I social network: predatori o risorse per i nostri giovani?

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I social network: predatori o risorse per i nostri giovani? Che cosa assorbono, silenziosamente e fino all’assuefazione, i nostri bambini e i nostri giovanissimi? Ma anche gli adulti sono dipendenti dai social media. Gli adulti sono dunque chiamati a una maggiore responsabilità educativa: l’agire educativo deve essere mosso da un’etica della responsabilità.

di Luisa Piarulli

Sono tempi duri i nostri, è vero. Capita di ascoltare espressioni come: “Stiamo combattendo una guerra contro il virus”. Guerra: una parola che inquieta e che evoca immagini di morte e distruzione. Il presente sembra dominato da un generale oscurantismo e ogni certezza si è sgretolata. La forbice sociale si allarga sempre più: da una parte i poveri e dall’altra i ricchi. Una sorta di impotenza soffusa attraversa ogni spazio di questo tempo e così, mentre imperano parole, pareri, conferme e disconferme, i nostri giovanissimi stanno in silenzio, ci osservano e ascoltano, ognuno nelle proprie case, spesso disorientati, reclusi e soprattutto soli.

Il loro diritto all’istruzione, alla formazione e all’educazione viene, si dice, garantito dalla DaD, ovvero uno schermo attraversato il più delle volte da visi assonnati o assenti, scorci di appartamenti, voci lontane, ora connesse, ora sconnesse. Poi si riprende in presenza, poi ci si alterna e subentra la DDI.

Eh, sì che insegnanti e vari esperti si sono sforzati di evidenziare le positività di tali strumenti, alcuni dei quali anche convintamente, le iniziative formative non sono mancate per renderli strumenti sempre più efficaci. Insomma, la scuola fa quel che può, come può, implementando le ore di lavoro, spesso a dismisura, checchè se ne dica. Tuttavia si ha l’impressione che, come sempre, scuola e famiglia, tristemente definite “agenzie” educativo-formative primarie, siano ritenute le uniche responsabili dei processi di apprendimento, le sole artefici dei processi formativi dei soggetti in età evolutiva, peraltro in contrapposizione tra loro, a causa della delega educativa che persiste da tempo e che si rivela nei frequenti atteggiamenti di reciproca colpevolizzazione.

Perduti i luoghi fisici di socializzazione

Si omette o non si ricalca debitamente che altri contesti convergono verso l’obiettivo educativo: le palestre, i centri di incontro, il cortile, le scuole di musica, i luoghi preposti alle attività teatrali ed espressive in generale, persino l’oratorio o il campetto di calcio. Sono tutti luoghi educativi con funzione di socializzazione, di relazione e di comunicazione, luoghi nei quali si impara a stare insieme, a condividere passioni, interessi ma anche malumori e conflitti. Luoghi dove si impara a crescere.

In questo nostro triste tempo che cosa rimane? La casa oppure i centri commerciali dove gli adolescenti o i bambini accompagnati dai loro genitori, quando possibile, gironzolano per lo più annoiati, alla ricerca di distrazioni e/o di piccole gratificazioni materiali.

Le statistiche evidenziano l’aumento della dispersione scolastica, la crescita di disturbi psichici come ansia e depressione, i danni di un uso spropositato dei social mentre, quasi sempre sulle pagine di cronaca nera, si legge di ragazzini che muoiono a seguito di giochi online mal finiti, di altri bullizzati. Chi legge è colto da un innegabile dispiacere e da un sincero rammarico ma poi ognuno torna alle proprie faccende, mentre i governi emanano ulteriori norme da rispettare. Manca in realtà l’etica della comprensione, da cum-prehendere, fare mio, manca l’empatia, espressione peraltro usurata che nei fatti non trova sufficiente spazio. La situazione attuale è molto grave. Se da una parte si deve operare nell’ottica della ricerca scientifica e della cura terapeutica, dall’altra si devono garantire una ricerca pedagogica e una cura come I Care, mi stai a cuore, mi interesso di te (L. Milani)

