Grazie a Frato. Parla lo psicologo che ha inventato la città dei bambini

Ricominciare dai bambini. Se questa ipotesi, quando s’immagina la città, è diventata un terreno di ricerca educativa, oltre che un obiettivo perseguibile nel concreto, dipende in larga parte dal Laboratorio di Fano: l’esperienza promossa da Francesco Tonucci all’inizio degli anni Novanta in questo piccolo centro affacciato sull’Adriatico, nel Pesarese, mentre l’Italia si lasciava alle spalle la Prima Repubblica e nella società civile erano molti i tentativi per ricominciare dal basso a ripensare le comunità, forse l’idea stessa della politica. Lui, responsabile del reparto di psicopedagogia dell’Istituto di psicologia del Cnr, con una laurea alla Cattolica di Milano e un passato da maestro elementare, autore di numerosi saggi e responsabile di diversi progetti in ambito istituzionale e associativo, ha ricevuto lo scorso anno il premio “Protagonisti della cultura per l’infanzia” della rivista Andersen. Anche grazie a Frato, il personaggio che ha creato per disvelare, attraverso il fumetto, il pensiero dei giovanissimi sulle contraddizioni di un mondo pensato a misura degli adulti.

Lei ha cominciato a lavorare sul tema della città a misura delle bambine e dei bambini trent’anni fa, in un’epoca con parametri sociali, geopolitici ed economici completamente diversi da quella di oggi. Come pensa siano cambiati nel frattempo i bisogni dei giovanissimi, le loro relazioni con il territorio e il tempo libero, il legame con i coetanei? Sono più o meno liberi di allora?
Il progetto “La città dei bambini” nasce a Fano nel 1991, l’anno in cui l’Italia ratifica con la legge 176 la Convenzione Internazionale dei diritti dell’Infanzia e nasce con un proposito iniziale molto preciso: fare in modo che le bambine e i bambini possano di nuovo uscire di casa da soli per incontrarsi, giocare insieme, andare a scuola. Questa è la prima proposta che scrissi al sindaco di Fano. L’anno successivo si unì a questa la proposta di far partecipare i bambini al governo della città rendendo operativo il diritto dei bambini ad esprimere il proprio parere ogni volta che si prendono decisioni che li riguardino garantito dall’articolo 12 della Convenzione. Rispetto a queste due necessità la condizione infantile in Italia è andata certamente peggiorando: l’autonomia di movimento dei bambini italiani, così come risulta dalle ultime ricerche internazionali è fra le ultime al mondo (dai 6 agli 11 anni va a scuola da solo non più del 7%); non è certamente cresciuto l’ascolto dei bambini e la Convenzione dei loro diritti del 1989 continua ad essere non solo disattesa ma completamente sconosciuta da parte dei politici, amministratori e docenti.

Il problema della cittadinanza dei più giovani oggi va oltre le opportunità di partecipazione, si incrocia con quello dei diritti di quanti nascono da genitori immigrati, con il loro senso di radicamento e appartenenza alle comunità e al gruppo dei pari. Posso chiederle qual è la sua posizione sullo ius soli?
Naturalmente quella di riconoscere il diritto di essere italiano a chi è nato vive e studia in Italia. In qualche modo i bambini figli di immigrati vivono aggravati i disagi che vivono tutti i bambini italiani. Neanche loro godono dello jus soli se non possono uscire di casa, incontrarsi con i loro amici tenendo conto che le esperienze più importanti dal punto di vista cognitivo e di sviluppo sono quelle che si vivono fuori, sia di casa che di scuola, e insieme, con gli amici. Propongo da tempo che l’incontro e l’inclusione fra i nostri figli a i bambini figli di immigrati non dovrebbe avvenire solo nelle aule scolastiche ma anche nelle strade dove questi ultimi potrebbero essere maestri di capacità e autonomia per i nostri.

Intanto però di bambini sui media si parla soltanto quando esplode la questione delle baby gang, quando si chiede che siano riaccompagnati a casa uscendo da scuola anziché garantendo la sicurezza sulle nostre strade, quando sono oggetto o soggetto di comportamenti devianti, che richiamano la sfera della paura. Possibile che non si riesca a portare nel discorso pubblico la questione infantile a prescindere dalle emergenze, come un’opportunità per ripensare la convivenza?
È ancora effetto della trasparenza dell’infanzia, dell’ignoranza dei suoi diritti affermati così solennemente nell’89. Siccome siamo in campagna elettorale e bombardati di promesse vorrei ricordare forse l’unica legge quadro del Parlamento italiano voluta nel 1997 dal Governo Prodi che impegnava tutti i Ministeri a produrre leggi e interventi a favore dell’infanzia anche se non in pericolo, malata o abbandonata. Da quella legge quadro nacquero i Piani di Quartiere, il Centro di Documentazione degli Innocenti a Firenze e la famosa 287 di Livia Turco. Un esempio di legislazione che meriterebbe di essere imitata.

