Educazione, infosfera, cultura di massa e natura: la seconda giornata di Nature in Mind vede una quarta sessione volta a costruire un dialogo interdisciplinare tra gli esperti di letteratura, scienze ecologiche e cinema ambientale

Leggi qui la cronaca della prima giornata

Si parla tanto dell’educazione come mezzo fondamentale per combattere i cambiamenti climatici, di un’educazione che passa attraverso un complesso sistema di informazioni (cioè l’infosfera che racchiude l’educazione formale e informale) per raggiungere i giovani. Tuttavia, questo sistema nasce in una realtà dominata dalla cultura di massa che inevitabilmente produce spesso dei messaggi non coerenti contaminati dalle fake news. Come ovviare a questo problema?

Raccontare la biodiversità ai tempi della guerra

Il ragionamento comincia con Serenella Iovino, professoressa di Italian Studies and Environmental Humanities presso la University of North Carolina at Chapel Hill, ed una delle massime esponenti delle scienze umane per l’ambiente e dell’ecocritica. Il suo intervento comincia con una poesia di Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, scritta nel 1939:

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?
(frammento della poesia “A coloro che verranno”)

Il poeta ci parla di tempi oscuri, di tempi in cui parlare di alberi era considerato un delitto, perché in tempi di guerra bisogna parlare degli esseri umani e delle loro vittime. Eppure, Brecht non aveva pensato che la guerra ha una sua ecologia e che parlare di alberi diventa dunque una necessità. Anche adesso siamo in tempo di guerra; una guerra che ci insegna a parlare di risorse, di giustizia ambientale, di questioni legate ai confini e all’inquinamento. È proprio la guerra ad imporci di parlare di alberi e delle interconnessioni tra le vite umane e non umane. Invece noi, anziché concentrarci su questi legami e condividere i luoghi con i non umani, poniamo confini (in questo articolo parliamo della necessità di disfare i confini tra umani e non umani).

Iovino ci porta a riflettere sulla parola oikos (che in greco antico indica la famiglia o la casa), e ci invita dunque a riflettere sulla dimora che condividiamo con le specie che ci hanno dato la possibilità di considerarci esseri umani. Questo conflitto in Ucraina ci ha messo davanti a delle immagini che ci hanno portato a comprendere come gli esseri umani siano inseparabili dalle proprie specie compagne. Grazie a queste immagini, ci rendiamo conto che la guerra innesca preoccupazioni che sono condivise con i compagni non umani, e che queste famiglie multispecie si muovono insieme, e dunque non possono più essere separate.

Raccontare la biodiversità nell’Antropocene

La grande sfida che ci viene imposta dall’Antropocene è proprio quella di trovare un codice per umanizzare queste convivenze multispecie. Qui entra in gioco la letteratura, perché è proprio lei ad avere questo potere. Si pensi al tema della sesta estinzione di massa: come può essere raccontato questo fenomeno attraverso la poesia e la letteratura? Grazie alla letteratura è possibile ricondurre il discorso dell’estinzione da statistica a volto. Una poesia esemplificativa è quella dello scienziato David Quammen, “The Song of the Dodo”, dedicata all’estinzione del dodo:

Il raphus cucullatus era diventato raro fino alla morte. Ma questo singolo individuo, in carne e ossa, era ancora vivo. Immaginala, dell’età di 30-35 anni, un’età avanzata per la maggior parte degli uccelli, ma non impossibile per un membro di questa specie di così grandi dimensioni corporee. Non correva più, camminava a fatica, ultimamente stava diventando cieca, il suo apparato digerente era lento. Nel buio di un primo mattino del 1667, mettiamo durante un acquazzone, si riparò dietro una pietra fredda alla base di una delle scogliere del Black River. Si appoggiò la testa lungo il corpo, gonfiò le piume per riscaldarsi e girò gli occhi in uno sguardo di paziente infelicità. Aspettava; lei non lo sapeva, nessuno lo sapeva, ma era l’unico dodo rimasto sulla Terra. Quando la pioggia passò, i suoi occhi rimasero chiusi per sempre (traduzione di Serenella Iovino).

Quante statistiche riescono a darci l’idea di questa materia viva che si estingue? Quanta consapevolezza ci viene dalla lettura di questo racconto? I numeri e le statistiche devono ovviamente continuare ad essere coltivati, ma è necessario che dialoghino con una disciplina che ci dia la possibilità di “vedere” realmente l’estinzione.

