Il crepuscolo del geo-capitalismo. Virus, corpi, natura, valore. Un contributo di Dario Padovan e Andrea Lo Bianco

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Lo scambio metabolico uomo-natura nell’era del capitalismo globale e il suo collegamento con l’espansione della pandemia da coronavirus. Ruolo del wildlife capitalism; influenza della scienza e politiche di sicurezza; mobilità negata e libertà dei consumi; crisi economica, cambiamento climatico e nuove configurazioni di potere. La discussione dei molti dilemmi emersi dal “fenomeno sociale totale” Covid-19 per iniziare a costruire il futuro collettivo.

di Dario Padovan e Andrea Lo Bianco

La pandemia nella quale ci troviamo coinvolti ha dato voce a un’enorme quantità di pensieri, riflessioni, critiche, accuse di natura espressamente politica che non si vedeva da molto tempo. Forse sarà il fatto che siamo tutti relegati in casa a farci riscoprire il piacere della scrittura, della denuncia, della polemica – veicolate dai cosiddetti social – in ogni caso la quantità di pensieri che circolano sono aumentati giorno dopo giorno. Inoltre, il desiderio di conoscenza e informazioni si è moltiplicato. Diversi articoli scientifici apparsi su differenti riviste sono subito stati divorati dai mass-media e dal pubblico dei “profani”, così come alcuni libri, che avevano interessato un ristretto pubblico, sono diventati dei quasi bestseller – vedi per esempio il libro Spillover di David Quammen. In ogni caso non si può che essere meravigliati dall’improvviso esplodere di una sfera pubblica di discorsi di natura filosofica, medica, antropologica, artistica, sociologica, estetica, e così via, che indicano quanto l’attuale epidemia stia toccando in profondità le nostre convinzioni politiche.

La CoVid-19 è stata fin dalla sua apparizione un evento che ha mischiato caoticamente la sfera bio-medica, sanitaria, sociale, economica, politica e che assorbe progressivamente nuovi aspetti e campi di conoscenza e regolazione. Insomma si tratta di un fenomeno “sociale totale”.

Di questa enorme discussione che alimenta lo spazio pubblico locale e globale vanno inizialmente sottolineati alcuni preliminari aspetti. L’evolvere della crisi ha dato ragione a chi pensava che lo stato di emergenza prodotto dal virus denominato SARS-CoV-2 sarebbe stato esteso al mondo intero, così come a chi pensava che l’epidemia in sé – inventata o meno – avrebbe giustificato uno “stato di eccezione” proiettato verso un crescente autoritarismo. L’epidemia ha in effetti creato il contesto per politiche radicalmente autoritarie che hanno due effetti simultanei: da un lato possono socializzare gli agenti ad atteggiamenti e comportamenti autoritari, quali la delazione e la denuncia; dall’altro rinforzano i governi di paesi già piegati in tale direzione come Ungheria, Turchia, Serbia, Russia, Filippine, la stessa Cina. Tuttavia, l’ipotesi che ha solleticato l’immaginazione di molti, ovvero di un virus sintetizzato in qualche segreto laboratorio dedito alla manipolazione della natura e delle sue profonde architetture genetiche, sembra definitivamente smentita. Per quanto ci riguarda, come punto di partenza consideriamo tale virus una probabile produzione ecologica creativa, come è avvenuto in molti altri casi nella storia delle epidemie. In altre parole, il SARS-CoV-2 potrebbe essere l’esito di un’evoluzione spontanea stimolata dall’intreccio incontrollato di attività produttive e di consumo e sistemi ecologici. Qui ci occupiamo sia di queste imprevedibili conseguenze prodotte dalle “creative” interazioni tra società della merce e natura, sia dei possibili effetti che questa “crisi virale” avrà sulle società, effetti che sembrano svilupparsi in direzioni differenti e contradditorie, a volte coincidenti e a volte divergenti da quelle previste fin qui da molti sinceri critici e oppositori del capitalismo. La “logica dell’eccezione”, che quindi eccede e muta radicalmente lo stato di normalità e conservazione della vita sociale, cambiandone le regole e riducendo le libertà, sta generando conseguenze molto più profonde del semplice peana di chi ritiene che le nostre libertà di consumatori sovrani appagati dalla logica della merce siano violate. Il dilemma hobbesiano tra libertà e sicurezza, da molti evocato, non è l’unico che si presenta. Altri altrettanto cruciali si rivelano nel contesto attuale: società/natura, salute/economia, rischi/pericoli, malattia/immunità, e molti altri ancora. In questo contributo ci occupiamo di alcuni di questi.

     1. Epidemie, pandemie, immunità

I virus sono microscopici aggregati di involucri proteici e acidi nucleici che hanno un impatto sulla vita non solo dal punto di vista patogeno. Dal punto di vista genetico sono portatori di novità, e per questa ragione hanno un ruolo sull’evoluzione degli organismi viventi. Sono quindi portatori di ambivalenza come ormai sappiamo: aiutano l’evoluzione del sistema immunitario ma allo stesso tempo lo minacciano. Senza minaccia non ci sarebbero meccanismi immunitari, un regola che vale anche per le società. Il problema è che a volte i sistemi immunitari si rivoltano contro l’organismo che devono proteggere, diventando a loro volta una minaccia. Anche questo capovolgimento è ben conosciuto dai sistemi sociali. Sul piano biologico, è questo per esempio il caso del virus dell’HIV. Tuttavia, una volta che l’epidemia virale si spegne, essa si trasforma in endemia, ossia in una situazione dove l’agente del contagio continua ad esistere ma la popolazione che lo ospita è immune. Solo i nuovi nati o i nuovi arrivati sono esposti al contagio, e questo costituisce la condizione per la somministrazione dei vaccini. Per dare origine a un’epidemia un virus deve essere in grado di infettare gli esseri umani passando da una persona all’altra sopravvivendo ai sistemi immunitari. Dato che la maggior parte delle infezioni emergenti nasce dalla trasmissione di virus dagli animali all’uomo, scoprire quali siano le condizioni che permettono tale salto di specie e poi la trasmissione tra esseri umani è fondamentale per predisporre piani di intervento efficaci ex-post e misure ex-ante. E’ probabile che i salti di specie dei virus da animali a umani sia determinata da qualche anomalia nello scambio metabolico di risorse che avviene tra società e natura. L’allevamento e il consumo di animali per l’alimentazione umana, può essere tra le principali cause del salto di specie, in grado di generare mutazioni tra i virus che posso permetter loro di muoversi tra agenti umani. Uno studio della Fao di qualche anno fa notava come l’espansione globale del modello statunitense di produzione di cibo animale avesse impatti e implicazioni negative per il controllo dei rischi di malattie zoonotiche sia per gli animali che per gli umani. Veniva per esempio notato come l’influenza aviaria derivasse dalla scarsa prevenzione presente nel modo industriale-capitalistico di produzione di polli. La mancanza di adeguata gestione dei rifiuti animali e il trasporto di questi e altri connessi prodotti materiali su lunghe distanze può creare ampie possibilità di contagi patogeni. Pensiamo che l’attuale pandemia sia il prodotto dell’alterazione dello scambio metabolico uomo-natura causata dall’attuale economia globale.

I virus sono parte della storia socio-ecologica del pianeta. Storia umana e storia naturale sono strettamente intrecciate, ma tale intreccio può avere esiti spesso imprevedibili. Tutte le pandemie conosciute e studiate dagli epidemiologi hanno avuto origine in peculiari salti di specie che hanno contraddistinto l’operatività di un determinato virus. Il virus dell’influenza spagnola H1N1 (1918–1919) proveniva dai maiali (la più letale pandemia della storia conosciuta: 50 milioni di persone in due anni. L’HIV/AIDS ne ha uccise 26 milioni in 40!); il virus dell’influenza asiatica H2N2 (1957-1960) e quello della influenza spaziale o di Hong Kong (1968-69) erano di origine aviaria. La malaria e il batterio Yersinia pestis (detto anche Pasteurella pestis), responsabile della peste, sono i due flagelli naturali dell’uomo più antichi conosciuti. La peste ha origine circa 3300 anni avanti Cristo e vanta decine di milioni di vittime. Si sarebbe ripresentato periodicamente attraverso vari vettori, il principale le pulci dei ratti delle steppe asiatiche. Yersinia pestis ha generato vere pandemie storiche come quella esplosa tra il 1347 ed il 1351. Si noti come in quel periodo si stesse manifestando un importante cambiamento climatico che interessò tutto l’emisfero Nord del pianeta, dando luogo ad un’epoca che gli storici del clima hanno chiamato “piccola era glaciale”. Si pensa che il cambiamento climatico abbia avuto qualche ruolo nell’attivazione del bacillo originario. L’impero Mongolo fu la prima vittima, la sua popolazione venne decimata crollando da 125 milioni di persone a 90 milioni. Il bacillo continuò il suo percorso verso Oriente. I mongoli furono vettore di socializzazione del virus che, arrivando in Cina, tornò verso Occidente attraverso la via della seta. Nel 1348 aveva contagiato tutta l’Europa mediterranea e centrale. Nel 1349 la peste arrivò anche in Scandinavia e da lì passò in Islanda e in Groenlandia. Questi cenni servono solo a ricordare quanto la storia della società umana sia sempre stata inscritta dentro la storia della natura.

