Il design? È un polipo e un pipistrello

Nella sua ricerca di internazionalizzazione e di ri-definizione della propria identità, a partire dal 2000, Torino ha fatto del design uno dei principali motori di cambiamento, forza trainante per lo sviluppo economico, sociale e culturale del territorio. Ne parliamo con Claudio Germak1, architetto e designer, da noi intervistato sull’evoluzione ordinamentale del design nelle Università italiane.
D. Al Politecnico di Torino il Dipartimento di “Design industriale” sarà rinominato in dipartimento di “Design e comunicazione visiva”. Quali cambiamenti culturali e sociali sono sottesi alla nuova titolazione?
R. Il design non è più solo mobile, automobile e moda. Questi settori del made in Italy sono stati e sono importanti per la nostra economia e grazie a loro il mondo ci osserva da tempo, apprezzandone la vitalità e la creatività. Dietro c’è l’impresa italiana e la sua capacità di assicurare qualità al prodotto pur nel cambiamento dei modi di produzione: da artigianato, quale era ancora sessanta anni fa, all’industria.

L’artigiano del dopoguerra, autonomo dall’idea al prodotto, via via ha indossato il vestito dell’imprenditore, articolando il processo e distinguendo ruoli e competenze: costruttore, progettista, esperto di mercato e della comunicazione.

Ovvio, dunque, che il progettista di prodotto fosse principalmente un designer industriale e su questa figura si concentrasse anche la formazione, universitaria e non.

Fino a che questa titolazione, “industriale”, è diventata stretta. Da un lato, infatti, si sono ampliati i settori di interesse del design. Oltre a mobile, automobile e moda, è cresciuta la domanda di progetto per sport, salute, benessere, lavoro, cibo, solo per citarne alcuni che non sfociano unicamente o necessariamente nella realizzazione di oggetti.

Dall’altro si è modificato l’approccio: oltre al design di prodotto è cresciuta una domanda per il design del servizio e per quello strategico e – insieme a questi nuovi ambiti – la convinzione che il designer non possa essere il solo artefice del progetto, ma vada affiancato da ergonomi, medici e cognitivi, economisti, ambientalisti, ingegneri gestionali e altre importanti figure della cultura, sia umanistica sia tecnologica.

È cambiata, insomma, la domanda dell’impresa stessa per il designer: non solo più “come fare”, ma anche “cosa fare” e talora “dove fare”.

Intorno alla metà degli anni ‘60, Giovanni Klaus Koenig, grande e soprattutto -qualità rara – ironico critico del design, intitolava così il suo capolavoro di osservazione sul design: “Il design è un pipistrello, mezzo topo e mezzo uccello”. Stava a dire che il design, proprio quello industriale, è per metà vincolato alla funzione e alla produzione e per metà è pura creatività.

Trent’anni dopo mi sono permesso, conservandone la memoria zoomorfa, di proporre una nuova definizione: “Il design è un polipo: curioso, tentacolare, mediatore di bisogni e di saperi”. Un design che amplia la sua ricerca a 360°, indagando tra le grandi problematiche contemporanee – quella della sostenibilità, della condivisibilità, delle reti – preoccupato di riunire intorno a sé i saperi fondamentali per elaborare visioni condivise per il futuro.

Da questa compagine interdisciplinare si attende oggi una riflessione che prima ancora di elaborare soluzioni convinca il mondo sulle nuove visioni. Ad esempio: in un pianeta affollato di prodotti, in cui il consumo è diventato contraddizione tra simbolo di sviluppo e disagio ambientale, non occorre forse non produrre di più ma produrre meglio?

Non conviene concentrarsi – e qui sta il ruolo dell’Università per prima – sul progetto dell’approccio piuttosto che su quello del prodotto, che comunque esisterà sempre, ma, speriamo, giusto, pulito e bello?

Da qui, la risposta che il Design Politecnico di Torino si è data: porre “l’uomo” e non “il prodotto” al centro del progetto, considerandone le diverse culture, esigenze e attese. Certo, senza dimenticare affatto il prodotto, che però non è più solo industriale.

Siccome promuoverà questi nuovi concetti, il “Disegno Industriale” nelle Università italiane cambierà titolazione in “Design”, come proposto dalla Comunità Nazionale della disciplina al CUN nel mese di novembre 2009.

Al Politecnico di Torino il nuovo corso triennale, a partire dal prossimo anno accademico, si intitolerà “Design e Comunicazione Visiva”, con due indirizzi: “Design di prodotto” e “Design grafico e virtuale”, mentre la laurea Magistrale avrà come titolo “Ecodesign” e sarà per ora l’unica in Europa scientificamente orientata sul design sostenibile.

D. Appunto: sostenibile. Come evidenziare in breve i nuovi rapporti tra design e territorio e con la sostenibilità ambientale?