L’agire educativo deve essere mosso da un’etica della responsabilità da parte di ciascun adulto, il che presuppone la comprensione e la presa in carico delle enormi problematicità che si sono aggiunte all’epoca della complessità, evitando di cercare ad ogni costo il capro espiatorio ora nella scuola, ora nella famiglia. Gli adulti eticamente responsabili, in una società democratica, devono condividere l’impegno e l’attenzione verso la persona, abbracciare il comune impegno verso l’Educazione, sinergicamente operare sia verso la cura terapeutica sia verso l’I Care.  Ai professionisti della cura spetta mettere in atto un agire educativo percorso dall’attenzione e dall’osservazione, sani principi di una buona pedagogia. L’attenzione è “sospensione del pensiero, concentrazione esterna, svuotamento, per far posto a ciò che entrerà […]. L’attenzione è un modo di essere, è una disposizione etica, non s’impara una volta per tutte, ma la si esercita in un continuum di passaggi e metamorfosi […].” (V. Boffo, p. 169)

La triste storia della bambina di 10 anni che muore per aver affrontato una prova di resistenza proposta dal social network cinese Tik Tok, deve pro-vocare una sola reazione: epoché, sospensione del giudizio. Una famiglia piange, si dispera, prova già un feroce senso di colpa. Occorrono silenzio, rispetto, empatia e riflessione autentica da parte di ciascun adulto.

Le famiglie in tempo di pandemia

Un pensiero riflessivo presuppone l’umiltà di porsi domande senza l’ambizione di dare facili e retoriche risposte. Per esempio: chi sono le famiglie in tempo di pandemia? Senza andare troppo in là, ci si rende conto che probabilmente sono proprio quelle investite dal dramma della disoccupazione sopraggiunta o della cassa integrazione in scadenza, o percorse dalla preoccupazione di un anziano in RSA o che stanno elaborando un lutto.

E ancora, più a largo raggio: chi sono le famiglie del terzo millennio? Che cosa s’intende per fenomeno dell’infantilizzazione degli adulti? E per eccessiva “maternizzazione” delle figure genitoriali? E per adultizzazione precoce dei bambini? Si tratta evidentemente di questioni cruciali che i sociologi hanno evidenziato da tempo e per le quali non sono emerse finora soluzioni significative. Un tempo sospeso il nostro, ora aggravato anche dalla pandemia.

In quanto al fenomeno della infantilizzazione dell’adulto, B. R. Barber ha proposto la parola adultescent (neologismo coniato incrociando adult e adolescent) per indicare una condizione ibrida da cui sembrano afflitti molti giovani e in molti casi anche gli adulti […]. È in atto il dissolvimento della transizione evolutiva che dall’infanzia conduce all’adultità a causa di un ethos infantilistico indotto dalle esigenze di un’economia fondata sul consumo in un mercato globale […][1]. Una questione aperta come tutte le altre e, in epoca emergenziale, temporaneamente trascurate. A queste si aggiunge il fenomeno delle addiction.

A ben vedere gli adulti sono essi stessi dipendenti dai social network, seppure inconsapevolmente. Non è inusuale osservare gruppi familiari dove ogni membro è immerso nella gestione del proprio cellulare. Gli smartphone sopperiscono al bisogno di visibilità, evidenziano forme di egocentrismo tipicamente infantile e mai superato. Sono impliciti comportamenti a rischio, tipici delle società occidentali le cui conseguenze sono molto pericolose. Non è difficile immaginare che una società infantilizzata sia attratta dal dominio autoritario, sostiene infatti il sociologo Simon Gottschalk, professore di sociologia, all’Università del Nevada, a Las Vegas.

Si dice poi che i padri abbiano abdicato al loro compito: questione che andrebbe affrontata con attenzione e ricerca, studiando le trasformazioni vorticose delle identità culturali, dentro un altrettanto vorticoso cambiamento delle società. Intanto questioni così cruciali sono gettate in pasto a opinionisti di ogni genere che invadono la tv ad ogni ora del giorno, e che si arrogano il diritto di disputare e di giudicare su delicate questioni intime e familiari, messe alla mercé del grande pubblico. Mancano pudore e discrezione.

La piccola Antonella che si soffoca da sola

Che cosa assorbono, silenziosamente e fino all’assuefazione, i nostri bambini e i nostri giovanissimi? La riflessione viene inevitabilmente bypassata dal bisogno di emulazione, peraltro tipica dell’età evolutiva: per esistere devi avere e devi apparire, secondo canoni imposti. La piccola Antonella che si soffoca da sola per sostenere una sfida su un banale social network, doveva presumibilmente dimostrare di essere all’altezza del compito per essere accettata e/o accolta nel “gruppo”. Diventare grandi è faticoso di questi tempi! In assenza di riti di passaggio, in assenza di gruppi di coetanei in carne e ossa, ci si affida totalmente ai social.