La storia dello scambio metabolico tra uomo e natura è la storia dell’ecologia mondiale: società, uomo, virus, cambiamento climatico, evoluzione socio-ecologica delle specie (Si veda: Baker, 2008)

Questa è una regola che vale ancora oggi di fronte al SARS-CoV-2. I contesti storico-ecologici sono ovviamente cambiati. Come ricordava qualche anno fa Alfred Crosby, viviamo in un mondo che è diventato in qualche modo un luogo migliore per i virus cattivi e un posto peggiore per noi di quanto non lo fosse il mondo nel 1918, al tempo della “spagnola”. Un sistema metabolico globale fondato sull’immediatezza dello scambio materiale avviluppa la totalità ecologica della terra. Tale metabolismo globale, afferma Crosby, ha però trasformato la terra in una “sala d’aspetto di un’enorme clinica”.  Ma, se in passato ci trovavamo “gomito a gomito con i malati del mondo”, oggi siamo tutti malati (Crosby). Si potrebbe aggiungere alla ormai documentata relazione tra cambiamento climatico, allevamento industriale di animali e insorgenza di nuovi virus anche un fenomeno che spesso viene dimenticato ma che potrebbe essere alla base di tali eventi catastrofici: i traffici illeciti di animali selvaggi.

     2. Wildlife Capitalism: come la natura selvaggia diventa valore

“The skin can be worn, feathers can be used, meat is edible, and organs can be used for drugs [to profit]’’. Questo è la sostanza di quello che può essere chiamato a tutti gli effetti “wildlife capitalism”. Chi cavalca il wildlife capitalism cavalca un’ondata di espansione di profitti, a detrimento della natura selvaggia. La produzione di valore nel wildlife capitalism è contraddistinta dall’intreccio di due caratteristiche. Da un lato, la merce deve essere esotica per avere valore. Fin qui niente di nuovo. Venezia e Genova nel basso medioevo erano centri che comandavano la più grande accumulazione di merce esotica in Europa. Ma la merce esotica, che nel wildlife capitalism è spesso merce viva, deve avere la caratteristica della eccezionale rarità. In breve, la merce deve essere a rischio di estinzione. Nella prospettiva della mercificazione delle specie selvagge, legalità, informalità e illegalità si intrecciano e si confondo. La mutevole combinazione di queste caratteristiche genera sconcertante ricchezza e potere – letteralmente di vita o di morte, anzi di estinzione. Mentre il commercio di wildlife è una costante nella storia, la sua esasperazione, il wildlife capitalism, è un prodotto della società “civile” moderna.

Il WLC è una rete mondiale che avviluppa il globo nella sua interezza e che frutta ai suoi vertici di comando 400 miliardi di dollari all’anno, posizionandosi tra i primi tre commerci legali/illegali più fruttuosi al mondo, insieme al commercio di armi e droga. Secondo la Humane Society International, solo il commercio propriamente illegale (delle tigri per intenderci) è stimato tra gli 8 e i 20 miliardi di dollari. Contrariamente a quanto si può pensare, il WLC interessa ampiamente i mercati dell’Europa e degli USA. Mentre gli USA rappresentano uno dei maggiori esportatori di wildlife, viva e non, a livello mondiale, l’Europa rappresenta uno dei più vasti mercati di arrivo secondo un report dell’Europol del 2011. I Paesi Bassi sono “all’avanguardia” in tale commercio, specialmente nel traffico di merce viva illegale, rappresentando il primo centro mondiale di smistamento e rivendita. La Germania segue. La domanda europea comprende molluschi, rettili, uccelli, coralli. 4 milioni di uccelli vivi, 640,000 rettili vivi, 350 milioni di pesci tropicali vivi vengono smerciati ogni anno e rappresentano in termini di tonnellate il cuore della rete – che è in espansione.

Si calcola che annualmente a livello globale avvengano miliardi di contatti diretti e indiretti tra umani, wildlife e animali domestici, in una moltitudine dispersa di spazi di produzione e luoghi di smistamento che intrecciano centinaia di milioni di vite, umane e non, di lavoratori, venditori e acquirenti. Uno studio della FAO di qualche anno fa mostra che solo nel commercio illegale di pesci tropicali vengono impiegate 36 milioni di persone. Uomini, donne e bambini sono impiegati all’interno di un sistema di dispossesso, appropriazione e sfruttamento basato su semi-schiavitù da debito e lavoro forzato. Si stima che al 2014 il 15% della popolazione mondiale dipenda dalla wildlife per sopravvivere – 1.102.350.000 persone – concentrata in Africa, Asia e Sud America.

La Cina è l’agente primario dell’espansione e riproduzione mondiale del wildlife capitalism, ed è fiorente anche al suo interno. Contrariamente alle aspettative, questo non è un fenomeno rurale. E’ un fenomeno urbano, proprio di città ricche come Pechino, dove il 31% della popolazione consuma natura selvaggia. Le relazioni di valore centrate sulla “merce selvaggia” si dispiegano attraverso una rete di porti, mercati, zone di smercio e contrabbando nascoste, in tutta la regione cinese, da e verso la Cina, e uniscono gli spazi di scambio e consumo urbani ai centri di produzione rurali. La produzione di merce è variegata: cosmetici, medicina, moda, souvenir, animali da compagnia, casalinghi e ovviamente cibo – particolarmente rilevante per la produzione medica tradizionale sono le carcasse, ossa, sangue, peni, pelli della wildlife. Gli spazi di stazionamento e scambio di merce selvaggia si sovrappongono ai normali mercati cittadini di prodotti agricoli. La fortissima prossimità è foriera di scambi metabolici tra natura selvaggia, addomesticata e umana. Cacciatori, intermediari, consumatori e merci selvagge viventi e non, entrano in contatto insieme alle svariate forme di saprofagi che si nutrono dei rifiuti organici prodotti dalle transazioni. Tutto ciò genera una mescolanza e commistione di liquidi e materie organiche eccezionale, creando l’ambiente adeguato per “produzioni ecologiche creative”.

In Cina questa è una realtà storica ma oggi ha assunto i caratteri di un business sfrenato. Mentre è stato calcolato che tra il 2006 e il 2008 quasi il 60% della popolazione cinese ha consumato wildlife, nel 2018, il commercio di wildlife ha raggiunto cifre sconcertanti dell’ordine di decine di miliardi di dollari. Un report del WWF del 2001 segnala – ed è una stima riduttiva secondo gli studiosi del fenomeno – che dieci milioni di tonnellate di animali selvaggi vengono spedite ogni anno a livello regionale e internazionale verso il sud della Cina – produzione consumata principalmente come cibo – e verso l’est e il sud-est – produzione utilizzata per la medicina tradizionale. Tale movimento di capitale e accumulazione dispiega il suo potere dentro la natura selvaggia ponendone a rischio la vita. Nella provincia di Gansu, nel Guangxi e Yunnan e nel Sichiuan, il rischio di estinzione da wildlife capitalism raggiunge una tassonomia infinita di vita selvaggia, vegetale e animale. Nello Guanxi della seconda metà del XX secolo, l’esportazione di wildlife viva illegale – serpenti, tartarughe, testuggini – produce tra il 5 e il 10% del reddito totale derivante dal commercio estero dell’intera regione. Lo Yuann in particolare, è il maggior centro di produzione e smistamento, importazione ed esportazione di merce viva da e verso la Cina sud occidentale e sud orientale. Nella regione Himalaiana, il panda gigante è minacciato dall’espansione del capitale per mezzo di una combinazione di deforestazione finalizzata allo sviluppo urbano e agricolo, frammentazione degli habitat naturali e accumulazione tramite caccia illegale; lo stesso si può dire per il falco sacro. Ben il 40% del WLC illegale cinese è centrato in tale regione – serpenti, pantere, tigri, scimmie sono esempio di merce viva illegale.

