Dove mettere a dimora alberi, un punto interrogativo

(Nell’immagine di apertura: l’agribusiness è la principale causa di deforestazione, non solo in Brasile)

L’articolo di Ugo Leone (qui sotto) dal titolo “Dopo Glasgow, ricominciamo dagli alberi. Mille miliardi e boschi al posto di pascoli e campi di foraggio” ha aperto un dibattito. Alcune lettrici e lettori ci hanno scritto che (ad esempio, Caterina P.) «l’Italia è un paese di pastori» (ma anche di capannoni e inquinantissimi allevamenti industriali, aggiungiamo noi) e «gli allevamenti non intensivi sono da mantenere, curando il benessere degli animali e valorizzando i prodotti tipici e biologici, specialmente nel nostro Appennino» (Sabrina V.).

Naturalmente il nostro pubblico condivide spirito e obiettivi della proposta di Ugo Leone, ma evitando «il termine “pascoli”».

Agricoltura e deforestazione in Amazzonia.

Del resto, l’articolo è molto chiaro in proposito e, come si legge nell’articolo più sotto, da ridurre è «la superficie esuberante di spazio per produrre alimenti per gli animali di cui ci cibiamo in modo esuberante consumando non solo suolo agricolo, ma enormi quantità di acqua». «Perché – aggiunge – questa soluzione oltre che dare un parziale contributo ad immagazzinare anidride carbonica invece che disperderla in atmosfera, finalmente ridurrebbe nei giusti limiti il consumo (spreco in molti casi) di suolo agricolo per una malsana alimentazione». Amazzonia docet.

Per quanto riguarda gli Appennini, il pericolo non viene da Ugo Leone, che abbiamo interpellato: «L’Appennino mi è molto molto caro – ci risponde -. E proprio per questo se avesse qualche albero in più e se gliene avessero rubato di meno sarebbe più sicuro. Cioè meno esposto al dissesto idrogeologico: frane e smottamenti. E alluvioni che finiscono col coinvolgere la sottostante pianura».

Dopo Glasgow, ricominciamo dagli alberi. Mille miliardi e boschi al posto di pascoli e campi di foraggio

A distanza di 250 anni dalla Rivoluzione industriale, il “vecchio” carbone continua a dominare. Molti paesi non ci rinunciano (ma anche in Italia ci sono centrali a carbone) e così la COP26 di Glasgow ha inciso poco sul miglioramento delle sorti climatiche della Terra. Poiché, però, oltre a decarbonizzare, bisognerebbe anche restituire alla Terra almeno metà dei 2000 miliardi di alberi tagliati negli ultimi due secoli, potremmo trovargli spazio riducendo quello destinato a mangimi e ad allevamenti.

(Riprendiamo volentieri l’articolo del condirettore di “.eco” Ugo Leone uscito su “Striasciarossa”)

Come è finita a Glasgow? Dipende da come vogliamo vedere il bicchiere.

Mezzo pieno? mezzo vuoto? Proviamo a vedere che cosa lo riempie e che cosa lo svuota.

La linea separa due eventi. Il primo, nella parte piena, è soprattutto costituito dall’intesa tra Stati Uniti e Cina per la riduzione delle emissioni di metano concordando per «lavorare individualmente, insieme e con altri paesi nel prossimo decisivo decennio, in conformità con le diverse circostanze nazionali, per rafforzare e accelerare l’azione e la cooperazione sul clima».

L’altra parte del bicchiere sta nella delusione del segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres il quale, scoraggiato dall’andamento dei lavori che costringevano a modificare per tre volte la bozza di accordo, se ne è andato prima della fine; e sta nel dolore del presidente della Cop26 Alok Sharma “profondamente dispiaciuto” per il modo in cui i lavori sono andati avanti.

Che dire? Pessimisticamente si può riconoscere che entrambi gli eventi incidono poco sul miglioramento delle sorti climatiche della Terra.

India non può e non vuole rinunciare al carbone

Qualche punto fermo è necessario (e qualcuno è già stato sottolineato da Roberto Della Seta su Strisciarossa). Vale la pena cominciare dai problemi che tuttora sussistono. Primo fra tutti la decarbonizzazione.

L’India, coerentemente con quanto aveva dichiarato il premier Narendra Modi già all’inizio dei lavori, non ne vuole sapere di chiudere col carbone in tempi non lunghi. Più che “non ne vuol sapere” mi sembra più giusto dire che non può rapidamente abbandonare l’uso del carbone con il quale alimenta tante centrali che producono il 70 per cento dell’energia elettrica nell’intero Paese. Dando lavoro ad oltre 300.000 lavoratori.

Tuttavia, il carbone di cui l’India è il maggiore consumatore dopo la Cina, è il combustibile fossile più inquinante. È il “più”, ma non il solo: anche gli idrocarburi, petrolio e metano, danno un notevole contributo alla immissione di gas serra in atmosfera. E, ancora, l’India non è la sola grande consumatrice di carbone. Le fanno pericolosa compagnia, tra gli altri, la Cina, l’Australia e il Sudafrica.

Ma l’India è quella maggiormente coinvolta ed è questo Stato che ha inciso negativamente sulla conclusione della Cop26 ottenendo che l’intesa a Glasgow prevedesse che il carbone non si eliminasse gradualmente, ma si riducesse gradualmente. Quindi se ne ridurrà l’uso, ma lo si eliminerà fra una cinquantina d’anni. Almeno per quanto riguarda l’India. Per questo, ma certamente non solo per questo, l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature entro non più di un grado e mezzo appare per lo meno problematico.

