Economia di pace o economia di guerra?

Scenari post-conflitto: l’aggressione russa all’Ucraina e la compatta reazione dell’Unione europea e degli Usa può prefigurare l’inizio di una nuova guerra fredda tra due blocchi: quello euro-statunitense e uno russo-cinese. A danno dell’ambiente e dei paesi del sud del mondo. Salvo che una “economia di guerra” diventi il primo passo verso una riforma delle istituzioni di Welfare in Europa (direttamente interessata dai flussi migratori). Talora, soltanto le situazioni di eccezione o emergenziali fanno riscoprire la solidarietà sociale che gli orientamenti meramente produttivistici concorrono a mettere in ombra.

La guerra attualmente in corso fra Ucraina e Federazione Russa ha evidenziato l’esistenza, sotto il profilo finanziario, militare, diplomatico, di una unità “euro-statunitense”, il segno più evidente dell’esito della Seconda guerra mondiale e dell’esito della “Guerra fredda”, un segno che ha accompagnato l’intero processo della costruzione europea. Attualmente, in Europa, sono attive circa 284 basi militari della Nato (di cui 111 circa in Italia): un blocco militare unitario che rivela la propria compattezza in certi momenti di crisi internazionale. Certamente l’ha rivelata nel caso della guerra tra Ucraina e Federazione Russa iniziata oltre un mese fa.

Lo schieramento compatto a favore delle sanzioni contro la Federazione Russa è stato un fenomeno indubbiamente rilevante che non ha precedenti, per compattezza ed estensione, almeno dopo il 1945. Questa compattezza è importante soprattutto considerando che il 40 % circa delle importazioni di gas dell’Unione Europea viene proprio dalla Federazione Russa e che le reazioni russe alle sanzioni saranno indubbiamente pesanti da sostenere per l’Unione Europea, pur con le attività si stoccaggio che permetteranno una certa autonomia nel corso del consolidamento di altre fonti di approvvigionamento.

Ritorna il tema della difesa europea

Consideriamo, inoltre, un dato storico importante: le promesse occidentali a Gorbacev, quando l’area egemonica russo-sovietica è collassata, erano concentrate sull’espresso rifiuto di un ampliamento dell’area egemonica della Nato verso est; promesse smentite, poi, dall’avanzamento dell’area egemonica Nato verso Est. Una smentita che, in un lasso di tempo ampio, ha contribuito a risvegliare le – uguali e contrarie – intenzioni egemoniche del Cremlino.

In questo quadro complesso, è indubbio che la guerra attuale abbia conferito maggiore compattezza a entrambi i contendenti. I contendenti non sono, infatti, semplicemente Ucraina e Russia, ma “Euro-Usa” a sostegno dell’Ucraina e Federazione Russa contro la possibile “occidentalizzazione” dell’Ucraina.

In Europa si è tornati, a parlare di “difesa europea”, un tema che, seriamente, non era stato più portato sul proscenio della politica estera dal 1952-1954, dai tempi della Comunità europea di difesa. Si ricorderanno le ragioni del fallimento della Ced: lo scarso interesse statunitense a un progetto di difesa comune europea, nel momento in cui era stata consolidata la ricostruzione, in funzione antisovietica, della Germania “occidentale”. Non a caso, il 30 agosto 1954, l’Assemblea nazionale francese si sentì libera di bocciare la Ced anche se dovette piegarsi alla “riesumazione” del Trattato di Bruxelles, concepito, inizialmente, come mutua difesa di Francia, Belgio, Gran Bretagna, Lussemburgo e Paesi Bassi (17 marzo 1948), un trattato che istituiva il Consiglio dell’Unione dell’Europa occidentale. A questo trattato fu aggiunto un protocollo che stabiliva l’adesione di Germania e Italia all’Unione dell’Europa occidentale (richiamata in vita negli anni Ottanta).