E’ rilevante ricordare inoltre la forza dell’attività di lobbying del wildlife capital in Cina: parallelamente allo sviluppo del capitalismo cinese nella sua interezza e proporzionalmente all’espansione di tali commerci, della ricchezza relativa e del lavoro impiegato, sono cresciuti influenza politica e potere di comando, e dunque libertà di azione e forza di riproduzione. Dal 1978, nonostante la maggiore e maggiormente stringente produzione legislativa di livello provinciale nazionale e inter-nazionale – come la Law of Wild Animals Protection of the People’s Republic of China, 1989, nello Yunnan; l’importante bando governativo emanato nel 2004 a seguito della SARS; o gli accordi sino-vietnamiti di cooperazione transfrontaliera per l’implementazione dei patti internazionali CITIES del  1981 – l’accumulazione si è dimostrata inarrestabile: dal 2004 al 2018 è passata da 100 miliardi di yuan a 140 miliardi .

Dal 1980 al 2005, più di 35 nuove malattie infettive sono emerse a livello globale, di cui 13 hanno infettato umani; nello stesso periodo si è assistito al decollo mondiale della accumulazione di wildlife capital, “un’accumulazione per estinzione”. L’origine dell’HIV è collegata al consumo di primati non umani; l’ebola emorragica è stata rintracciata nei pazienti che sono venuti in contatto con grandi scimmie commerciate come cibo; i coronavirus sono associati al commercio mondiale di piccoli carnivori – studi dimostrano che l’80% delle civette che passano dalla produzione da allevamento al mercato risultano essere portatrici di coronavirus.

Ciò segnala la sostanza profonda e il significato storico del WLC: il wildlife capitalism è uno sregolato, anti-umano e anti-naturale meccanismo di accumulazione globale di capitale e malattie all’interno del sistema globale che combina potere, denaro e natura.

Esso incarna la “fantastica” ed infinitamente creativa immaginazione produttiva che contraddistingue il capitalismo storico nella sua longe durèe. Un’immaginazione che però genera poteri antinaturali. (Si vedano per approfondimenti: Li Yiming, Li Dianmo, 1998; W. Li, H. Wang, 1999; Li-Yi-Ming, Gao Zenxiang, Li Xinhai and Jari Niemela, 2000; William B. Karesh, Robert A. Cook, Elizabeth L. Bennett, and James Newcomb, 2005; Sten Broad, Teresa Mulliken,  Dyilys roe 200?; C.R. Shepherd, V. Nijman, 2007; Li Zhang, Ning Hua, Shan Sun, 2008; Niina Heikkinen, 2014; Daan P. van Uhm, 2016).

     3. Scienza e politiche di sicurezza

L’esistenza del SARS-CoV-2 e della Covid-19 pone il problema cruciale del rapporto tra conoscenza scientifica, politica e regolazione sociale. Non è ovviamente la prima volta che tale relazione problematica si presenta. Le nostre società si confrontano spesso con esperti, se non con una “espertocrazia”, per identificare e poi risolvere complicazioni, sfide, minacce. Di solito il consiglio degli esperti è utile per identificare tali problemi, meno per risolverli, compito quest’ultimo che dovrebbe essere della “politica” in senso generale. Che la scienza abbia risvolti politici è cosa nota. Chi può dimenticare le numerose occasioni in cui alcuni settori della scienza si sono alleate con la “politica” contribuendo a generare fenomeni drammatici come il razzismo, o favorendo la messa a punto di distruttivi apparati bellici, o ancora contribuendo in modo più o meno consapevole a generare preoccupanti mutamenti ambientali? Qui non si tratta di essere positivisti o relativisti, dichiarare che la scienza è una copertura ideologica del potere del capitale o invece che è un sistema di produzione di sapere positivo e neutro. Il giudizio sulla scienza è spesso problematico e contingente, viste le controversie, le contese, le polemiche che la segnano internamente, soprattutto in occasione di alleanze con élite economiche. Tuttavia mi pare chiaro che non viviamo in una società governata da un élite di scienziati (meno ancora di scienziati sociali) come avrebbe voluto Comte. Il caso coronavirus è un “prodotto” della scienza, come il cambiamento climatico, nel senso che senza climatologi, o senza virologi, non avremmo mai saputo che il clima stava cambiando e un virus ci stava infettando. Qui si tratta più semplicemente di valutare il fatto che centinaia medici, epidemiologi, virologi, immunologi, e con loro istituzioni come l’OMS, l’ISS e altri centri dedicati allo studio delle epidemie e pandemie e delle politiche necessarie per farvi fronte, mettono in guardia all’unisono contro un virus particolarmente virulento, suggerendo decise politiche di contenimento. A differenza del sostanziale consenso di tutti gli esperti e scienziati sull’esistenza del cambiamento climatico e sulla sua origine antropogenica, l’origine, il comportamento e l’impatto del SARS-CoV-2 sono ancora materia di valutazione e confronto scientifico. Sta di fatto che gli scienziati/esperti esercitano una certa influenza quando si tratta di interpretare fenomeni inattesi, e quando di conseguenza si tratta di prendere decisioni per farvi fronte, e le incertezze che possono segnare le loro opinioni hanno anche conseguenze sul piano delle azioni da perseguire. Muovendosi tra simulazioni e scenari a volte contrastanti, gli scienziati “consigliano” la politica, che deve decidere tra le diverse opzioni suggerite. Anche i movimenti che si oppongono a, o spingono verso, certe scelte della politica spesso si avvalgono della scienza per le loro azioni, come nel caso dei movimenti che chiedono misure contro il cambiamento climatico. Nel caso del SARS-CoV-2, i governi – a volte in maniera riluttante – hanno abbracciato drastiche scelte securitarie che ora ci appaiono ampiamente giustificate. Di sicuro il fatto di voler mettere in sicurezza la popolazione italiana è dipeso dalla gravità reale della crisi, ma ciò facendo il governo italiano e molti altri governi hanno più o meno involontariamente aderito a una retorica della sicurezza e della paura che si è fatta largo negli ultimi anni in molti paesi. Tale retorica aveva funzionato come ideologia ad uso e consumo di comparti sociali che si ricompattavano condividendo definizioni nazionaliste, enunciazioni xeno-populiste, e politiche di respingimento dei profughi che non richiedono grande ingegno e sforzo organizzativo. Il virus cambia la prospettiva e pone all’ideologia securitaria un dilemma materiale: la riduzione delle libertà individuali e collettive ma anche quelle più cruciali del mercato, ossia delle attività economiche. Paesi che già da tempo governano con politiche autoritarie come Ungheria, Turchia, Filippine, Serbia, la Cina stessa, stanno usando l’emergenza virus per rinforzare tali dinamiche. Ma, allo stesso tempo, la decisione bio-politica di assicurare la vita biologica dei membri della popolazione che favorisce pratiche di governo autoritarie si scontra con la restrizione radicale delle libertà di movimento di persone e merci coinvolte nei processi di valorizzazione. Nella protezione della popolazione biologica contano i numeri, e qui l’astrazione riduce ogni vittima del contagio non solo a numero astratto dell’epidemia ma anche a denaro sottratto al circuito dell’autovalorizzazione del capitale. I costi straordinari della cura e sicurezza sociale sono direttamente improduttivi. Qui la bio-politica riafferra il suo originario significato foucaultiano: occupandosi della protezione delle condizioni biologiche della popolazione la sovranità amplia il proprio spettro di azione occupandosi della moltitudine massificata dei corpi. Si manifestano delle tecniche di sicurezza e regolazione dell’organismo sociale che dovrebbero assicurarlo dai pericoli interni ed esterni, ma che amplificano il potere dello stato a detrimento della vita collettiva e delle libertà individuali, come sta avvenendo oggi in diversi paesi. Ma tale restrizione autoritaria delle libertà entra in frizione con le libertà immanenti ai processi economici, rallentandone la valorizzazione. Vi è chi pensa giustamente che in questa messa in sicurezza del corpo biologico della popolazione si creino chiare fratture razziali, ossia che i governi decidano a priori “chi far vivere e chi lasciar morire”, come nel caso delle migliaia di morti delle traversate del Mediterraneo. Non è ancora chiaro come tali spaccature razziali della popolazione potranno manifestarsi. Ma è possibile che si manifestino strategie di abbandono analoghe a quella “razziale”, dove prevale una prospettiva di natura biologica. Per esempio, è possibile che alcune strategie di affrontamento dell’epidemia decidano di privilegiare cinicamente l’abbandono della popolazione anziana e già indebolita al suo destino, risolvendo in questo modo diversi problemi di natura sia organizzativa (sistema sanitario) sia economica. Qui si preannuncia un neo-darwinismo sociale dalle conseguenze imprevedibili.

