Homo faber fortunae suae. Come il Covid-19 ci ha insegnato

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L’uomo è artefice della propria sorte. Ogni giorno è la giornata dell’ambiente, perché se la natura è indifferente a noi, noi non possiamo essere indifferenti alla natura: ne va della sopravvivenza della nostra specie. La pandemia da Covid-19 ne è un esempio: un essere senza sistema nervoso centrale ha imposto radicali misure di comportamento a esseri ben dotati di sistema nervoso centrale.

Dovrebbe essere tutti giorni la “Giornata dell’ambiente”, non soltanto il 5 di giugno, perché ci dovrebbe essere una cura quotidiana, da parte di tutti, dell’unico bene di cui tutti disponiamo. Un bene che chiamiamo “natura”, in generale. La natura non ci chiede niente. Non ha finalità, né riguardi. Essa è indifferente a noi.

«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?

Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi e ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità»

(G. Leopardi, Dialogo della natura e di un Islandese).

La natura è indifferente a noi, perché, nonostante la sua personificazione – opera, qui, di Leopardi – essa non è un soggetto. Ma noi non possiamo essere indifferenti alla natura, perché ne va della sopravvivenza della nostra specie, di quella specie della quale, dal XVI secolo andiamo vantando i pregi e le conquiste, soprattutto scientifiche e tecnologiche. L’età moderna è l’età dell’orgoglio umano per le opere umane.

La quarta menomazione: il disastro ambientale e climatico e la pandemia

Si dice, spesso, che l’orgoglio umano è stato menomato almeno tre volte: la prima, quando si è scoperta la falsità del sistema geocentrico e la terra non è stata più considerata il centro dell’universo, con Copernico, la seconda, quando Darwin ha mostrato l’estrema plausibilità scientifica della derivazione dell’essere umano dalle scimmie, la terza, quando Freud ha individuato come la sfera della coscienza sia soltanto lo strumento di pulsioni inconsce (la pulsione di Eros e la pulsione di Thanatos). Ora, forse, è il momento della quarta menomazione: il disastro ambientale e climatico e la pandemia da nuovo coronavirus.

Che cosa è accaduto? Che dobbiamo rinunciare alla contrapposizione fra natura e cultura e che dobbiamo vedere non già nella “natura” una legalità superiore a quella della cultura, né nella legalità umana una legalità superiore a quella della natura, ma che dobbiamo, ormai, vedere nella cultura una articolazione della natura, come suggeriva Konrad Lorenz (Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, 1973), dovuta a una particolarità dell’animale umano rispetto agli altri animali: l’avere, noi, una massa neuronale quantitativamente superiore a quella degli altri esseri viventi, con la conseguente capacità di simbolizzazione più astratta, meno immediatamente legata alla natura, dei nostri rapporti con l’ambiente naturale e con l’ambiente sociale. La simbolizzazione nel regno animale esiste, certo, ma è più legata alle funzioni vitali di base, mentre la capacità simbolica umana lo è meno.

La cultura: un insieme di operazioni millenarie

A suo tempo, Arnold Gehlen ha tradotto questa peculiarità dell’essere umano con la sua teoria dell’“esonero”; vale a dire: la minore pressione dell’istinto libera la potenzialità simbolica umana dando la possibilità di stabilizzare, attraverso le istituzioni sociali e politiche, i comportamenti in modo più complesso e meno vincolato alle esigenze fisiologiche di quanto non accada negli altri “regni dei viventi”. Così, l’esigenza della riproduzione è trasferita simbolicamente nel nucleo famigliare stabile anche oltre l’età dello svezzamento della prole; la riproduzione diventa l’amore non legato alle esigenze riproduttive con tutte le complessità che questo comporta (e che il romanzo borghese dell’Ottocento europeo ha ampiamente illustrato).

L’insieme delle operazioni millenarie che noi chiamiamo “cultura”, esito della nostra non comune dotazione neuronale, si è sviluppato nell’indifferenza di quello che chiamiamo “natura”. Accorgersi del silenzio della natura ha spinto a personalizzarla, come nel dialogo di Leopardi; fenomeno piuttosto comune e antico: pensiamo che i Greci hanno trasformato in persona persino la sorte (Týche), il mare (Posèidon), il cielo (Uranos), la Terra (Géa) e persino la forza disordinatamente creatrice (Chàos, l’“abisso sbadigliante”).

Trasformata in persona, la forza può essere pregata, blandita. Con la “morte degli dèi” e, poi, con la “morte di dio”, l’essere umano si è ritenuto unico legislatore di un gioco, il gioco con le forze della natura, di cui egli non aveva, tuttavia, inventato le regole. L’unico legislatore, ora, è oppresso dall’aria mal respirabile che ha creato, dalla plastica che affolla i mari, da un’alimentazione viziata da processi produttivi che puntano soltanto al profitto e non alla salute dei consumatori. Potremmo dire: è oppresso dal cattivo governo degli eventi di cui ha dato prova.

La consapevolezza ecologica è la vera svolta

La vera svolta culturale sta nella “consapevolezza ecologica” – non soltanto in un complesso di conoscenze necessariamente specialistiche, “di settore”, che non possono essere patrimonio di tutti, ma nell’acquisizione di una sensibilità nei confronti dell’ambiente in grado di cambiare abitudini assai risalenti. Che potrebbe (e dovrebbe) diventare sensibilità di tutti. La “Giornata dell’ambiente” – proclamata nel 1972 dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite per l’Ambiente” e celebrata per la prima volta nel 1974 con lo slogan “Only One Earth” – non ha ancora potuto sensibilizzare ai temi dell’ambiente la maggioranza degli abitanti del pianeta. Paradossalmente è stato il Covid-19 a porre un freno all’inquinamento delle arie metropolitane con la drastica riduzione degli spostamenti in automobile che esso ha obbligato a introdurre. Paradossalmente: un essere senza sistema nervoso centrale ha imposto a esseri ben dotati di sistema nervoso centrale misure di comportamento che hanno temporaneamente – e per eterogenesi dei fini, si potrebbe dire, ammettendo che anche Covid-19 abbia i propri fini – migliorato la qualità dell’aria nelle metropoli.

Il paradosso è stridente: che un essere privo di cervello abbia obbligato a prendere decisioni delle quali ha beneficiato l’ambiente, pur seminando morte e distruzione in larga parte del globo terraqueo. Decisioni che potevano essere prese prima, senza dimenticare un livello essenziale dell’esistenza concreta: i virus e la loro naturale aggressività. Gli allarmi scientifici, ben presenti dagli ultimi mesi del 2019 sono stati se non ignorati, sottovalutati o differiti. Come se ci fossero cose più urgenti da fare. Evidentemente, qualche cosa non va nella gerarchia dei valori. Ci si è subito interrogati su quale effetto avrebbe avuto sui mercati la diffusione dei dati dell’infezione; quanto l’OMS dava già il 30 gennaio l’allarme. In questo caso, un elemento culturale (il denaro) è stato anteposto a un elemento etico (il diritto alla salute) e alla parola degli scienziati.

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