversione” ecologica perché il PNRR porti davvero alla sostenibilità

[Competitività e digitalizzazione distruggeranno posti di lavoro, secondo Domenico De Masi – Nell’immagine di apertura, fotografia di Ehimetalor Akhere Unuabona, da Unsplash]

Secondo il sociologo del lavoro Domenico De Masi, non c’è dubbio che gli investimenti in alcuni settori, come la rivoluzione verde e la transizione ecologica, l’istruzione e la ricerca, le politiche per il lavoro e le infrastrutture per la mobilità creeranno occupazione.

«Ma c’è da chiedersi – scrive De Masi in una dettagliata analisi del PNRR in uscita sul numero di settembre della rivista “.eco” – quanti posti di lavoro saranno stati distrutti per sempre dalla digitalizzazione e dall’ammodernamento apportati dallo stesso PNRR».

Ben 41,7 miliardi, infatti, saranno investiti nella digitalizzazione e innovazione della Pubblica Amministrazione e di tutto il sistema produttivo; altri miliardi saranno investiti per digitalizzare e per rendere più competitivi il turismo, la cultura, l’agricoltura, le infrastrutture per una mobilità sostenibile, l’istruzione, la ricerca, le infrastrutture relative all’inclusione e alla coesione, la salute. Cosa significa – si chiede allora De Masi – “digitalizzare e rendere più competitivo” un settore «se non incrementarne la produttività e ridurne il fabbisogno di manodopera?», per cui, conclude, «per cui la somma dei posti di lavoro perduti sarà superiore alla somma di quelli creati». La soluzione? una riduzione progressiva dell’orario di lavoro, se si vuole salvare un tollerabile tasso di occupazione.

L’articolo di De Masi fa parte di un ampio dossier della rivista dedicato al PNRR (dopo quello di giugno dedicato alla transizione ecologica). Per Ugo Leone, si tratta di parlare, più che di “resilienza”, di “ricostruzione di un Paese con il più alto tasso di NEET e particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici e, in particolare, all’aumento delle ondate di calore e delle siccità̀. Afflitto, insomma, da gravi problemi sociali e ambientali.

E Fabrizio Bianchi critica l’inflazione dell’aggettivo sostenibile e del sostantivo sostenibilità. Per rendere davvero sostenibile il PNRR occorrerebbe puntare a una “conversione”: cioè a un cambiamento del sistema di conoscenze delle cause e degli effetti e del loro progredire, un processo di trasformazione antropologica indispensabile affinché la transizione vada nella direzione di nuovi equilibri ecosistemici, cioè sia davvero ecologica e sostenibile.

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