     4. Corpi biologici e corpi sociali

Il virus ha rimesso al centro della politica i comportamenti umani immediati, nudi, dei corpi, e la loro libertà. Il virus non cammina tra dispositivi (anche se si aggrappa agli oggetti) ma tra esseri umani, presentandosi come un agente di socializzazione della malattia. Per combattere l’agente perturbante occorre ridisegnare drasticamente le movenze, i ritmi, i gesti, le abitudini del corpo sociale, composto da milioni di agenti bio-sociali. E lo si deve fare, almeno qui in Europa, non con il pugno di ferro, ma con suadenti e accettabili ingiunzioni, proprio per evitare resistenze, opposizioni, sottrazioni, facendo leva sulla paura della minaccia virale. In questa battaglia aperta dal potere bio-politico contro il virus non vi sono tecniche in grado di mediare, sostituire, sollevare gli umani dalle loro proprie responsabilità sociali nei processi di contagio. Per ora la tecnologia non è in grado di inseguire il virus e di disabitarlo, ma è in grado di sorvegliare i movimenti dei corpi provando a contenerli, reprimerli, condizionarli. Non vi è apparentemente alternativa all’inibizione delle relazioni sociali. Sebbene reificati, capovolti e immersi in un anonimato senza fondo, tali contatti sono numerosissimi, continui, ripetitivi, quasi meccanici, necessari alla vita sociale nella sua totalità. Ma sono segnati da ampi e pesanti rilasci biologici. Il virus si muove alla velocità dei corpi e delle loro secrezioni. E come si nota è veloce, perché anche i corpi lo sono. Nel bene o nel male, ci sono di nuovo i corpi al centro delle decisioni politiche e non solamente le loro artificiali protuberanze tecniche che dovrebbero sostituirne le relazioni.

Come ogni epidemia, essa tocca marginalmente chi ha meno contatti sociali. Tuttavia, in situazioni marginali estreme come le carceri, la popolazione di tale istituzione totale potrebbe difficilmente sopportare un contagio (e l’indulto rimane l’unica misura di buon senso ora applicabile). La densità sociale delle relazioni è proporzionale al rischio di essere infettati, e queste relazioni sono presenti in ambiti molto differenti sia dal punto di vista delle risorse sia dal punto di vista degli apparati di sicurezza. Le concentrazioni di profughi come quelli che fuggono dal conflitto siriano sono ovviamente esposte in maniera estrema al contagio. Il virus discrimina per lo più dal punto di vista delle diversità biologiche: età, difese immunitarie, patologie, genere. Ovviamente, le condizioni biologiche che amplificano l’impatto del virus hanno anch’esse una componente socio-ecologica. Vivere in salute, con poche patologie, mangiando cibo buono dipende da condizioni sociali che influenzano le debolezze biologiche del corpo umano. Nondimeno, i vincoli sociali di riproduzioni sono soggetti a una metamorfosi biologica che segnano in modo diverso i corpi individuali. Chi non ha accesso ai servizi sanitari rimane in una condizione di estrema vulnerabilità, ed è qui che si aggiunge l’ulteriore discriminazione e selezione di coloro i quali, infettati dal virus, possono avere o meno accesso a posti in rianimazione, vista la loro scarsità.

Qui si apre un ulteriore dilemma: da un lato vi sono coloro che, visto lo squilibrio tra necessità e risorse disponibili del sistema sanitario inorridiscono di fronte al fatto che alcuni saranno esclusi dalle cure e quindi sacrificati, normalmente i più anziani e quelli già segnati da patologie. Dall’altro vi sono coloro che per esempio ritengono che vi sia un eccesso di cura, che siamo “costretti a curarci”. Il virus non discrimina in modo razionale ma solo funzionale.

Occorre notare come le draconiane misure varate per affrontare la “crisi virale” stiano suscitando in tutti i paesi proteste molto più limitate di quanto molti pensavano. E’ vero che siamo ancora in una fase iniziale di “quarantena”, purtuttavia non si può non notare che prevalgono non solo atteggiamenti di inerte quiescenza, ma anche di attivo adattamento, alle misure prese dai governi. Qui possiamo avanzare alcune riflessioni. Possiamo notare che l’emergenza sanitaria che stiamo affrontando stia portando in superficie paure del contagio tipiche di chi si sente minacciato nel suo spazio corporeo. Il timore del contagio e della contaminazione è in grado di rimodulare, come aveva notato Goffman, sia i rituali sociali di separazione e di presa di distanza, sia l’ordine dei corpi nello spazio pubblico, la loro sottrazione o assenza. In termini generali, si può dire che il virus dell’attuale pandemia rappresenta una potenziale violazione del nostro intimo spazio corporeo in grado di generare un esteso “panico dei corpi”, che sta alla base della corrente “politica immunologica”. In questa politica, gli standard igienici da seguire indicano non solo l’aderenza alle regole collettive codificate dai decreti governativi, ma anche un modo per differenziare, dove possibile, sé stessi dall’altro. Il pericolo che l’“altro” generico diventi la vivente minaccia di contaminazione e degradazione del sé individuale, è sempre dietro la porta. Si tratta di capire se tale disponibilità a seguire le ordinanze burocratiche allo scopo di garantire la propria incolumità e sicurezza a scapito della propria libertà, sia una caratteristica tipica della società individualizzata della merce, o se essa sia propria di altre epoche. A dire il vero, la storia delle epidemie e delle pandemie che hanno segnato la storia umana mostrano una costante ma mutevole interazione tra misure sovrane e comportamenti collettivi a protezione della propria incolumità personale. In sostanza, il capitalismo cambia fino a un certo punto le reazioni sociali alle minacce improvvise ed estese. In questo caso, ci sembra di capire che la distanza fisica tra i corpi stia generando un’accidentale, contingente e immaginaria identità collettiva, che nel peggiore dei casi potrebbe trovare sintesi in una rinnovata entità etno-nazionale.

     5. Rischi, pericoli e comunità della paura

L’analisi delle paure avvertite dagli attori ci consente di riflettere brevemente sulla dialettica fra rischi globali – pandemia, cambiamento climatico, recessione – e pericoli quotidiani – le traduzioni locali, personali e quotidiane dell’insicurezza globale – che, come diremo dopo, potrebbe aprire qualche interessante spiraglio di azione collettiva, non solo per far fronte ad altre potenziali minacce ma per costruire possibili alternative al sistema oggi egemone. Alla fin fine le paure sono anche motori di uno strano e cangiante mix di azione e inazione. Pericoli e rischi – globali e locali – sono difficilmente separabili nella realtà empirica. Le minacce che ci cadono addosso a valanga a partire dall’aumento di incertezza del mondo globale influenzano profondamente la nostra pretesa immunità quotidiana. Le certezze di tutti i giorni e la salda sicurezza ontologica che ancora possediamo sono scosse, come nel caso del SARS-CoV-2, dall’esperienza pratica che le cose non vadano per la loro strada, che minacce insondabili si manifestano improvvisamente, pronte a colpirci in qualunque momento. Per quanto sia solida, la sicurezza ontologica dei soggetti è turbata da eventi imprevedibili, da catastrofi, epidemie, incidenti, tanto inattesi quanto dolorosi, che ridimensionano i nostri progetti di vita. Tali fenomeni non possono essere confinati nella nostra sfera personale, e potrebbero costituire una “sana” pedagogia della paura, una bandiera che viene issata per dire “ho paura di…”, come nel caso dei “Friday for future”. Queste paure sono inevitabili, e non possono essere evitate semplicemente adottando comportamenti di elusione e auto-isolamento capaci di erigere barriere fra il sé, l’altro generalizzato e la natura. In una società dove vige il principio della “libertà da…”, il desiderio degli agenti è di proteggere il loro spazio vitale, che normalmente viene pensato come permanentemente posseduto, e la cui violazione provoca ansie e frustrazioni. E tuttavia queste difese sono inutili e infruttuose, poiché tale spazio è contingente, temporaneo, destinato a mutare sotto i colpi di eventi estremi. La sicurezza collettiva e individuale è facilmente alterabile, soprattutto se pensiamo come, in quanto bene pubblico che include un ampio ventaglio di prestazioni sociali, sia stata erosa da processi e politiche. La sicurezza è pertanto sia un bisogno umano sia un diritto che è stato tuttavia scambiato con la “libertà” del consumo.