Siamo dentro una società complessa, una complessità che va “appresa” e gestita e che richiede un approccio olistico alla persona e il superamento della delega educativa.

È urgente assumere la consapevolezza “adulta” che i nostri ragazzi e, peggio, i nostri bambini, trascorrono molto tempo da soli o chiusi nelle loro camerette nate per garantire il loro diritto alla privacy ma diventate con il tempo, luoghi nei quali isolarsi in compagnia di… amici virtuali. Così la solitudine è la cifra del nostro presente.

L’educazione all’utilizzo dei social e delle tecnologie, fino a ieri ritenuta essenziale, è stata tralasciata per rispondere alle necessità scolastiche e lavorative indotte dalla pandemia. Ai grandi e ai piccoli è consentito ciò che prima veniva limitato e scoraggiato. È vero che i piccoli sono in grado di capire perfettamente ciò che sta accadendo, ma le condizioni d’uso delle nuove tecnologie dovrebbero essere comunque più chiare e soprattutto più sostenibili. Compito degli adulti educanti.

Soli nella piazza virtuale

Così capita che mentre in cucina o altrove gli adulti “viaggiano” su WhatsApp, o lavorano da remoto, o chattano su Facebook, i bambini e i ragazzi si sentono nella legittimità di costruire una loro agorà personale. Il muretto, luogo d’incontro adolescenziale in altri tempi, persino recenti, viene sostituito dalla piazza virtuale che non consente alcuna forma di autentica discussione, di attiva conversazione, di animato confronto, di progetto di vita, di condivisione di sogni. Niente di tutto questo, ciò che conta è sommare più like possibili, ovvero una formula per esistere, per apparire, per essere apprezzati e “invidiati”. Tutto ciò è drammatico.

La bellezza non è più valore estetico ma semplice standard sociale che detta i criteri di perfezione. Il “diverso” nella pur eclatante società dell’integrazione e dell’inclusione non è accolto, al massimo viene tollerato.

È faticoso diventare grandi di questi tempi! Forse si nasce già grandi visto che alla infantilizzazione dell’adulto fa eco l’adultizzazione del bambino. I riti di passaggio sono operazioni sociali ormai dimenticati, spesso i ruoli s’invertono drasticamente.

Dove cercare appoggi, modelli, stampelle per crescere? Al gruppo dei pari non resta che vivere attraverso i social, unico luogo dove sperimentare la trasgressione, il conflitto, la condivisione, il bisogno di autonomia, la definizione della propria identità ma, in perfetta solitudine. Chi assurge al ruolo di controllore, di facilitatore, di mediatore? Chi indirizza e orienta? Sono nativi digitali i nostri giovani, piccoli eroi alla conquista di un mondo fittizio, che si sentono grandi senza aver affrontato una iniziazione autentica all’adultità.

Inoltre, i social network rinforzano il loro potere grazie agli Influencer, volti noti al mondo del cinema o della politica, oppure giovanissime icone della musica. Nei giovani utenti nasce il forte desiderio di raggiungere uno status simile, ci si lascia assuefare dalle forme sinuose, dai messaggi persuasivi, dai colori, dalle note, da quelli che ritengono essere canoni di perfezione e di bellezza. I giovanissimi finiscono per essere facilmente influenzati in mancanza di contesti socio-familiari- sociali attenti, in un’età, l’adolescenza, in cui tutto sembra essere fuori posto, in cui prevale l’ansia per l’immagine di sé (il peso, l’altezza, i fianchi, il viso…tutto è sbagliato!).

Influenza e persuasione, d’altro canto, sembrano essere la cifra del nostro presente, sono strategie comunicative molto comuni e diffuse nel marketing, nel commercio, in politica. Molti lavoratori e professionisti sono obbligati a seguire corsi di formazione per apprendere le tecniche della comunicazione volta alla persuasione che, a sua volta, tradisce il pericolo della manipolazione vera e propria. Niente a che vedere con l’arte della retorica dell’antica Grecia.

Il che fare

I nostri bambini e i nostri adolescenti hanno ricevuto in dono questo tempo, ecco perché, ripeto, diventare grandi oggi è faticoso, oppure si nasce già grandi.

Tuttavia, rimarcare le mancanze e le assenze da tempo denunciate dai vari esperti, è inutile.

Che cosa si può fare? Che cosa occorre?

