Perché abbiamo bisogno della Fashion Revolution Week

La settimana del 24 aprile, ogni anno, si svolge la Fashion Revolution Week: ecco di cosa si tratta e perché ne abbiamo un’estrema necessità. Il 24 aprile del 2013, 1.133 persone sono morte nel crollo del complesso di Rana Plaza, a Dacca in Bangladesh, mentre altre 2.500 sono rimaste ferite: lo sfruttamento e tremende condizioni di lavoro sono uno dei costi umani e ambientali della moda usa-e-getta.

Il 24 aprile 2013, 1133 persone sono morte nel crollo del complesso di Rana Plaza, a Dacca in Bangladesh, mentre altre 2500 sono rimaste ferite. Si trattava di un edificio a otto piani che conteneva, oltre a una banca, diversi negozi e appartamenti, anche una fabbrica tessile che si occupava della produzione di capi per alcune dei brand di Fast Fashion più noti in occidente. Dal momento in cui sono state individuate delle pericolose crepe nella struttura, è stato chiesto a chi occupava i piani inferiori di lasciare l’edificio, mentre i proprietari delle fabbriche tessili hanno detto ai loro lavoratori di tornare anche il giorno successivo, quando si è verificato il crollo. Ogni anno, la settimana in cui cade il 24 aprile, viene organizzata la Fashion Revolution Week, una settimana di eventi e di azioni per contrastare l’industria della Fast Fashion, ovvero la produzione di capi di bassa qualità da vendere a basso prezzo lanciando sul mercato abiti sempre nuovi, spingendo l’acquirente a gettare i capi non appena si rovinano (in breve tempo, data la scarsa qualità) per acquistarne altri nuovi.

Il costo della Fast Fashion

Secondo una stima di Sustainable Apparel Materials del 2015, ogni anno vengono prodotti 150 miliardi di capi, l’80% dei quali finirà in discarica o verrà bruciato (Global Fashion Agenda, 2015). La Fast Fashion si rifà perlopiù alle collezioni delle varie Fashion Week, da cui cerca di copiare i vestiti ma lanciandoli sul mercato a prezzi bassissimi a discapito, chiaramente, della qualità, dell’ambiente e delle condizioni dei lavoratori. Se la bassa qualità può essere verificata da tutti sperimentando la rapida usura dei capi, occorre sapere anche che il settore della moda è responsabile del 20% dello spreco globale di acqua, e del 10% delle emissioni di anidride carbonica (di più, dunque, del gas serra prodotto dagli spostamenti aerei e navali di tutto il mondo).

Fonte: Unsplash

I brand di fast fashion, per poter essere in grado di offrire i loro prodotti ad un prezzo così basso, subappaltano la produzione dei loro capi a fabbriche situate in paesi periferici, con scarse tutele per i lavoratori. In paesi come il Bangladesh, dove la legislazione non prevede un salario minimo, le paghe dei lavoratori di questo settore sono quasi sempre sotto i 3 dollari al giorno, per giornate di lavoro che arrivano fino a 12 ore.

Chi ha fatto i tuoi vestiti?

#Whomademyclothes è il nome di una campagna il cui fine è quello di portare alla luce lo sfruttamento dei lavoratori, impiegati soprattutto in paesi come il Bangladesh o il Pakistan, dove la manodopera costa meno. In Bangladesh per esempio, secondo le stime di The Asia Foundation sono presenti oltre 5000 fabbriche di vestiti, dove lavorano tra i 3.5 milioni e i 4 milioni di operai, l’85% dei quali sono di genere femminile.

Fonte: Unsplash

L’hashtag #Whomademyclothes serve a chiedere collettivamente, tramite una foto in cui si indossa un capo al contrario in modo da mostrare il cartellino, alle grandi aziende del settore della Fast Fashion di mostrare quali sono le condizioni dei lavoratori che hanno prodotto quel capo. In risposta a questo hashtag è nato anche #Imadeyourclothes, con il quale aziende sostenibili e contrarie alla Fast Fashion hanno mostrato dove e come vengono effettivamente prodotti i loro capi.

Che fare, dunque?

Prendere consapevolezza di questo quadro può essere molto forte per chi non aveva idea di cosa si celasse dietro ai negozi abituati a mascherare la propria colpevolezza dietro a campagne di Greenwashing. L’industria della Fast Fashion, però, regge ancora solo grazie a chi la supporta: la strada per fermarla è dunque il boicottaggio.

Come prima cosa si può prendere consapevolezza del valore dei capi che si hanno già nell’armadio, riutilizzandoli il maggior numero di volte possibile. Al momento di acquistare qualcosa di nuovo si può dunque chiedersi se non si abbia già qualcosa, o se non lo si possa prendere in prestito. L’illustratrice Sarah Lazarovic ha ideato a questo proposito la gerarchia degli acquisti, che si basa proprio sul riuso come prima scelta, seguita dal prestito o dallo scambio. Prima di comprare qualcosa di nuovo, la scelta migliore è verificare se si trova nell’usato, e solo a quel punto va acquistato nuovo, ma da aziende sostenibili e trasparenti. Al momento dell’acquisto, si può anche calcolare il cosiddetto cost per wear (cpw), che si può ottenere dividendo il prezzo per il numero di utilizzi (previsti o, per un capo già nell’armadio, già fatti). Solo in questo modo sarà possibile comprendere il vero prezzo di quel capo, che se di qualità finirà probabilmente per essere fonte di risparmio grazie al numero di utilizzi che permetterà.

fashion revolution week
Fonte: sito The True Cost

Un’altra azione che può fare chiunque è quello di scrivere direttamente alle aziende per chiedere, in quanto consumatori, trasparenza rispetto ai prodotti. Un ultimo consiglio è quello di informarsi, sia sul sito del movimento Fashion Revolution che seguendo sui social persone che si occupano di moda sostenibile. Infine, online si trova un documentario dal titolo The True Cost, utilissimo per farsi un’idea di cosa si nasconda davvero dietro l’industria della moda.

 

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Scrive per noi

Chiara Pedrocchi
Laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena, si sta laureando in Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino. Oltre che per .eco scrive per Scomodo, e in passato ha collaborato con Lo Sbuffo e ViaggiNews.com. Aspirante giornalista, si interessa di ambiente, diritti umani e sessualità.

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