La tutela militare antisovietica, così, era completa. Nei fatti, la forza militare preponderante, nell’Europa Occidentale era, allora come oggi, quella statunitense. Non sussistevano motivi, per gli Usa, di appoggiare la formazione di un “esercito europeo”, essendo più che sufficienti le forze dei singoli paesi coordinate dalla Nato nell’Unione dell’Europa occidentale.

I rischi dell’amicizia russo-cinese

Oggi le cose stanno diversamente. La novità colpisce l’osservatore che ha constatato l’impotenza dell’Unione europea di fronte alla crisi jugoslava (1991-2001), la divisione europea al tempo della guerra in Iraq (2003). Un simile osservatore, sufficientemente informato, sa bene che i Trattati di Lisbona normano la politica estera dell’Unione Europea sul piano del diritto internazionale, ma sa anche che strumento decisivo per lo sviluppo di una politica estera in senso proprio, “classico”, come si usa dire, è un esercito, è un arsenale militare. Un esercito europeo, un arsenale militare europeo, non esistono. Più volte si è autorevolmente osservato che la cittadinanza europea non è affatto propensa ad ampliare il bilancio dell’Unione con spese militari, considerato che i nove decimi degli Stati-membri paga non poco per fare parte della Nato (anche se le basi Nato e Usa creano, nei luoghi che le ospitano, un indotto non certo irrilevante per l’economia dei diversi territori interessati).

Come si può osservare sulla base di quanto ha affermato, nel 2004, il geopolitico Carlo Jean, proprio l’appartenenza dei nove decimi degli Stati-membri dell’Unione Europea alla Nato è all’origine dell’inesistenza di un “esercito europeo”; ma ora l’Unione Europea è compatta nella politica delle sanzioni contro la Federazione Russa e il suo tentativo di strappare l’Ucraina all’area egemonica europea. Una Unione Europea, a questo punto, a guida statunitense, pienamente consapevole, forse, di un rischio oggettivo che va ben al di là del problema dell’Ucraina: il rischio del consolidamento operativo, in prospettiva, dell’amicizia russo-cinese e della creazione di un’area geoeconomica che arriverebbe a comprendere, più o meno direttamente, anche l’attuale Asean (“Associazione della Nazioni del Sud-Est Asiatico”, area di libero scambio di cui la Cina, tra gli altri, è partner di non indifferente peso). In prospettiva, dunque, si avrebbe un’area geoeconomica “euro-statunitense” contro un’area geoeconomica “russo-cinese” comprendente anche il Sud-Est asiatico). Una situazione di tensione “Ovest-Est”.

Una nuova “guerra fredda” tra capitalismi?

Una prospettiva inquietante? Sì e no.

Vediamo i perché.

Come ha recentemente osservato Donald Sassoon, la Federazione Russa non è stata coinvolta per tempo nel movimento generale di globalizzazione, approfittando del tracollo del sistema di capitalismo di Stato avvenuto tra il 1989 e il 1991, prima che si sviluppasse il sistema oligopolistico attualmente in vigore nella Federazione Russa (meglio noto, oggi, come “sistema degli oligarchi”). Questo deficit di globalizzazione ha facilitato la ri-nazionalizzazione degli interessi economici russi secondo linee geoeconomiche analoghe, al netto di giustificazioni ideologiche, a quelle della Russia sovietica.

In questo modo si va riproponendo una situazione analoga a quella del tempo della “guerra fredda”. Una nuova “guerra fredda”, ma “deideologizzata” e, come ogni guerra, intrinsecamente politica.  Un esito, questo, che segna l’arresto di ogni forma di integrazione funzionale e settoriale globale, vale a dire di ogni forma di integrazione in grado di spegnere spinte polemogene in Asia. Tuttavia, la linea di tendenza fin qui descritta potrebbe tendere a compattare, forse, due blocchi diplomatici e non solo geoeconomici continentali: un blocco “euro-statunitense” e un blocco che abbraccia la Russia, il Sud-Est asiatico (si noti che né la Cina, né l’India si sono associate alle sanzioni antirusse).

