I miei bambini

bambini favelas«…Oggi ne sono passati più di cento, si perdoni l’imprecisione di chi non ha imparato a contare esattamente, son stati molti, son stati pochi, è come quando si dicono gli anni, ho già passato i trenta, e Baltasar dice, In tutto ho sentito dire che ne sono arrivati cinquecento, Tanti, si meraviglia Blimunda, ma né l’uno né l’altra sanno esattamente quanti siano cinquecento, senza contare che il numero è, fra tutte le cose che esistono al mondo, la meno esatta, si dice cinquecento mattoni, si dice cinquecento uomini, e la differenza che c’è tra mattone e uomo è la differenza che si crede che non ci sia tra cinquecento e cinquecento, chi non l’avrà capito la prima volta, non merita che glielo si spieghi la seconda».

Questa riflessione di Jose Saramago a pagina 276 di una delle cose più belle di questo grande scrittore portoghese, Memoriale del convento; questa riflessione, dicevo, vale per i numeri, per il tempo e per tutto quello che non ha certezze oggettive, ma prevalenti interpretazioni soggettive.
C’è bambino e bambino
Così, mi sembra di poter dire, quando si dice bambino limitandosi a guardare ai figli, ai nipoti, ai loro “amichetti” senza soffermarsi a riflettere sulle molte differenze esistenti nella realtà tra bambino e bambino; tra luogo e luogo nel quale sono nati e vivono; tra famiglie e società; tra lingue e lingue e dialetti. Allora, nel tentativo di sapere bene (o, comunque, meglio) di che cosa mi accingo a scrivere, vado sulla Treccani e apprendo che “bambino s. m. (f. -a) [da una radice onomatopeica *bamb-] è “L’essere umano nell’età compresa tra la nascita e l’inizio della fanciullezza”. Cerco, allora, fanciullezza e apprendo che si definisce così il “Periodo dell’età evolutiva della vita umana, compreso generalmente fra il 6° e l’11° anno. Tale periodo è caratterizzato, sul piano dell’evoluzione psicologica, dall’affermarsi dell’intelligenza concreta di tipo operatorio (J. Piaget), e dal completamento, favorito dalla vita scolastica, del processo di socializzazione. Per la psicanalisi la f. è una fase di latenza, preparatoria del risveglio affettivo proprio della successiva fase preadolescenziale.”

Risposte difficili a una domanda apparentemente banale
D’altra parte, direi ancora a sostegno di Saramago, mi è stato fatto osservare che le prevalenti “definizioni” di bambino portano il termine fino alla pubertà, quindi per i maschi anche a 13-15 anni e che la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia lo estende ai 18: «Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile.» (E “fanciullo” è il termine onnicomprensivo scelto per la traduzione italiana dell’inglese “child”). Dunque non è facile dare una risposta alla domanda apparentemente banale che mi pongo; cioè “Sino a che età si è bambini?” La quale, evidentemente, ha risposte che non hanno riscontri obiettivi e unici nelle differenti realtà alle quali facevo prima riferimento. Nell’immaginario collettivo quella del bambino viene vista come l’età del progressivo apprendimento, del vedere, del sentire, del parlare, dell’intendere, del volere, il tutto con un filo conduttore che è l’età del gioco, della spensieratezza. Questa mi sembra una giusta immagine, ma quanti riscontri e dove ha nella realtà? E se sono quelle da 0 a 6 e poi da 6 a 11 le ripartizioni temporali nelle quali muoversi tra bambino e fanciullo queste età da zero a sei anni e da sei a undici sono rappresentative di una realtà teoricamente individuata o il frutto di riflessioni confortate dalla realtà di stati di fatto? I bambini e i fanciulli delle bidonvilles africane o delle favelas brasiliane o della napoletana Scampia che confrontabilità hanno con i loro omologhi per età di San Francisco o di Copenaghen o di Posillipo?

Bambini che non vanno a scuola
In realtà bisogna prendere atto che non si è bambini dovunque allo stesso modo e alla stessa età. I sei anni che vengono considerati quelli del passaggio alla fanciullezza e sono anche quelli dell’inizio della scuola dell’obbligo sono certamente un utile spartiacque. Ma non si può ignorare che vi sono luoghi e situazioni in cui si arriva a questa età avendo già superato l’essere bambini e altri in cui si tende a prolungarne la piacevolezza. Prima facevo riferimento ai bambini africani e delle favelas brasiliane come esempio lampante di diversità dell’essere bambini, ma se mi guardo intorno nel luogo in cui vivo, a Napoli, non ho bisogno di spingermi tanto lontano per confermare che “non si è bambini dovunque allo stesso modo e alla stessa età”. A Napoli non tutti i bambini vanno a scuola. Certamente non tutti dalla stessa età negli “asili nido” o negli asili e basta. Ne va un numero maggiore alle elementari, ma nei quartieri “periferici” (periferie non solo topografiche) quando pure riuscissero a frequentare la scuola dell’obbligo dividerebbero parte del tempo con la possibilità di lavorare in qualche bar come porta-caffè o, molto peggio, dando una mano in famiglia per portare “bustine” spacciate ai richiedenti: tanto “non sono punibili”. Questo della impunibilità è in altro grave quanto trascurato problema che costituisce un’altra, l’ennesima, violenza nei confronti dell’infanzia.

La “capacità di intendere e di volere”
A questo riguardo traggo spunto dalla lettura di Laura Basilio, L’imputabilità del minore (in L’altro diritto, “L’imputabilità, minore età e pena. Aspetti giuridici e sociologici”, 2002) e apprendo che «Sulla base della considerazione che il minore non ha ancora raggiunto un grado di sviluppo fisico e psichico tale da poter comprendere il valore etico-sociale delle proprie azioni, da distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, anche il nostro codice annovera la minore età tra le cause di esclusione dell’imputabilità.»
Ma qual è il limite di età a partire dal quale si può ritenere il soggetto capace di intendere e di volere? Se ci limitassimo semplicemente a seguire l’orientamento proprio delle scienze psicologiche, dato che l’età della maturazione psichica non è uguale per tutti ma varia da persona a persona, si procederebbe ad un accertamento caso per caso. Ci sono però esigenze giuridiche di certezza, uguaglianza e praticità dell’accertamento che impongono l’adozione di un criterio cronologico, il quale, sulla base dei dati offerti dall’esperienza, deve essere altamente presuntivo della raggiunta maturità. E come applicare la dichiarazione ONU sui diritti dell’infanzia secondo la quale, come ricordavo, «si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile»? Ormai non per libera scelta, ma costretti dai fatti, dagli adulti, dai luoghi e nelle società in cui nascono e vivono sono tanti quanti raggiungono la “maturità” indipendentemente da quanto prevede la “legislazione applicabile”.

Scrive per noi

UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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