L’azione collettiva, anche nel caso di epidemie come la presente, potrebbe essere l’antidoto all’individualismo della paura e della merce che delega esclusivamente ad apparati e dispositivi tecnici e burocratici la propria sicurezza. L’instabilità del mondo moderno può trovare in un mix di azione/inazione collettiva una concreta alternativa. L’accento sul collettivo, che si forma nell’esperienza della crisi, può costituire il rimedio possibile a una società prona alla paura individualizzata. Qui le “comunità della paura”, che solitamente reagiscono alle minacce creando barriere, difese e confini, potrebbero trasformarsi in flussi di azione collettiva di ricostruzione e transizione.

Si può imparare da questa crisi, intanto a recuperare il senso della “libertà di” fare qualcosa di utile per se stessi e gli altri, di ricreare azione collettiva, di recuperare il senso del bene comune che in questo frangente è quello della nostra salute, ma anche quello di una natura da reinventare.

Qui avanziamo soltanto l’idea di “risarcimento” o di “ecologia della riparazione”, ma un po’ diversa da quella promessa da Moore e Patel. Si tratta di andare oltre l’artificio retorico che sovente occulta limitate proposte pratiche. Si tratta di pensare non solo in termini di risarcimenti – economici o di altra natura – per chi ha subito le conseguenze peggiori di questa crisi (per esempio il modo discriminatorio con cui alcuni sono stati abbandonati al contagio e all’indigenza), che saranno visibili solo alla fine, ma anche di profonde riparazioni nel modo in cui vengono organizzati i rapporti metabolici tra società e natura. Un’ecologia della riparazione implica l’aggiustatura della frattura metabolica, la decolonizzazione del nostro mondo dalla logica della merce, la liberazione dal lavoro salariato necessario solo per accedere al consumo, il superamento dell’individualismo delle nostre paure e timori, la ripresa dell’azione collettiva in una prospettiva di controllo autonomo e indipendente delle risorse materiali e non.

     6. Fuggire dalla natura, ricomprendere la natura

Ogni relazione storico-sociale è necessariamente una relazione storico-naturale, e viceversa. Gli esseri umani, astraendo dalla logica che guida le loro azioni, agiscono sempre attraverso la natura, per mezzo di essa, su di essa e dentro di essa, e viceversa. Lavoro ed energia sono manifestazione, strumento e risultato di tale totalità storica socio-ecologica di umanità e natura.  In questo senso, il sistema-terra del XXI secolo può essere definito come una ecologia storica capitalista. Al suo interno, il potere capitalista si costituisce ed opera sempre dialetticamente attraverso il potere della natura, umana e non; il potere della natura si manifesta ed opera sempre dialetticamente attraverso la rete capitalista che organizza e ordina lo spazio mondiale e la totalità delle relazioni umane al tempo dell’accumulazione. Contemporaneamente, tuttavia, la rete del capitale globale diventa vettore di ribellioni, contestazioni, insurrezioni, crisi sociali e biologiche.

Lo scenario che si presenta in queste settimane anticipa quelli che si esibiranno in futuro, ossia scenari concreti costituiti da minacce e pericoli materiali per la vita collettiva. Si tratta quindi di un’anticipazione di quello che potrà succedere, e per certi versi anche di un’esercitazione collettiva in vista di più drammatiche emergenze dovute ai cambiamenti climatici. Qui abbiamo due prospettive: da un lato vi è un potere statale nazionale che prova per la prima volta ad affrontare crisi così ampie cercando di conseguenza di distillare procedure, conoscenze, tattiche, strategie, capacità pratiche per mobilitare e potenziare (dopo averle accuratamente depotenziate) organizzazioni come quella sanitaria o contenere milioni di persone in preda al panico. Dall’altro vi sono gli agenti sociali che devono imparare, al di là delle imposizioni, a vivere in modi in grado di sfuggire al contagio e contemporaneamente ai diktat normalizzanti del potere della merce. Gli agenti sociali dovrebbero in questo frangente imparare ad organizzarsi per far fronte a continue e veloci catastrofi, ma la reazione a tali minacce, per come si sta manifestando in queste settimane, non sembra così efficace e scevra da isterismi e panico.

Il modo in cui si reagisce a minacce bio-fisiche – che non sono semplicemente esterne al mondo della vita sociale ma l’esito imprevisto di drammatiche accelerazioni come l’urbanizzazione e la messa al lavoro industriale di centinaia di milioni di corpi – è significativo per capire se vi è un potenziale per muoverci verso una diversa organizzazione sociale, o se le nostre vite sono completamente subordinato alla tirannide della merce.

Possiamo capire i potenziali di liberazione dalla fantasmagoria magica del capitale e del feticismo della merce, fatta di normalità, ripetizione, imitazione, aspettative confortanti, conservazione, dal modo in cui siamo in grado collettivamente di fronteggiare tali minacce, creando alternative alla delega burocratica. Qui non abbiamo a che fare solo con rischi socialmente costruiti, ma con pericoli conclamati che toccano milioni di persone contemporaneamente. Si tratta di minacce che non rimangono allo stato di potenza – manipolate nelle loro rappresentazioni dai processi di costruzione sociale e di comunicazione – ma di eventi che proclamano la propria potenza catastrofica non solo biologica ma soprattutto sociale. Lo scenario presente sancisce che il non-umano entra in modo sconcertante nel sociale ritenuto immune. Non vi è nessuna armonica fusione o ibridazione dell’umano naturalizzato e del non-umano socializzato, ma solo un perverso e imprevedibile amalgama dei due mondi.

L’opinione pubblica ha una più o meno consapevole tendenza a considerare tali eventi catastrofici – e la Covid-19 è una di queste – come prodotti della natura selvaggia e non addomesticata. Di conseguenza, si rafforza la convinzione della necessità di un maggiore controllo sulla natura; la necessità di incrementare il nostro potere sulla natura, di allontanarla – “Usciamo da questa natura diabolica!”. Questa tendenza, che conferma il presunto potere dell’uomo sulla natura, è pura, cieca ironia. La complessità della relazione metabolica che lega società e natura preclude il dominio umano totale. La sua complessità, fondata su un continuo scambio organico e materiale, da un fluire ininterrotto di energia e materie prime, impedisce la scomposizione della realtà materiale della vita: niente di ciò che accade è puramente umano (o artificiale); niente è puramente naturale. In questo senso, se la tecnologia medioevale limitava le alterazioni umane della natura al locale ed al casuale, il potere del geo-capitale si dispiega a livello planetario. La struttura genetica dei coronavirus si è modificata costantemente nel tempo in conseguenza della perpetua interazione con ambienti a loro volta in continua mutazione. Tale produzione genetica creativa è il risultato della commistione di pratiche agricole, di allevamento di bestiame e modi di produzioni, consumo e alimentazione umana e animale alterati dalla tecnica.

