Guerra civile globale o alternativa ecologica? Una call di “Culture della sostenibilità”

La rivista scientifica “Culture della sostenibilità” lancia un invito per saggi sul tema “Guerra civile globale o alternativa ecologica? Orizzonti conflittuali della transizione”. Le proposte di articolo, sotto forma di abstract, devono pervenire alla redazione entro il 30 aprile 2021. Gli articoli completi devono pervenire entro e non oltre il 30 giugno 2021.

Consultare le norme redazionali, il codice etico e le altre informazioni essenziali sul sito web della rivista: www.culturedellasostenibilita.it

Il numero 26 di “Culture della sostenibilità” ospita numerosi saggi scientifici sulla pandemia da nuovo Coronavirus Covid-19.

Recentemente, la diffusione e radicalizzazione dello scontro socio-razziale negli Stati Uniti ha spinto alcuni a rievocare il concetto di guerra civile – civil war. La proposta più interessante è quella di David Theo Goldberg, secondo il quale gli stati scivolano nella guerra civile quando concezioni contrastanti della vita si confrontano e si attestano su posizioni irreconciliabili, quando la vita, per una parte considerevole degli abitanti dello stato, è resa insopportabile, e le richieste per cambiarla vengono combattute da altri abitanti dello Stato. Le guerre civili non sono solo la conseguenza imprevista del fallimento della lotta per la democrazia, sono lotte su modi competitivi di essere nel mondo, sulle loro concezioni sottostanti, sul controllo degli apparati politici ed economici dediti alla riproduzione, sul rapporto con la parte materiale della vita sociale, per il controllo della natura stessa.

La guerra civile – stasis in greco – offre un’analisi della contemporanea condizione sociale dettata dal capitale globale, là dove la posta in gioco è la gestione delle relazioni tra la società e i suoi fondamenti bio-fisici, si tratti delle relazioni tra presunte “razze” e sessi, o dei fondamenti ecologici riproduttivi del sociale, il suo oikeios, ossia l’insieme delle relazioni tra il “sociale” e il “naturale”.

Hannah Arendt e poi Giorgio Agamben hanno messo in luce come la base di svolgimento delle guerre civili, da quelle greche della polis a quelle religiose del ‘600, a quelle contemporanee, abbiano come posta in gioco la relazione tra vita biologica, riproduzione dell’oikos e politica. Anche l’approccio di Goldberg ha a che fare con tale dicotomia, ossia la difficoltà di superare in termini accettabili le differenze biologiche e fenotipiche che segnano la popolazione di uno stato o di una città e che forniscono al contempo i termini per la differenziazione “razzializzata” dell’umano.

Sebbene si possa pensare che esista ormai una “lunga pace” fra gli stati a livello globale, le loro popolazioni non possono certo sentirsi tranquille o sicure di fronte a conflitti che si svolgono internamente al corpo sociale. Sulla lunga pace interstatale si proietta l’ombra scura della guerra civile che si può facilmente estendere al sistema globale degli stati in un mix caotico di guerre tra componenti civili e apparati statali, come è accaduto nel caso della Siria e di recente dell’Etiopia e del Tigrai.

Bruno Latour ha interpretato il ritiro di Trump dall’accordo di Parigi sul clima come una virtuale dichiarazione di guerra mondiale che allo stesso tempo ha posto barbaramente la centralità geo-politica della questione climatica e dei suoi legami con le ingiustizie e le disuguaglianze (Latour, Tracciare la rotta). La presidenza Trump finisce proprio nel segno di una guerra civile dispiegata, con sovranisti e fascisti lanciati all’assalto del Congresso. Ma non è chiaro se con tale forma politica inizierà anche il declino di quel capitalismo fossile che ha sostenuto Trump e che quest’ultimo ha egregiamente rappresentato e protetto. Alla fin fine, le guerre civili interne e le dinamiche tensioni globali e geopolitiche sono strettamente collegate.

Dal punto di vista di questa call, le guerre civili che si profilano all’orizzonte possono essere lette con una certa facilità come costitutive dell’Antropocene, ossia di quell’era che vede il geo-capitalismo – e non l’Anthropos – come una potente forza geologica. Le guerre civili possono così essere considerate e analizzate come una delle conseguenze – ma forse anche una delle cause – del deterioramento delle relazioni tra il complesso politico/economico e il complesso ecologico/sociale, della crisi profonda del nesso capitalismo/natura.

Nella Grecia classica, la semplice vita naturale era esclusa dalla polis e rimaneva confinata nella sfera dell’oikos, così come la natura nell’era del capitale è sottoposta a esclusione e occultamento. Ma quando tale soglia di esclusione viene superata e l’oikos viene internalizzato, come avviene ora con la crisi ecologica, l’oikos si politicizza e, inversamente, la polis si «naturalizza», cioè si riduce a oikos, come osservato da Agamben. La Natura diventa quindi la posta in palio della guerra civile, diventa un obiettivo politico, entra nella politica. La Natura, la Terra, Gaia, viene sottoposta al duplice movimento di esclusione/inclusione, occultamento/sfruttamento, depoliticizzazione/politicizzazione. In questo duplice movimento sta il potenziale di conflitto, si annidano i potenziali delle guerre civili che si sono combattute, che si combattono e che si combatteranno tra chi include e chi esclude, tra chi sfrutta e chi cura, tra i presunti legittimi portatori di diritti statali e i globalmente segregati, si tratti di membri di razze, sessi, classi, ceti, etnie, specie differenti.