La rivoluzione digitale che ha investito drasticamente ogni settore richiede sistematici interventi formativi, in modo particolare è necessario alfabetizzare le generazioni adulte e colmare il divario con i nativi digitali. Solo un apprendimento significativo da parte delle figure parentali può assicurare il controllo e la tutela dei propri figli dal pericolo di “predazione” dai social. Le famiglie vanno sostenute nel loro compito educativo e non delegate o colpevolizzate. Si potrebbero ampliare i compiti affidati ai consultori familiari, consolidare gruppi di auto mutuo aiuto (anche da remoto, per ora), umanizzare gli interventi degli assistenti sociali, prevedere una maggiore presenza di educatori (figure che non necessariamente devono intervenire esclusivamente nei casi eclatanti di abbandono e/o violenza o altro). Supporto, solo supporto. Nelle scuole occorrono pedagogisti con compiti di progettualità e di progettazione, di formazione e di ricerca, di affiancamento agli insegnanti e ai genitori, di supervisione, di utilizzo di nuove strategie e di metodologie didattiche, di gestione di sportelli d’ascolto pedagogici per rilevare o promuovere o prevenire situazioni di pericolo per i soggetti in età evolutiva.

Occorre acquisire una nuova forma mentis, che sia pedagogica e non medicalizzante, bisogna ricreare il villaggio e assumersi tutti insieme la responsabilità etica della educazione. I nostri giovanissimi stanno rispettosamente in silenzio, a volte sbagliano, ma restano in attesa che questi cosiddetti “grandi” finalmente crescano. Da loro possiamo imparare.

Pregiudizievolmente si pensa che i nostri giovanissimi leggano poco, ma i dati Istat offrono una fotografia più incoraggiante[2] pur con differenze di genere, di età e di provenienza. Speriamo siano letture di qualità. La forza della Cultura li possiede ma, paradossalmente, rischiano la deprivazione culturale senza l’ausilio di validi modelli e di efficaci rinforzi.

https://www.illibraio.it/news/editoria/lettura-dati-istat-944899/

Accoglienza e disponibilità

Occorrono Etica della responsabilità e una convergenza tra la cura terapeutica nel tempo pandemico e la cura educativa, l’I Care, occorre la realizzazione di laboratori di epistemologia del pensiero riflessivo, per adulti e per studenti, per riprendersi il tempo del pensiero e agire secondo un’etica della disponibilità, ovvero di accoglienza, di riconoscimento del Volto che va ritrovato, specie in questa società ipertecnologica dove il Soggetto è solo apparentemente interessato all’Altro (social network), mentre in realtà è interessato principalmente al soddisfacimento dei propri interessi e sembra non avere mai né il tempo né la voglia d’impegnarsi in una Relazione autentica con l’Altro (Lévinas),[3] il richiamo di un ritrovato umanesimo.

I nostri giovanissimi non chiedono altro che di esistere, dignitosamente, occorre una Pedagogia dell’esistenza[4] che ha per oggetto di studio l’esistere del soggetto nella relazione con l’altro da me. Un processo educativo pluridimensionale, il cui fine è la realizzazione della utopia pedagogica. È possibile se si creano sinergie d’intenti e costruttive ipotesi di intervento tra scienziati, filosofi, medici, pedagogisti, nell’ottica di un’etica educativa, perché educare ci riguarda tutti ed è nell’educazione che vanno riposte le sorti del futuro. Nel 1951 Maria Montessori inviò un messaggio all’UNESCO in occasione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che porta il titolo “Il cittadino dimenticato” e nel 1952 preciserà che “Giustizia è dare ad ogni essere umano l’aiuto che può portarlo a raggiungere la sua piena statura spirituale […]”. Non dimentichiamo i nostri giovani che sono a pieno titolo cittadini di oggi, sarebbe un imperdonabile errore neppure giustificato dall’emergenza pandemica che paventa, peraltro, un’altra e nuova normalità.

NOTE

[1] M. Pollo, La nostalgia dell’uroboros, Milano 2016, p. 123

[2] https://www.orizzontescuola.it/lettura-istat-521-ragazzi-ha-letto-almeno-un-libro-nellultimo-anno-ragazze-leggono-di-piu-online/

[3] https://www.caffeorchidea.it/emmanuel-levinas-la-relazione-etica-a-partire-dal-volto-dellaltro/

[4] L. Piarulli, Tempo di educare, tempo di esistere. Verso una pedagogia dell’esistenza, Torino 2019

Scrive per noi

Luisa Piarulli
Luisa Piarulli
Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

Luisa Piarulli

Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

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