Gli alberi e il fuoco, quegli elementi all’origine della storia umana

Scesa dagli alberi verso le 13:30 del 31 dicembre del calendario cosmico, l’umanità ha cominciato a disboscare e non si è più fermata. Anche il fuoco ha contribuito all’evoluzione dell’homo sapiens, ma anche alla nascita un rischio di origine umana, come ci insegano i disastri provocati dai piromani approfittando degli sconvolgimenti climatici.

(Riprendiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo di Ugo Leone uscito su https://www.strisciarossa.it/gli-alberi-e-il-fuoco-quegli-elementi-allorigine-della-storia-umana/)

I contenuti di due interessanti letture su “Repubblica” del 23 settembre mi sembrano stimolare qualche riflessione su un tema comune: ambiente e fuoco.

Stefano Mancuso (Clima, come salvarsi per altri 40 anni) conclude il suo commento sugli allarmi lanciati da Mario Draghi e Antonio Guterres (ne avevo scritto su Strisciarossa il 22 settembre: Fate presto: bisogna applicare subito l’Accordo di Parigi o sarà catastrofe) indicando la necessità di piantare alberi come possibile “semplice” soluzione per prolungare di una quarantina di anni il tempo necessario a diminuire le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera. Piantare alberi, ma avverte, “non pochi: ne dovremmo piantare mille miliardi” con “costi irrilevanti, rispetto ai benefici”.

Il mondo era un’immensa foresta

E così è. Una volta, molte centinaia di milioni di anni fa, la superficie terrestre era in massima parte coperta di alberi. Era un’immensa foresta e di CO2 in atmosfera ne immettevano soprattutto i vulcani eruttando con ben maggiore frequenza rispetto ad oggi.

Poi circa 4 miliardi di anni dopo, verso le 13:30 del 31 dicembre del calendario cosmico, l’umanità ha cominciato a scendere dagli alberi e, bisognosa di spazio, ha cominciato a diboscare. Una deforestazione continua (che continua tuttora in Amazzonia e non solo) che è diventata tanto più agevole e rapida con la domesticazione del fuoco.

E questo mi richiama all’articolo di Marco Belpoliti (Nel segno di Prometeo) che sottolinea l’importanza del fuoco che “è calore, luce, energia; ed è la possibilità di cuocere i cibi. Wrangham sostiene che il grande cambiamento evolutivo fu l’effetto dell’invenzione della cottura che apportò una serie di vantaggi biologici non indifferenti: i nostri remoti progenitori sopravvissero meglio e i loro geni si diffusero; si adattarono biologicamente agli alimenti cotti, traendo il maggior vantaggio possibile dalla nuova dieta: cambiò l’anatomia, la fisiologia, l’ecologia, la storia della vita, la psicologia e la stessa società.” È quello che si sarebbe, poi, ancora perfezionato con il sale e, successivamente e finalmente, con il frigorifero.

Moltissimo, se non tutto, ha origine dal fuoco

Insomma, moltissimo, se non tutto, ha origine dal fuoco. La stessa Terra è nata come una “palla” incandescente che gettava fuoco da tutte le parti. Lo ha fatto in modo decrescente dalla nascita ad oggi. Né solo i vulcani eruttano fuoco: si può sprigionare anche dal cielo tramite lampi e fulmini. Quando i nostri antenati scesero dagli alberi si resero ben conto di questa presenza e tentarono di appropriarsene per gestirla. Ma vi riuscirono dopo molto tempo e dopo moltissimi tentativi gettando le basi delle rivoluzioni successive.

Come scrive Belpoliti “Gli antropologi sostengono che le tre grandi tappe della storia umana sono l’addomesticamento del fuoco; la nascita dell’agricoltura e l’allevamento degli animali; la rivoluzione industriale. È con il fuoco che comincia l’Età del vapore. Il fuoco alimenta le industrie e gli esiti della combustione del legno e del carbone modificano l’aria e la vita di tutti gli abitanti. La produzione della forza a vapore necessita investimenti più grandi dell’energia idraulica ed eolica; eppure, acqua e vento cedono il passo alle fiamme delle caldaie. Poi anche la forza-vapore declinò. Subentrarono il petrolio, il gas e l’l’elettricità.”

Insomma, con una conclusione un po’ forzata potremmo dire che se – come è certamente vero – l’acqua è vita, comunque la vita è cominciata dal fuoco.

I comportamenti dolosi sono prevalenti su quelli colposi

E così sono personalmente d’accordo con Edward de Il più grande uomo scimmia del Pleistocene. È questo il titolo del bello e divertente libro di Roy Lewis (Adelphi, 1992) nel quale, fra l’altro, l’autore immagina un dialogo tra due fratelli: “Stavolta l’hai fatta grossa, Edward” é il commento di Vania quando si rende conto che il fratello si appresta ad “addomesticare” il fuoco.

Naturalmente il dialogo tra i due fratelli che rappresentano il “progressista” e il “conservatore”, è solo il frutto della bella fantasia dello scrittore, ma è molto verosimile che tentativi di innovazione e di “miglioramento tecnologico” fossero visti con timore reverenziale per il “rischio” che potessero materializzarsi in disastri. “Potresti bruciare la foresta. Che fine farei io, allora?” è la preoccupazione di Vania.

E questo è il vero problema: con l’addomesticamento e l’uso non controllato del fuoco. Allora, 500.000 anni fa (corrispondenti alle 23 del 31 dicembre) come oggi quando, peraltro, comportamenti dolosi sono prevalenti su quelli colposi, con questo addomesticamento si innesca il rischio incendi. Non che fino ad allora non vi fossero incendi che invece, come dicevo, imperversavano sulla superficie terrestre dopo ogni temporale con lampi e fulmini, ma dalle mani di Edward nasce un rischio di origine umana.

E su questo deve stare attento anche Mancuso. Perché bisognerebbe anche utilmente piantare mille miliardi di alberi, ma si dovrebbe pure curarne una rigorosa manutenzione. Magari minacciando il rogo per i piromani.

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UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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