Dimissioni di Benedetto XVI

di Luciano Valle (Docente in Etica presso l’Università di Pavia, Direttore scientifico del Centro di Etica Ambientale di Bergamo)
Le dimissioni di Benedetto XVI: grandiosa potenza della fede (il ritirarsi in umiltà), ma anche impotenza della ragione se pur assistita dallo Spirito.
E, contestualmente, comprensione della necessità di un inedito  lucidissimo operare: sul grande disordine (la “sporcizia” varie volte richiamata da Benedetto XVI) che rischia di travolgere la Chiesa non si può più fare opera di cosmesi superficiale.

Parafrasando e ritraducendo Hölderlin: lì c’è il pericolo e solo portandolo alla luce, rendendolo tutto visibile si può chiamare la Chiesa, finalmente tutta la Chiesa “come popolo di Dio”, a quella mobilitazione totale che è l’unica risposta possibile.
Una mobilitazione totale: che coinvolge spirito e menti, singoli e strutture, alto e basso gerarchici.
Questo mi sembra in sintesi lo snodo di un tema che lega le motivazioni profonde della rinuncia di Benedetto XVI con le speranze per un nuovo Cammino.
Verrebbe da aggiungere: un abbandono che può essere pensato come la consapevolezza di un limite, del “non farcela” di un Progetto in un certo senso quasi neo-illuminista cristiano. Progetto di governare il “tumulto” di una struttura, che appartiene anche alla Città Terrena, con una sintesi neoagostiniana di ragione e fede, ragione e grazia.
Sintesi solitaria. Dove, infatti, la Chiesa, i suoi vertici, come un più compatto e dialetticamente fecondo “cervello sociale”,  a condividere la strategia di direzione, a tradurre i percorsi per l’operare in pensiero ed in azione?
La “sporcizia”, anche nella Chiesa, era ormai diventata tanta, troppa. Veniva da lontano: incrostazione su incrostazione.
Nonostante i ripetuti richiami al Rosmini delle “Cinque piaghe della Chiesa” fatti dal Concilio, la marginalizzazione di figure conciliari quali Helder Camara, Michele Pellegrino, Giacomo Lercaro stava a ricordare la fatica, la lentezza, le ambiguità del processo di rinnovamento. Dove la Chiesa dei poveri? Dove la Chiesa meta-politica? Dove la Chiesa di un nuovo, più organico ruolo dei laici? La difficoltà della Chiesa post-conciliare è poi palese sulla questione della “teologia della Creazione” (in linguaggio più mondano, “teologia ambientale”).
La Chiesa arriva tardi alla lettura di questi “segni dei tempi” che entrano in scena proprio negli anni del Concilio (nascita della “questione ambientale”: 1962, Rachel Carson, “Primavera silenziosa”). Il primo documento di un certo respiro data al 1987: Giovanni Paolo II, “Sollicitudo rei socialis”. Ma a partire da lì e fino alla “Caritas in veritate” è stato tutto un seguito di interventi, l’uno più “alto” dell’altro.
Che profonde, articolate e radicali riflessioni e piattaforme per orientare l’umanità – ma anche la stessa Chiesa – alla nuova rivoluzione copernicana che sollecitava i cattolici a non sporcare la terra, a non saccheggiarla, a rispettarla!
Dove tuttavia la ricezione e traduzione di questi assi tematici? Dove la sua testimonianza diretta che mostrasse al mondo i segni della “nuova alleanza” che bisognava costruire?
Era già avvenuto con le Encicliche Sociali. Livelli altissimi, in una “Mater et Magistra”, in una “Populorum Progressio”, in una “Caritas in veritate”. Ma dove, nelle pratiche ecclesiali, le zone di socializzazione fraterna (così rivoluzionarie, dai Vangeli a Sant’Ambrogio, da portare Dario Fo a trovarvi più radicalità che nella stessa tradizione marxiana), come applicazione  delle non negoziabili istanze evangeliche?
Un rispetto fraterno per la dignità dell’uomo, a partire dai “piccoli”. E per la dignità del Creato/natura con le tre forme di ecologia evocate da Benedetto XVI: ecologia dell’uomo, ecologia della natura, ecologia sociale. Come santuari di elaborazione e magistero, sintesi alta di quel percorso di “cambiamento radicale” auspicato da Benedetto XVI (E. Berselli) che però è rimasto ancora circoscritto, che non ha contaminato il corpo vivo della direzione della Chiesa.
Ora, le dimissioni di Papa Benedetto XVI mettono la Chiesa e noi tutti di fronte ad una inedita responsabilità: ripartire dallo spirito e dalla lettera delle grandiose encicliche (sorte a partire dai tempi del Concilio Vaticano II, dalla “Pacem in Terris” alla “Caritas in veritate”) per portare luce al cammino di un mondo smarrito, “senz’anima”, ma anche per rinnovare radicalmente il modo di pensare e di essere della Chiesa nel mondo, all’interno di quel cammino di “nuova sintesi umanistica” di cui oggi, come ricorda Benedetto XVI, si sente l’esigenza.

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