La Natura – o la Terra come dice Latour – nella sua genericità diventa così il fondamento di una guerra civile globalizzata intrastatale che può diventare rapidamente una guerra interstatale che si combatte per decidere quale sia il modo in cui ci relazioniamo con la Terra, con Gaia. Non è difficile pensare che i perdenti della guerra civile, quelli al di fuori della linea territoriale, gli espulsi, i non appartenenti e immeritevoli, verranno scacciati come estranei, «incatramati con il pennello della differenza razziale» (Goldberg).

Provare a ridefinire l’enorme numero di conflitti ambientali che fungono da indicatori della crisi ecologica che si dipana incessantemente da decadi al punto di delineare una cosiddetta “guerra civile globale” a bassa intensità è lo scopo di questa call. Qui vanno annoverati tutti i conflitti che si svolgono attorno o includono la Natura (Vedi Environmental Justice Atlas). Conflitti per il suolo, l’acqua, le materie prime, l’energia, il cibo, gli animali, le piante, e il lavoro umano a queste applicato.

Lo scontro per l’accesso e il controllo di tali risorse e la protezione e conservazione degli habitat umani e non-umani – messi a repentaglio dai progetti di appropriazione di tali risorse – è per ora confinato all’interno delle società e degli stati dove prende la forma della guerra civile combattuta tra gruppi che si identificano per i loro differenti caratteri bio-sociali-etnici, culturali, biologici, linguistici – spesso naturalizzati e resi permanenti dallo stesso conflitto, come nel caso del conflitto tra indios amazzonici e imprese del legno e minerarie, con i primi a difendere la foresta amazzonica contro i lavoratori reclutati dalle imprese. Infine, le guerre civili non rimangono «civili» a lungo. Nel 2015, venti dei cinquanta conflitti interni in atto, dall’Afghanistan allo Yemen alla Siria, sono state guerre civili internazionalizzate, che hanno coinvolto forze di paesi confinanti o comportato l’intervento di potenze esterne. La guerra civile non rispetta i confini.

La civiltà della merce, che continua a tenere in ostaggio l’intera umanità, si fonda sull’acquisizione di qualsiasi componente del mondo non-umano per convertirlo in merce, mentre rimuove qualunque elemento che ostacoli tale appropriazione. Per estensione logica e pragmatica, la civiltà si fonda anche sull’annullamento di qualsiasi agente umano (culture o individui) che ostacola, per qualsiasi motivo, l’accesso alle risorse, come è accaduto negli ultimi anni a più di un migliaio di attivisti e difensori dell’ambiente. Per la precisione, negli ultimi 15 anni sono stati uccisi 1.558 attivisti, per lo più contadini e indigeni, 212 nel solo 2019. Ma allo stesso tempo, all’orizzonte della stasis, della guerra tra natura e società e nella società tra oikos e polis, si profila la riconciliazione, ossia una civilizzazione ecologica che potrebbe fornire un orizzonte di ireniche relazioni tra il sociale e il naturale. Qui l’oikeios diventa la matrice che permette la riconciliazione di ciò che ha diviso, il fondamento sul quale si ricostituisce un orizzonte di cooperazione e mutualità.

Alla crisi climatica e ecologica globale e alle conseguenti “guerre civili” che ne derivano per conservare privilegi grandi e piccoli e continuare ad appropriarsi (in modo diseguale e iniquo) di quanto resta del capitale naturale e della biocapacità della Terra si contrappongono varie proposte di “alternativa ecologica” che saranno oggetto anche di successive “call” di Culture della sostenibilità.

Con la presente call vorremmo attirare l’attenzione sulla prospettiva della ecological civilization (EC), così come suggerita da alcuni filosofi come, per esempio, Arran Gare, che costituisce una prospettiva potenzialmente ricompositiva dei diversi filoni dell’ecologia politica che si sono fino a questo punto diramati a partire da punti di partenza diversi, differenti a volte opposti.

L’EC suggerisce di ripensare le conflittuali relazioni fra natura e società, per dare corpo a una radicale transizione ecologica. Qui non si tratta di delineare semplici, ingenue ma più spesso ingannevoli misure tecniche utili per contenere le disarmonie delle relazioni eco-sociali dispensate da una miriade di nuovi arruolati nel campo della sostenibilità. Si tratta piuttosto di delineare un frame discorsivo – qualcuno direbbe narrativo – delle differenti azioni, pratiche e politiche necessarie a sostenere e accelerare la transizione verso una società ecologica.

La civiltà ecologica si pone in radicale alternativa alla cosiddetta modernità. L’attuale civiltà forgiata negli ultimi cinque secoli sotto lo spietato tallone del capitalismo globale giustificato dalle necessità del dominio sulla natura sta mettendo in pericolo l’intero pianeta.

 

I temi che proponiamo sono dunque i seguenti:

 

Conflitti ecologici

Guerre civili, risorse e natura

Resistenze indigene

Movimenti ecologici e per il clima

Relazione con modelli educativi

Ecologia e socialismo

Transizione ecologica e la just transition

Razzismo ambientale

La naturalizzazione delle disuguaglianze

Storie delle guerre civili

Strategie di conciliazione

Ecologie della riparazione

Commons e conflitti

Guerre civili e migrazioni

Teorie della giustizia

Scambio ecologico ineguale

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