“Ma almeno l’India e la Cina hanno accettato di fissare una data”

Tutti sono d’accordo sulla necessità di raggiungere questo obiettivo creandone le premesse entro il 2030, ma ancora troppi nel discuterne le modalità mettono avanti innanzitutto gli interessi economici degli Stati che rappresentano.

Perciò bisogna realisticamente chiedersi se può bastare a farci sperare in un miglioramento delle sorti della Terra l’osservazione che Paesi come Cina e India refrattari a farlo prima di Glasgow hanno ora accettato di fissare date e di sottoscriverle in un accordo ufficiale.

In Italia ci sono ancora centrali elettriche a carbone. Dovrebbero essere dismesse entro il 2025, ma non è detto e al posto del carbone bruceranno gas. Cinque sono gestite dall’Enel (La Spezia, Fusina, Torrevaldaliga, Brindisi e Portoscuso). Poi troviamo quelle di A2A e di Ep Produzione.

Non credo che basti. Come non credo che tutto si risolva decarbonizzando. Perciò mi sembra invece, più seriamente positivo l’impegno assunto soprattutto dai paesi del “primo mondo” più ricchi e inquinanti, di rivedere dal prossimo anno i propri tagli alle emissioni di anidride carbonica secondo la elementare logica che chi può permettersi di farlo deve agire subito riducendo le emissioni e aiutando chi da solo non ce la fa. Anche in considerazione della inoppugnabile realtà che questi sono anche i Paesi che per duecento anni hanno inquinato il pianeta a spese dell’umanità intera.

Mille miliardi alberi da ripiantare

Tra l’altro come ha scritto Stefano Mancuso (“Per gli alberi lo spazio c’è” su la Repubblica del 10 novembre) rintuzzando qualche critica alla proposta del G20 di Roma di piantare mille miliardi di alberi, negli ultimi due secoli abbiamo tagliato 2000 miliardi di alberi e “reintegrarne la metà non dovrebbe essere impossibile”. I duecento anni di cui stiamo parlando sono quelli che segnano la nascita e l’evoluzione della rivoluzione industriale che, tra l’altro, ha occupato spazio anche diboscando per costruire strade, ferrovie, industrie, città e dubito che un solo metro quadrato possa essere recuperato per piantarvi alberi.

Invece sono pienamente d’accordo su un’altra motivazione di Mancuso per trovare spazio da alberare. Ed è quando suggerisce che c’è lo spazio necessario per piantare mille miliardi di alberi e, addirittura, per cercarne e trovarne a sufficienza “basta” ridurre la superficie esuberante di spazio per produrre alimenti per gli animali di cui ci cibiamo in modo esuberante consumando non solo suolo agricolo, ma enormi quantità di acqua.

Boschi al posto di pascoli e campi di foraggio

Per queste motivazioni personalmente non solo ho nulla da ridire, ma ho motivi di compiacimento. Perché questa soluzione oltre che dare un parziale contributo ad immagazzinare anidride carbonica invece che disperderla in atmosfera, finalmente ridurrebbe nei giusti limiti il consumo (spreco in molti casi) di suolo agricolo per una malsana alimentazione.

Dunque: 1000 miliardi di alberi? Ben vengano. E prima crescono meglio è. E piantiamola qui, mi verrebbe voglia di dire…

Ma fermo deve essere anche un altro punto: tanti alberi in più e in aggiunta a quelli che si salveranno bloccando la deforestazione, saranno poca cosa se nel frattempo, cioè contemporaneamente, non si provvederà ad aiutare la loro funzione dandogli sempre meno CO2 da assorbire.

Meno gas serra, e i nostri discendenti avranno meno sofferenze

Questo potrà avvenire solo con rigorose politiche di drastica riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera. E in questo quegli stessi Paesi pronti a piantare alberi sono in evidente disaccordo come negli ultimissimi mesi è stato dimostrato dagli incontri di Napoli, Milano, Roma e Glasgow.

Sì, anche Glasgow dove la conclusione della Cop26 non ha certamente consentito di guardare con realistica fiducia al domani. Un domani che comincia da ieri, ma che, come consuetudine di questi incontri, rimanda di un altro anno la possibilità di assumere decisioni capaci di dimostrare che il contenimento dell’incremento delle temperature non è il frutto di un bla bla bla ma di azioni ben individuate nei modi e nei tempi.

Allora se ne parlerà alla Cop27: fra un anno a Sharm el-Sheikh tra un bagno di mare ed una presa di sole. Di sicuro non nevicherà.

E se veramente si riuscisse a trovare la via, i mezzi, gli accordi giusti per risolvere tutto entro il 2030?

Se questo dovesse avvenire vivremmo un paradosso. Il paradosso è che potremmo dare ai nostri nipoti, pronipoti e generazioni future una Terra migliore. Non di quella che ci hanno dato in prestito, ma di quella nella quale viviamo oggi. Allora se tutto ciò si dovesse realizzare entro il 2030 per raccogliere i frutti nei decenni successivi le maggiori sofferenze saranno le nostre più che quelle dei nostri figli e nipoti.

Giusto così: le colpe dei padri non devono cadere sui figli.

Scrive per noi

UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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