Il sud della Cina è solo un esempio di come tale confusione possa generare l’ambiente ideale affinché tali mutazioni possano prendere piede. Come è stato notato, città come Wuhan forniscono il terreno perfetto per l’emergere di nuovi agenti patogeni. Lì vi sono i tradizionali mercati all’aperto che si accompagnano ad enormi fattorie per l’allevamento industriale di animali e a concentrazioni di milioni di lavoratori, molti di questi poveri e con legami e abitudini ancora legate all’ambiente rurale. Le cause della generazione di questi nuovi virus non devono quindi essere ricercate solo in una prospettiva biomedica ma soprattutto nelle relazioni eco-sociali tra umani e non-umani. Evitare tali conseguenze implica una rivoluzione della produzione e del consumo e del modo in cui la società del capitale si appropria del pianeta, che va oltre le scelte dei consumatori finali. Tale modo di organizzare il nesso società/natura tende a minare in profondità le fondamenta stessa della riproduzione della vita umana sulla terra.

La razionalità strumentale non solo penetra la natura come mai nella storia della terra ma espande lo scambio metabolico locale riproducendolo immediatamente su scala mondiale. Così un virus si muove da una città cinese al mondo intero in due mesi – in una frazione di tempo nella totalità dello spazio. La razionalità strumentale del mondo del capitale non solo non è riuscita a liberarsi dalla natura, ma l’ha inconsapevolmente riorganizzata generando effetti imprevedibili e incontrollabili. Lo scambio metabolico tra società e natura, che caratterizza l’intera storia umana, ha sempre creato le condizioni per radicali sovvertimenti di tale rapporto. Pestilenze, pandemie, carestie, guerre, collassi. Nell’era della “razionalità” capitalista, scale e livelli metabolici sono confusi e intrecciati. In questo caos sistemico dei processi di scambio metabolico, dove reti ecologiche e reti sociali si confondono e scompigliano costantemente, si manifesta ciò che è rimasto per lunghi periodi un intreccio silente e nascosto di relazioni e produzioni ecologiche profonde. La realtà è l’irriducibile intreccio di uomo e natura. L’equilibrio tra sicurezza e libertà dovrà essere una produzione storica di tale intreccio dialettico.

     7. Il crepuscolo del geo-capitalismo, ossia come la crisi virale accelera la crisi globale

Il capitale globale è preoccupato da questo virus, anche se alcune sue sezioni hanno provato a minimizzarlo, ignorarlo, o a piegarlo nella direzione di un darwinismo socio-biologico che sembrava scomparso. In ogni caso, questo virus è qualcosa che gli sfugge, che non aveva previsto, così come il cambiamento climatico. Alcuni settori provano a fare profitti con le probabilità di catastrofe generate dall’agire sociale. I catastrophic e pandemic bonds scommettono proprio sulle probabilità che una catastrofe, un’emergenza, una crisi, una pandemia, un terremoto, un ciclone, si possa verificare o non verificare, e con quali conseguenze. Nondimeno, si profila all’orizzonte la fase cruciale di una crisi che ci accompagna in forma più o meno evidente da quindici anni. L’economia globale si contrae, la produzione rallenta, le esportazioni frenano, i consumi precipitano, il lavoro e i redditi spariscono, il denaro si svaluta. Si genera un capitalismo slow, che è quanto di più inverosimile ci si potesse aspettare, visto la centralità della velocità, della rapidità, del dinamismo di informazione, innovazione, circolazione, realizzazione, apprendimento, e così via. La civiltà dell’accelerazione trova qui un suo limite concreto, non astratto e non disegnato dai numeri o dalle previsioni. Qui il denaro si affloscia, il valore rimane cristallizzato nell’invenduto, in un valore d’uso ancora non estratto, ingabbiando così il valore monetario che lo segna. A parte alcuni beni di consumo non durevoli come il cibo, o le tecnologie ICT associate alla situazione di isolamento degli agenti sociali, l’infinità varietà dei valori d’uso s’infrange e scompare di fronte alle norme della separazione sociale. Il consumo implica lo scambio; esso mette in contatto gli individui, anche se non ci si conosce e si è indifferenti l’uno all’altro; la merce mette di fronte, crea incontri, lo scambio di merci disegna la società. Là dove i soggetti dello scambio, ossia gli individui che scambiano, vengono isolati, implica che gli oggetti del loro scambio rimangono dove sono, e che infine l’atto stesso dello scambio svanisce facendo svanire con esso la ricchezza materiale e ridisegnando i modi di esistenza.

La situazione che si profila è caratterizzata dal progressivo diradamento degli spazi di produzione e scambio, facendo balenare l’idea che si tratti di una crisi differente da quelle consuete. Qui non abbiamo solo il periodico implodere delle borse finanziarie. Nella situazione presente, sono proprio le reti integrate di produzione e consumo che si comprimono. Lo scenario non riguarda dunque solo il possibile temporaneo stallo dei processi di produzione e circolazione, ma il loro violento arresto. Le crisi che stavano alla base delle transizioni storiche del capitalismo erano parte di una sorta di “naturale” ciclo sistemico di espansione materiale, contrazione, finanziarizzazione, transizione, proprio della logica dell’accumulazione di capitale. La congiuntura attuale si presenta diversamente: il lavoro si riduce, la produzione frena, gli scambi rallentano non a causa delle periodiche contrazioni o espansioni del capitale globale, ma per un limite materiale che si impone perché il virus e le politiche di contrasto al virus bloccano non solo molti dei settori di produzione di beni e servizi “immateriali” ritenuti finora centrali nel processo economico, ma anche i luoghi centrali della produzione globale di merci e della loro catena del valore. Diversamente da in ogni altro momento nella storia, quando la produzione di valore continuava anche in tempo di crisi, trasferendosi in altri luoghi o ad altri settori economici, oggi lo spazio globalizzato di produzione di valore si contrae pericolosamente. E’ possibile che solo nel momento massimo di annichilimento di valore – ossia di produzione sistematica di valore negativo – una riorganizzazione storica, su nuove logiche o operatività possa concretizzarsi. Come per il feudalesimo, l’Impero Romano, il sistema di città-stato greche, l’Impero cinese, e ogni mini-sistema storico e la successione dei suoi successori storici, nel tempo e nello spazio.

E’ possibile individuare due aspetti generali che accumunano la pandemia attuale e le pandemie del XIV secolo. Il primo corrisponde alla relazione tra condizione storico-sociale e pandemia. In breve: come la peste cavalcò le configurazioni e i limiti socio-ecologici dell’organizzazione feudale, stimolando una nuova organizzazione dello spazio storico, il SARS-CoV-2 sta cavalcando le configurazioni e i limiti socio-ecologici dell’organizzazione sociale del capitale. Come nel contesto del feudalesimo europeo, la pandemia ha utilizzato i limiti storici dell’organizzazione feudale della società per propagarsi – comunitarismo, saperi centrati su magia e miti, cultura della sporcizia, guerra come modo di organizzazione – così la pandemia attuale cavalca la potenza materiale della rete del geo-capitalismo: i mezzi necessari per la sua riproduzione – appropriazione, produzione, circolazione, consumo e scienza della merce-valore – sono al tempo stesso vettore di anomalia e disordine anti-sistema. Una specie di “contro-potere” si manifesta all’interno delle relazioni di valore nello spazio-tempo globale dell’accumulazione, un potente intruso non-umano che agisce, e può agire, solamente all’interno della rete della totalità capitalista che avviluppa nella sua interezza il sistema-terra.

La Covid-19, così come gli uragani, i grandi incendi, l’inquinamento urbano, le guerre, le migrazioni, diventa una condizione endemica del sistema-mondo. Ironicamente, la supposta separazione dell’uomo dalla natura, la frattura metabolica che la razionalità umana pretendeva per poter espandere a dismisura, sta generando un violento movimento anti-sistemico, del quale non sappiamo le conseguenze.

Il secondo aspetto vede invece una ridistribuzione di ricchezza, potere e valore all’interno di agenti, agenzie e processi di potere e produzione. Il passato ci insegna che il lento declino dell’organizzazione del feudalesimo dipese dal declino dei suoi agenti ed agenzie – signori, corti, commercianti, eserciti, confraternite religiose. La ridistribuzione e il declino di potere e valore all’interno dell’organizzazione feudale ha determinato internamente l’emergenza di nuovi centri di potere e una nuova logica dello spazio necessaria per superare i limiti storici socio-ecologici del feudalesimo, ed estendere il potere stesso dell’uomo oltre tali limiti. Allo stesso modo, il declino di alcuni degli agenti e delle agenzie egemoniche del capitalismo –stati, corporation, eserciti – a seguito della presente crisi può generare l’emergenza di nuovi centri di potere.