Foreste e cambiamento climatico

I numeri, o più in generale le scienze dure, per l’appunto, sono necessarie. Gianluca Piovesan, professore del Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche (DEB) dell’Università della Tuscia, ci ha parlato di foreste e cambiamenti climatici, ricordandoci anche che le trasformazioni delle foreste sono strettamente legate al contesto socioeconomico, quindi all’impatto antropico, piuttosto che all’alternarsi delle fasi climatiche. Infatti, se non ci fosse stata la presenza dell’essere umano, ad oggi l’Italia sarebbe ricoperta di foreste.

Le foreste sono parte della soluzione della transizione ecologica. Infatti, gli ecosistemi forestali sono soggetti in grado di mitigare l’impatto del cambiamento climatico e quindi sono tema fondamentale che ha caratterizzato gli ultimi decenni della ricerca nelle scienze naturali e ambientali. Allo stesso tempo, però, il clima condiziona e determina l’evoluzione dell’ambiente. Ricerche scientifiche dimostrano che se dessimo il tempo necessario agli alberi per crescere, supererebbero i 2000 anni di età. Questo perché l’evoluzione ha bisogno del proprio tempo, e se glielo togliamo, eliminiamo le basi della biodiversità. Gli alberi ragionano in millenni, mentre noi ci muoviamo molto più veloci, non dando loro la possibilità di andare al proprio passo. Questo è senz’altro un problema: infatti, se gli alberi crescono più velocemente muoiono prima, proprio perché per vivere a lungo hanno bisogno di andare più lentamente.

Per fortuna, le foreste vetuste – cioè gli ecosistemi ad elevata diversità biologica – hanno una grandissima capacità di rispondere. Infatti, studi hanno dimostrato che questi ecosistemi forestali sono resistenti e resilienti alle variazioni climatiche grazie alla loro capacità di acclimatazione e che sono quindi in grado di smorzare le grandi ondate di calore garantendo un accumulo di carbonio. La loro resilienza ci sta anche dando più tempo per agire: crescendo rimuovono CO2 dall’atmosfera, ed è per questo motivo che non devono essere toccate ma, al contrario, conservate. Basti pensare che la rete delle faggete vetuste d’Europa sono state riconosciute come patrimonio naturale dell’Unesco.

Territorio del Parco Nazionale delle Foreste casentinesi: La Giogana faggete vetuste Patrimonio UNESCO (foto presa da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giogana.jpg)

Percezione e significati

Il paesaggio è spesso concepito come elemento della nostra cultura, come il patrimonio di una memoria che si fonde nell’ambiente. L’intervento di Stefano Amore, magistrato assistente presso la corte Costituzionale, vede la tutela e la conservazione del paesaggio non solo come un’opportunità conservativa, ma come un qualcosa che possa cogliere le dinamiche e le possibilità dell’evoluzione.
Gli alberi sono testimoni della nostra realtà attuale, e connettono verità e ambiente sotto vari profili: ne sono un chiaro esempio gli alberi dei Giusti. Il primo Giardino dei Giusti nasce a Gerusalemme nel 1962 ed è dedicato ai Giusti tra le nazioni, cioè alle persone non ebree che durante l’Olocausto aiutarono gli ebrei perseguitati dai nazisti.
Che significato può avere legare il nome di un Giusto ad un albero? Amore lo vede come un tentativo di cambiare un metodo epistemologico: normalmente noi portiamo i nostri significati, attribuiamo un valore antropocentrico a ciò che ci circonda, permettendo anche una variazione di quelli che sono i tempi della storia. Ma se eliminassimo lo spazio e il tempo così come li percepiamo noi e cominciassimo a dare un nuovo significato agli alberi, la storia cambierebbe.

L’immediatezza del linguaggio cinematografico

È con l’aiuto del cinema che è possibile cortocircuitare tutto questo, proprio grazie all’immediatezza del linguaggio dell’immagine. Gaetano Capizzi, fondatore e direttore del Festival CinemAmbiente di Torino, ha raccontato come le preoccupazioni ambientali abbiano creato delle angosce collettive che hanno alimentato gli artisti e il cinema. Infatti, quest’ultimo è stato travolto da questa nuova sensibilità, dando origine al genere green cinematografico. Questo genere si è evoluto nel tempo, arrivando ad occuparsi non solo di ecologia ma anche di quell’ambiente influenzato dalle attività umane.