R. Nel nuovo umanesimo che pone “l’uomo” al centro del progetto, atteggiamento che non è solo del design, il territorio diventa lo strumento per il riscatto dalla globalizzazione.

Viviamo un periodo storico in cui il valore “territorio” – seppure in modo diverso e qui sta l’interesse del fenomeno – mi sembra condiviso dalle comunità, scientifiche, produttive, politiche e dei consumatori.

Limitandomi al design, l’ambito che conosco meglio, darò qui alcuni esempi di questo cambiamento.

A livello di macroscala possiamo dire che, piuttosto che sul “made in Italy”, visto che molte imprese italiane hanno spostato la loro produzione altrove nel mondo, conviene a noi riflettere sul “designed in Italy”, cioè un brand molto territoriale: creatività e progetto, che è caratteristica nazionale, tuttora vivace e fertile.

A livello di microscala: credo che “piccolo, locale e sostenibile” siano le tre parole chiave sulle quali il mondo intero, a cominciare dai paesi emergenti, stia iniziando a discutere.

Grandi industrie ripensano al loro posizionamento sul mercato in cui riesce ad avere spazio anche il prodotto artigianale, quello di eccellenza, che riporta l’attenzione sui valori, appunto territoriali, della tradizione e della cultura materiale.

Sony pensa a una nicchia di prodotto tecnologico che si veste con gli antichi e preziosi procedimenti di laccatura orientale. Alessi ha dato vita, non da oggi, alla produzione Twergi, dove artigiani del legno e dei metalli fabbricano antichi e nuovi strumenti per la tavola e la cucina, veicolati negli show room urbani e aeroportuali di diversi continenti.

Quale migliore strategia per il rilancio, anche economico, dell’artigianato?

Grandi comparti, fatti però di piccoli e locali produttori, come quelli emergenti per l’eno-agro-alimentare in Piemonte, orientano la cultura della sostenibilità sia per la produzione sia per il consumo. La declinazione del concetto petriniano del “buono, pulito e giusto” sta assumendo veste scientifica nel tentativo di definire un indice di qualità del prodotto su cui le aziende del territorio, nell’ambito della filiera corta, possano misurarsi e crescere in funzione della qualità reale e percepita del prodotto.

E proprio questo è un programma di ricerca interdisciplinare a cura dell’Università degli Studi di Torino, dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e del Design Politecnico di Torino.

C’è poi da parlare anche del Design sistemico. Approccio fortemente condiviso dal Design Politecnico di Torino, diretto da Luigi Bistagnino, il design sistemico sposta la visione sostenibile a partire dai modi di produzione, promuovendo il concetto che ogni rifiuto (output) delle fasi di produzione può diventare risorsa (input) per nuove fasi di altre produzioni.

Una produzione, industriale o artigianale non importa, concepita, insomma, non in modo lineare ma, appunto, sistemico, in cui si pensa al reimpiego del rifiuto non a fine vita del prodotto ma a cominciare dall’architettura del processo produttivo.

È così, ad esempio, che dall’escavato dei tunnel per l’alta velocità, problema regionale, attraverso un originale processo sistemico si arriverà a produrre, nell’ordine, prima, ottimo riso, realtà regionale, poi una buona birra… fabbricata da un imprenditore speriamo locale!

Che ruolo gioca qui il design? Quello di una disciplina, come si è detto, in grado di connettere intorno a sé saperi diversi, allenata alle nuove progettualità e abile nella comunicazione delle nuove visioni.

D. Per ritornare all’artigianato da cui eravamo partiti: in questa nuova rivisitazione culturale, sociale economica del design – e anche considerato l’approccio “sistemico” – quali ritiene siano le prospettive di partnership del nuovo design con l’artigianato locale?

R. Last but not least, c’è l’ artigianato-comunità-design. Ulteriore filone di ricerca sulla sostenibilità dei processi, in cui il Design Politecnico di Torino è da alcuni anni impegnato.

Il valore territoriale dell’artigianato, fenomeno condiviso da quasi tutto il territorio nazionale – pur con le proprie specificità: dal vetro di Murano alle ceramiche di Caltagirone, dall’artigianato fiorentino al legno della Valle Varaita – è diventato un problema di identità.

Si pensa, cioè, che il design possa contribuire al suo riscatto, sempre non da solo, dando nuova architettura ai diversi sistemi territoriali, lavorando non sul singolo artigiano ma sulle comunità, promuovendo processi di lavorazione sostenibili e tecnologicamente adeguati, fornendo non progetti conclusi ma linee guida, inventando nuove occasioni di promozione in grado di attirare il consumatore, soprattutto quello giovane.

1 Claudio Germak,professore straordinario di Design al Politecnico di Torino, DIPRADI (Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale)

15/06/2010

 

 

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