In altre parole, la covid-19 può causare un collasso a catena, ma temporalmente sfalsato, dei maggiori centri di accumulazione mondiale. Essa può contribuire a riscrivere gli scenari geo-politici, ma non si sa in quale direzione. Possono esserci rimaneggiamenti o metamorfosi dei rapporti di potere globali così come si sono scolpiti nelle fasi convulse della globalizzazione. Ma una trasfigurazione di tali rapporti era già presente prima della Covid-19, costituita da una veloce compressione dei movimenti della globalizzazione, da una riduzione dei suoi traffici commerciali che stava già provocando spasmodiche reazioni in tutti i continenti testimoniati da insurrezioni, crisi politiche, guerre civili. La crisi da virus può accelerare il caos sistemico, mettendo in crisi la quasi totalità delle economie avanzate ed emergenti che dipendono da complesse dinamiche di esportazione e importazione di energia, materie prime, manufatti. Forse si consoliderà l’egemonia sovranista, portando nel breve periodo a una riduzione drastica dei flussi di materia, energia, denaro e umanità tra continenti e paesi. Tale contrazione farà tuttavia i conti con l’impossibile autosufficienza dal lato delle risorse dei paesi sviluppati. Già oggi i consumi dell’Italia costituiscono il doppio della sua bio-capacità, ossia della disponibilità di materie prime. In sostanza, le infrastrutture come strade, ferrovie, alberghi, impianti, centri commerciali, ristoranti, possono funzionare grazie all’importazione di energia, materie prime, forza-lavoro.

Potrebbe avere ragione Zizek, secondo cui “l’epidemia di coronavirus è una sorta di attacco… al sistema capitalistico globale – un segnale che ci dice che non possiamo andare avanti come abbiamo fatto finora, è necessario un cambiamento radicale”. Il cambiamento climatico può avere conseguenze ancor più estreme, al punto da mettere a rischio l’esistenza sociale, se non addirittura quella biologica. La “crisi virale” è già sufficiente per capire che occorre costruirla fin d’ora l’alternativa al capitale, e che forse proprio in questa contrazione globale delle attività socio-economiche si annida una parte di tale alternativa, considerando per esempio la perentoria riduzione delle emissioni di GHG, il miglioramento dell’aria delle città, la diminuzione degli incidenti e della criminalità, la riscoperta degli spazi verdi e dell’attività fisica. In una parola, di fronte alla drastica limitazione di molte attività, società e natura potrebbero riscoprire rapidamente un equilibrio che mancava da tempo. E per fare questo occorre aprire il capitolo della cosiddetta “transizione”. Una società post-capitalista non potrà non porsi il problema delle crisi virali e climatiche, della perdita di biodiversità, delle anomalie nel ciclo del carbonio, dell’azoto, del fosforo, della deforestazione e della perdita di habitat, in una parola della fertilità della relazione metabolica tra società e natura, degli ibridi che emergono dalle violente mescolanze genetiche tra umani e non-umani.

     8. Costi economici e sociali della crisi

Ogni infettato costa molto. Il conto finora per l’Italia si aggira attorno ai 500 miliardi di euro per 130 mila contagiati. 4 milioni di euro per ogni contaminato. Il conto si fa salato, e sebbene crolli il prezzo del petrolio, riducendo così la spesa energetica dei paesi consumatori, i costi di ogni società saranno molto alti, anche perché si tratta di spese improduttive dal punto di vista del capitale. Nemmeno il capitale finanziario resta immune dal coronavirus, sebbene mischiato con altre condizioni di instabilità come la fluttuazione violenta dei prezzi del petrolio: i 700 miliardi di capitalizzazione persi lunedì 9 marzo 2020, sono un indicatore di ulteriori possibili tracolli. Alcuni stimano perdite attorno ai 275 miliardi di Euro solo per il capitale italiano e di 3000 miliardi di dollari a livello globale. Infine, si prevedono 25 milioni di nuovi disoccupati. Forse i futuri vaccini faranno guadagnare un bel po’ di profitti all’industria farmaceutica e di conseguenza al capitale globale, ma rispetto alle perdite il conto è in rosso.  E’ possibile che anche in questo caso ci si trovi di fronte a una shock economy, ossia alla possibilità che vari capitali guadagnino sulle conseguenze di tale emergenza, come già capita con i cat bond, o che si approfitti della crisi virale per trasformazioni radicali dell’organizzazione sociale, come è successo nel caso dell’uragano Katrina.

La risoluzione della “crisi virale” comporterà alti costi sociali. Un alto e spropositato onere è quello che stanno già affrontando i lavoratori del sanitario e di quei comparti della produzione e distribuzione che non possono essere interrotti. Qui si manifesta la profonda centralità della produzione e circolazione di merci per i processi di riproduzione sociale, così come del settore sanitario. Là dove alcuni settori del terziario ad alto valore aggiunto – come lo spettacolo, i servizi aziendali e in generale il comparto della cosiddetta economia della conoscenza – possono pure essere sospesi, il settore sanitario e quello della produzione di merci rimangono al centro delle attività sociali. Il lavoro sanitario è cruciale perché si occupa sia della conservazione della salute dei corpi e della loro capacità di lavoro, sia l’accompagnamento del fine vita biologico della popolazione, come accade nella presente occasione. La scelta di mantenere attiva la produzione di merci centrali per l’esportazione, costringendo i dipendenti a sacrifici e rischi che il resto della popolazione può evitare, rileva la perdurante importanza del lavoro di manifattura, del lavoro operaio per capirci, che tutti avevano dato per morto (peraltro il mantenimento dei settori produttivi centrali per l’economia – come quello di armi che non ci sembra così centrale – sta generando numerose legittime proteste tra i lavoratori). Gli alti costi della “crisi virale” graveranno su un sostanziale aumento del debito pubblico, che si scaricherà probabilmente nel tempo breve su nuovi tagli ai servizi di protezione della popolazione biologica, per la quale si dovrà spendere sempre di più ad ogni epidemia e ad ogni catastrofe naturale. In ogni caso, questo debito accumulato peserà ancora sulle spalle degli oppressi in termini di licenziamenti, peggioramento dei servizi, riduzione della protezione biologica, privatizzazione? E’ possibile evitare questi costi? Sì, facendo finta che il virus non esista, come nel caso del cambiamento climatico. Ma era possibile ignorarlo, come capita nel caso del cambiamento climatico? Sembra di no. Una differenza fra i due tipi di crisi riguarda la temporalità: nel caso della Covid-19 si è convinti che la crisi sia di breve durata e che le misure prese per farvi fronte saranno temporanee e contingenti. Nel caso del cambiamento climatico le misure devono essere permanenti e perciò destinate a influenzare in modo perentorio e definitivo i modi di vita collettivi. In ogni caso, le analogie tra gli scenari sollevati dall’uno e dall’altro orizzonte degli eventi catastrofici sono molte e da non sottovalutare. Questa epidemia anticipa altre possibili pandemie ed endemie provenienti da mutazioni genetiche influenzate anche dal cambiamento climatico, come sostengono diversi studiosi di bio-climatologia.

     9. Nuove future configurazioni

Crediamo nella catastrofe hic et nunc, ma non ancora nel collasso. Il sistema deve inanellare una spirale di catastrofi per precipitare nel collasso. Il caos sistemico del presente può ancora essere affrontato, con ulteriori misure che aumenteranno la complessità del sistema e così anche la sua fragilità. In ogni caso, la catastrofe ridistribuirà profitti e potere a livello globale, concentrandolo in mani dove non c’era o in altre dove già c’era. Le grandi corporations industriali biochimiche, biomediche, farmaceutiche (corporations e centri di studio universitari e non) potrebbero formare il principale blocco di agenti in grado di redistribuire i nuovi profitti derivati dalla produzione e vendita dei futuri vaccini per evitare il collasso, come è sempre avvenuto, e così riconfigurare i rapporti tra capitali nazionali e settoriali. E la modalità più frequente è quella del circuito azionario ed energetico. Come l’organizzazione socio-ecologica feudale, raggiunti i propri limiti, è stata lentamente, gradualmente ed inesorabilmente riorganizzata – non sostituita – dopo la peste del XIV secolo dagli emergenti centri attivi del capitalismo nascente – soprattutto città come Venezia e Genova e poi emergenti stati capitalisti come l’Olanda seicentesca – la pandemia attuale potrebbe far emergere nuove configurazioni di potere. Controversie radicali potrebbero emergere a livello globale nella riconfigurazione del geo-capitalismo, e al centro potrebbero esserci, come accennato, le grandi corporations farmaceutiche e bio-chimiche. Suggeriamo questa prospettiva proprio sulla base della storia che riguarda i vaccini.

