Fra don Milani e la buona scuola. Intervista a Marco Rossi Doria

La scuola di Barbiana ridefinisce un paradigma educativo. Un’esperienza estrema e straordinaria, ma trasferibile alla scuola “normale”. Che deve affrontare nuove sfide, dalle ICT alla povertà di modelli per i ragazzi delle aree d’esclusione metropolitana. E resistere agli attacchi contro la scuola di massa. Ne abbiamo parlato con il “maestro di strada”, già sottosegretario all’Istruzione, che ha tra le proprie principali fonti d’ispirazione Lorenzo Milani

Si è parlato molto di don Milani durante i mesi scorsi, in vista del cinquantennale della sua scomparsa, secondo lei l’attenzione che ha ricevuto può lasciare qualche segno concreto nella maniera di pensare la scuola in una società caratterizzata da crescenti disuguaglianze? O c’è il rischio che passate le celebrazioni, adesso che l’anno scolastico riprende, al suo insegnamento non si pensi più?
Vi è certamente molta celebrazione ‒ che non è un male in sé quando è anche ben documentata. La pubblicazione delle opere riunite in volume ben curato, per esempio, serve davvero a mostrare la complessità di una figura così importante. Vi è, poi, una celebrazione, diciamolo, non necessariamente negativa (si fa bene a mostrare la grandezza di don Milani) ma forse troppo facile. Nel senso che si danno per scontati o non si nominano alcuni fatti fondanti dell’esperienza di Barbiana che, invece, sono di decisiva importanza. I principali sono quattro. Il primo riguarda la natura stessa dell’esperienza di Barbiana. È la celebrazione che evita di dare sufficiente conto del fatto che si trattava di un’esperienza estrema, costruita in condizioni estreme, in risposta all’esclusione, precoce e disperante per qualsiasi senso etico, civile o religioso, di ragazzi di montagna poveri e che non avrebbero avuto mai altra occasione per studiare. Come spesso è avvenuto in campo pedagogico, la situazione che richiede risposte radicali ‒ si pensi ai ragazzini di Barbiana a scuola lunghe ore e tutto l’anno senza vacanze ‒ è una situazione di presa in carico educativo quasi totale. In risposta a una urgenza manifesta, si risponde in modo olistico e, perciò, si ridefinisce l’idea stessa di scuola e di apprendimento ma con “poteri straordinari” (don Milani decideva tutto, non aveva da rispondere ad alcun sistema di vincoli se non quelli della propria coscienza e della missione che si era dato che ricopriva la sfera didattica, educativa, civile e religioso). Quel che accadeva a Barbiana, con risposte operative che potremmo chiamare multi-strato, era una riconsiderazione radicale dell’intero contesto educativo e dell’idea stessa di chi impara e come. Dunque, si stava svolgendo, al contempo, un’opera di specifica riparazione che riguardò quel momento con quei ragazzi lì e un’azione che assunse un valore simbolico-politico generale nel momento storico del Paese e che, pertanto, si proiettò in avanti nel tempo come paradigma per ogni scuola perché riproponeva a tutti, in modo metaforico-operativo, il senso profondo del secondo comma dell’art. 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La situazione nella quale la risposta radicale a una situazione educativa assume valore generale è capitata, in altro modo e in altro contesto e nei riguardi di altre emergenze, per Decroly o Tolstoj o Makarenko o per Anna Freud nell’asilo sotto i bombardamenti di Londra o, in Italia, con la prima Montessori o con Danilo Dolci o, poco successivo a don Lorenzo, con la scuola 725 di don Roberto Sardelli alla borgata dell’acquedotto Felice a Roma alla fine degli anni sessanta, etc. Si tratta di esperienze difficilmente modellizzabili e replicabili ma che assumono valore perché sono capaci di gettare nuova luce su tutta la scena educativa, anche oltre il contesto. Tuttavia ‒ ecco il punto ‒ nel celebrarle bisogna onestamente mostrare questo aspetto di straordinarietà. Insomma, Barbiana va letta in modo diverso dalle esperienze di grande innovazione ma entro il contesto ben delimitato della scuola cosiddetta ordinaria. Celebrare e leggere Barbiana è opera diversa da come, per esempio, può essere letta la seconda stagione di Maria Montessori o quel che ha fatto Freinet nella Francia tra le due guerre o ciò che viene testimoniato dal libro di Albino Bernardini “Un anno a Pietralata” o come può essere considerata l’esperienza di Mario Lodi ne “Il paese sbagliato” o la stagione di innovazioni nella scuola Corea di Livorno a partire dal 1962 o come va guardata la scuola materna pensata a Rimini da Margherita Zoeboli subito dopo la guerra. In questi casi – in forme molto diverse – si sta sperimentando una scuola innovata entro l’ordinario, mentre nel caso di don Milani si tratta di una sorta di Manifesto vivente contro le diseguaglianze in generale e in campo educativo e che mostra che è possibile “un mondo migliore”.

 

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Marco Fratoddi
Marco Fratoddi è direttore editoriale dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro - Weec network, insegna Scrittura giornalistica all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale dove ha centrato il proprio corso sulla semiotica della notizia ambientale e le applicazioni giornalistiche dei nuovi media. Fa parte di Stati generali dell'Innovazione dove segue in particolare le tematiche ambientali, è Segretario generale della Federazione italiana media ambientali. Nel ricordo di Luisa Minazzi partecipa all'organizzazione del Festival della virtù civica a Casale Monferrato (Al). Suo il blog Ecoteatro su questa testata. E per saperne di più... +393886410723.

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