L’esperienza di Fano, dove lei ha sperimentato l’idea di una città e di una governance urbana a misura dei più piccoli, che cosa le ha insegnato rispetto alla praticabilità di molte visioni che anche diverse organizzazioni sociali ed educative hanno fatto proprie?
Questi quasi trent’anni di esperienza dicono che l’adesione reale a questo progetto è difficile e richiede da parte degli amministratori una scelta radicale: essere disposti ad un cambiamento reale e profondo dei rapporti di forza all’interno delle città. Una discriminante sostanziale che sempre emerge nelle proposte dei bambini è l’atteggiamento nei confronti dell’automobile. Poche sono le città che hanno scelto i bambini rispetto alle automobili, ma i risultati sono stati sempre premianti per chi ha avuto questo coraggio. Obiettivo del progetto è riportare i bambini nelle strade e fare di loro i veri custodi della sicurezza e della bellezza delle nostre città. È difficile perché bisogna contrastare interessi, falsi, degli adulti che sono gli elettori.

I due volumi "Con ojos de nina" (Publicacion Editorial Graò, 2013) e "Frato. 50 anni con gli occhi del bambino" (Zereseipus 2016)
I due volumi “Con ojos de nina” (Publicacion Editorial Graò, 2013) e “Frato. 50 anni con gli occhi del bambino” (Zereseipus 2016)

Crede che gli ambientalisti abbiamo compreso fino in fondo le potenzialità della battaglia culturale per la centralità dello sguardo infantile nella nostra epoca?
Non credo che questo atteggiamento appartenga automaticamente a qualche categoria sociale o culturale. Sembrerebbe ovvio che appartenga ai democratici, ai progressisti, ai cristiani e agli ambientalisti, ma non è così. Ha bisogno di una riflessione e di una scelta ulteriore perché le scelte sono sempre sollecitate dalle urgenze e dalle pressioni e i bambini non protestano, non hanno rappresentanza. Per questo da tempo sostengo il diritto dei bambini al voto.

Infine, che fine ha fatto Frato?
Frato sta lavorando molto ma purtroppo trova poca accoglienza in Italia. Negli ultimi anni sono usciti in Spagna, in Argentina e in Brasile libri a vignette sui nonni, sulle bambine e poche settimane fa l’ultimo che si intitola “I bambini e le bambine pensano in un altro modo” che raccoglie le vignette di Frato del secondo millennio. L’ultima edizione italiana è quella di Zeroseiup di Bergamo che nel 2016 ha pubblicato “Frato, 50 anni con gli occhi del bambino”. In quello stesso anno a Granada si è aperta una grande mostra dei miei disegni di circa 1.500 metri quadri che sta ancora girando per le città spagnole.

L’intervista è uscita su “.eco” di marzo 2018 nell’ambito del servizio “Sostenibilità urbana, ripartire dall’infanzia” a cura di Maria Antonietta Quadrelli e Marco Fratoddi
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Marco Fratoddi
Marco Fratoddi è direttore editoriale dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro - Weec network, insegna Scrittura giornalistica all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale dove ha centrato il proprio corso sulla semiotica della notizia ambientale e le applicazioni giornalistiche dei nuovi media. Fa parte di Stati generali dell'Innovazione dove segue in particolare le tematiche ambientali, è Segretario generale della Federazione italiana media ambientali. Nel ricordo di Luisa Minazzi partecipa all'organizzazione del Festival della virtù civica a Casale Monferrato (Al). Suo il blog Ecoteatro su questa testata. E per saperne di più... +393886410723.

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Marco Fratoddi è direttore editoriale dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro - Weec network, insegna Scrittura giornalistica all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale dove ha centrato il proprio corso sulla semiotica della notizia ambientale e le applicazioni giornalistiche dei nuovi media. Fa parte di Stati generali dell'Innovazione dove segue in particolare le tematiche ambientali, è Segretario generale della Federazione italiana media ambientali. Nel ricordo di Luisa Minazzi partecipa all'organizzazione del Festival della virtù civica a Casale Monferrato (Al). Suo il blog Ecoteatro su questa testata. E per saperne di più... +393886410723.

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