Nelle ultime due decadi, i profitti derivanti dai vaccini sono stati quanto mai straordinari e incessantemente crescenti in tutto il mondo, Italia compresa. Tale eccezionale espansione si è materializzata grazie all’estensione del potere di influenza delle corporations biochimiche sulle strutture e agenzie governative della riproduzione sociale. La conseguenza è stata un’esponenziale e immotivata crescita del prezzo delle vaccinazioni – controllo di offerta e domanda. Negli Stati Uniti, mostra una inchiesta del 2014 del New York Times,

Il prezzo delle vaccinazioni è passato da una cifra singola a, in alcuni casi, tre cifre nelle ultime due decadi. […]. I vecchi vaccini sono stati riformulati con prezzi più alti. Quelli nuovi sono entrati nel mercato a prezzi che una volta sembravano impensabili. Secondo il CDC, dal 1986, insieme questi hanno spinto il costo medio per vaccinare un bambino coperto da assicurazione privata da $100 a $2.192 . Persino tenendo conto di ampi sconti, il costo per il governo federale, il quale acquista metà dei vaccini per i bambini della nazione, è cresciuto di 15 volte durante tale periodo. Il più costoso tra i vaccini […] è il Prevnar 13. Esso previene malattie causate dal batterio pneumococco, dalle infezioni alle orecchie alla polmonite […]. Sebbene il vaccino non è cambiato, il prezzo dell’attuale Prevnar 13 è salito in media del 6% all’anno da quando la Food and Drig Administration lo ha approvato nel 2010

E’ importante notare come il potere e l’influenza che si dipanano attorno al capitale biomedico siano in grado di controllare le politiche della salute di molti paesi. Pfizer (US) insieme a GlaxoSmithKline (UK), Sanofi Pasteur (FR), Merck & Co. e Novartis (SW) rappresentano le principali aziende del settore bio-farmaceutico mondiale produttrici di vaccini. La World Health Organization (2012) ha stimato gli introiti per vaccino-casa farmaceutica che riportiamo di seguito al 2010:

Prodotti più venduti nel 2010, Organizzazione Mondiale della Sanità
Prevnar-13 (Pfizer) 13-valent pnenumococcal conjugate vaccine $2.4 miliardi
Proquad (Merck/Sanofi-Aventis) Measles-mumps-rubella and varicella combination vaccine (MMR-V) $1.4 miliardi
Gardasil (Merck) HPV $1.35 miliardi
Prevnar (Pfizer) 7-valent pnenumococcal conjugate vaccine $1.2 miliardi
Fluzone (Sanofi Pasteur) Influenza (seasonal and H1N1

strains)

$1.2 miliardi
Infanrix and Pediarix) (GSK) Infanrix = DTaP

Pediarix = DTap-HepB-IPV (combination DPT-based vaccines with acellular pertussis)

$1.2 miliardi

 

Nel 2014, Il New York Times ci dice: “prezzato a $136 a dose, per un totale di quattro dosi in alcuni casi, il Prevnar è richiesto in molti stati affinché un bambino possa iscriversi all’asilo nido. La Pfizer, che è l’unica azienda a produrlo, ha guadagnato circa 4 miliardi di dollari dal suo Prevnar nel 2013, quasi il doppio del profitto derivante da altri farmaci ad alto profilo quali il Liptor e il Viagra, che ora subiscono la concorrenza dei farmaci generici concorrenti”. Come si può notare, rispetto al 2010, l’incremento dei profitti si aggira a quasi il 50% già nel 2013. Un report della MarketsandMarkets™ (2019) calcola la crescita del mercato mondiale dei vaccini in termini di introiti: da 41.7 miliardi di dollari nel 2019 a 58.4 miliardi di dollari nel 2024. Tale incremento del 24% – 16.7 miliardi di dollari – è secondo l’agenzia integralmente dovuto alla crescita e diffusione del numero delle malattie previsto.

Secondo Standard & Poor’s, numerose corporation del comparto farmaceutico rientrano nella classifica delle più grandi società quotate in borsa a livello mondiale, tra le quali la Pfitzer al ventunesimo posto. Proprio la relazione tra farmaci e finanza segnala il cuore reale della dinamica di produzione di tali agenzie capitaliste. Uno studio collettaneo sul US Pharma’s Financialized Business Model (2017), capitanato da William Lazonick, professore di economia all’University of Massachusetts Lowell, e presidente del The Academic-Industry Research Network, mostra la straordinaria forza della relazione che lega innovazione medico-farmaceutica e finanziarizzazione. Tale connubio consente l’espansione del complesso industriale-finanziario-chimico-farmaceutico in una maniera mai vista sino ad oggi. Così riassume il gruppo di ricerca il caso della Gilead:

La relazione tra innovazione e finanziarizzazione alla Gilead corporation supporta l’ipotesi che l’incredibile guadagno derivante da manipolazione e speculazione sul prezzo delle azioni  è il vero successo di tale azienda, non l’innovazione. La Gilead ha costruito la sua attività acquisendo altre compagnie — NexStar (per $550 milioni nel 1999), Triangle Pharmaceuticals (per $464 millioni nel 2003), Myogen (per $2.5 miliardi nel 2006), CV Therapeutics (per $1.4 miliardi nel 2011), and Pharmasset (per $11.2 miliardi nel 2011). Sono esse che hanno scoperto e sviluppato per lo più tutti i farmaci che hanno generato il totale dei guadagni della Giliead nei sui trent’anni di storia (ivi. pp. 12).

In generale, continuano Lazonick et al., le compagnie statunitensi dichiarano di investire i soldi provenienti dagli alti prezzi dei prodotti farmaceutici in innovazione. Ma le prime 18 compagnie nella lista di Standard&Poor 500 hanno, tra il 2006 e il 2015, distribuito il 99 percento dei loro profitti agli shareholders, il 50% come riacquisti e il 49% come dividendi. In altre parole, tra il 2006 e il 2015, per un totale di a 525 miliardi di dollari, 516 miliardi sono stati ridistribuiti direttamente agli azionisti. Nel nome della “massimizzazione del valore per gli azionisti”, le società farmaceutiche assegnano i profitti generati dagli alti prezzi dei farmaci a riacquisti massicci delle proprie azioni societarie al solo scopo di manipolare al rialzo i prezzi delle loro azioni. “Come nessun altro settore, l’industria farmaceutica mette in evidenza come l’economia politica della scienza sia una questione di vita o di morte” .

Emergenze di potere di questo tipo possono oggi essere il perno attorno al quale la riconfigurazione del sistema potrebbe ruotare. In congiunzione con le agenzie governative, il complesso di potere che emergerebbe in tale maniera potrebbe avere moltissimo da dire in merito alla nuova configurazione di potere mondiale, e i modi di esercizio di tale potere “di vita e di morte”, per utilizzare le parole di Lazonich et al.

Conclusioni

Non vi sono conclusioni da trarre, finora. Il tutto è in accelerato movimento. Le previsioni sono pericolose e impegnative. Tuttavia, si tratta di capire quali fenditure si possono aprire nel tessuto finora soggettivamente omogeno – molto meno oggettivamente – delle società occidentali, se tale crisi distillerà aspettative differenti in relazione al futuro. Gli orizzonti delle società del Nord globale dipendono strettamente anche dal presente e futuro delle società dei paesi emergenti di nuova industrializzazione e del cosiddetto Sud globale. Il futuro dei paesi più sviluppati, come dell’Italia dunque, sarà legato alle conseguenze che il resto dei paesi non occidentali dovrà affrontare in termini di devastazione economica, sociale, politica ed ecologica a seguito del blocco totale da virus, e alle prospettive della ripartenza. Viviamo tutti in un unico spazio globale. Non siamo ottimisti per principio. Seguiamo gli eventi per identificare alternative da suggerire, nodi gordiani da sciogliere, biforcazioni da sperimentare, per un mondo migliore.

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