Il cinema non è portatore solo di messaggi ambientalisti, ma diventa esso stesso ambientalista, prendendo posizioni, sostenendo battaglie e auspicando un nuovo modello di sviluppo. La fiction cinematografica ha quindi generato film dove il focus era rappresentato proprio dalle questioni ambientali, e non solo nei film di nicchia, bensì anche nei film che abbiamo rivisto più volte e che, spesso senza accorgercene, ci hanno portato a riflettere su questioni che ormai sono all’ordine del giorno.

Il film “Erin Brockovich – Forte come la verità” ci ha fatto ripercorrere il lavoro di Brockovich nell’intentare causa contro la Pacific Gas & Electric nel 1993, responsabile della contaminazione con cromo esavalente delle acque della città di Hinkley (California). “Cattive acque” segue la stessa linea, raccontando il caso contro la società di produzione di prodotti chimici DuPont in seguito all’inquinamento idrico della città di Parkersburg. “Avatar”, invece, è una denuncia contro lo sfruttamento delle risorse naturali e delle popolazioni indigene, mentre il più recente “Don’t Look Up” con ironia ci racconta com’è affrontata la crisi climatica al giorno d’oggi e che la soluzione sta proprio nel guardare in alto.

Anche il cinema di fantascienza, o meglio definito cinema del disastro (considerato la versione adulta e ragionevole dei film di fantascienza) prende spunto dalla crisi climatica per sviluppare la trama. Questo è il caso di “The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo”. Di questo fenomeno si sono accorti i produttori americani, e i grandi finanziamenti non hanno tardato ad arrivare per la realizzazione di questi film. Allo stesso tempo, gli stessi attori hanno cominciato a schierarsi a favore dell’ambiente; basti pensare a Leonardo DiCaprio, diventato ambasciatore ONU contro i cambiamenti climatici.

Una tendenza destinata a morire?

Come tutte le tendenze, anche questa del cinema che si dedica alle tematiche ambientali rischia di non durare. Per ovviare a questo rischio è nato il Green Film Network, un’associazione internazionale che raggruppa tutti i film festival dedicati all’ambiente, la quale mira a sensibilizzare il pubblico attraverso il cinema. Capizzi sostiene che negli ultimi anni la produzione è aumentata e che sicuramente il documentario è il linguaggio che più ha ricevuto questi stimoli.

Un linguaggio adatto ai più piccoli

Se film e documentari sono più adatti ad un pubblico adulto, sicuramente non mancano i cartoni dedicati ai più piccoli. “Galline in fuga” ci fa riflettere sugli allevamenti intensivi, “Wall-E” sull’aumento della spazzatura, e “Piovono polpette” sullo spreco alimentare. Tuttavia, è anche necessario placare le preoccupazioni degli spettatori più piccoli, e per questo è nato il cartoon “MeteoHeroes”, ovvero un cartone animato con lo scopo di aiutare i bambini a vivere in una dimensione da eroe che salva la Terra e di cui Andrea Giuliacci, meteorologo e divulgatore scientifico, è uno dei protagonisti.

MeteoHeroes (foto presa da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:MeteoHeroes.jpg)

Giuliacci crede che tutto parta dall’educazione e dalla conoscenza. Infatti, “MeteoHeroes” spiega ai più piccoli perché il clima cambia, perché è importante parlare di queste tematiche, come dobbiamo agire, e così via. In tal modo, il sapere aiuta a combattere le preoccupazioni e a creare un domani con adulti consapevoli, proprio perché cresciuti masticando questi temi.

Un patto comunicativo globale

La discrepanza tra la profondità dei contenuti e la superficialità della comunicazione è sicuramente un tema che ha bisogno di essere affrontato se si vuole che una maggiore fetta di pubblico cominci ad empatizzare con queste tematiche. Per far dialogare i contenuti col modo in cui vengono comunicati è dunque necessario fare un patto comunicativo globale anche fra i media.

Scrive per noi

Federica Benedetti
Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

Federica Benedetti

Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

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