Se la prospettiva qui delineata corrispondesse alla realtà, potrebbero svilupparsi le basi per un nuovo equilibrio analogo, geoeconomicamente (ma non soltanto geoceconomicamente) all’equilibrio della “Guerra fredda”. Una guerra fredda “deideologicizzata”, o, meglio, “monoideologica”, perché avremmo capitalismi contro capitalismi. E il capitalismo, occorre ricordare, è sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, se non è corretto da sistemi vigorosi di Welfare e, di per sé, è una modalità di organizzazione della vita sociale intrinsecamente polemogena e molto pericolosa per l’ambiente se svincolata da concrete politiche di sostenibilità.

Crisi climatica e sud del mondo

Sia i problemi della crisi climatica (prodotti dallo sviluppo capitalistico), sia i problemi del “Sud del mondo” con i grandi flussi migratori (parimenti prodotti dalle politiche ispirate dall’economia capitalistica, che non sono cessati e non è prevedibile che cessino nel medio termine), tuttavia, rimarrebbero ben presenti in tutta la loro gravità.

La “globalizzazione dall’alto” ha sempre trascurato questi problemi o li ha affrontati per “eterogenesi dei fini”, vale a dire, con finalità diverse dagli obiettivi solidaristici.

I flussi migratori dal Mediterraneo, dal Vicino Oriente e dall’Afghanistan vanno ad aggiungersi al flusso migratorio provocato dalla crisi russo-ucraina e vanno a mettere in tensione il blocco “euro-statunitense” proprio nel momento in cui lo sforzo richiesto dalle sanzioni aggiornano pesantemente le agende delle spese pubbliche.

Da questa situazione complessiva potrebbe derivare una sorta di “economia di guerra” a proposito della quale Otto Neurath, negli anni Dieci del XX secolo, affermava che essa può egualmente funzionare come economia di pace a condizione che il pubblico potere che si trova a gestirla sia controllato dal basso verso una “pianificazione economica volta a liberare ogni essere umano dalla morsa del bisogno”, morsa particolarmente forte nelle situazioni di “eccezione” come quelle che potrebbero interessare un numero crescente di rifugiati in Occidente.

Se così fosse, una “economia di guerra” sarebbe il primo passo verso una riforma delle istituzioni di Welfare in Europa (direttamente interessata dai flussi migratori). Talora, soltanto le situazioni di eccezione o emergenziali fanno riscoprire la solidarietà sociale che gli orientamenti meramente produttivistici concorrono a mettere in ombra.

 

Rifermenti bibliografici

Ferraris, Gian Franco, Donald Sassoon : “L’Occidente ha commesso un gigantesco errore, a partire dall’avanzata della NATO. Di fatto abbiamo costretto la Russia ad allinearsi con la Cina”, Intervista di Letizia Tortello in “La Stampa”, in nuovatlantide.org/donald-sassoon-loccidente-ha-commesso….

Klein, Noemi, Il mondo in fiamme, tr. it. Milano, Feltrinelli, 2019.

La risposta dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina in https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-response-ukraine

Mitrany, David, Le basi pratiche per la pace, a cura di Stefano Parodi, Firenze, C.E.T., 2013.

Neurath, Otto, Die Kriegswirtschaft als Sonderdisziplin, in “Weltwirtschaftliches Archiv”, 1, 1, 1913.

Neurath, Otto, L’utopia realmente possibile, a cura di Tiziana C. Carena e Francesco Ingravalle, Milano, Mimesis, 2016.

Olivi, Bino, L’Europa difficile. Storia politica dell’integrazione europea 1948-2000, Bologna, Il Mulino, 2000, pp. 21-45.

Poettiger, Monika, Otto Neurath’s War Economics in researchgate.net/publication/269517957_Otto_Neurath’s_War_Economics

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