Il limite e l’illimitato. Una archeologia del disastro presente

“Astieniti dall’infinito!” Così suona il monito dei pensatori cosiddetti “pre-socratici”. Anche Platone considera la finitezza come perfezione. Ma la nostra vita è plasmata sul desiderio romantico dell’infinito: la crescita economica continua e senza limite; è il mondo del dottor Faust, permeato dello spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, «un’agitazione continua lo porta lontano», come la descrive Goethe che Werner Sombart cita in Il capitalismo moderno (1902).

Quello che questa agitazione persegue è il profitto; che si misura aritmeticamente: e i numeri sono infiniti. La realtà empirica, la realtà naturale, invece reca il segno della finitezza; nelle forme vitali l’infinito si manifesta come patologia (l’infinita riproduzione delle cellule è il tumore); in generale, rispetto al finito, l’infinito si manifesta come forza distruttiva.

La fiamma che brucia il mondo

Non si tratta di un paradigma filosofico. Il tentativo del G20 è stato proprio quello di mettere un limite allo sviluppo per tutelare la realtà naturale che si sta bruciando sull’altare dell’infinito. Non a caso Naomi Klein ha utilizzato una metafora particolarmente efficace: il “mondo in fiamme”. Infatti, la fiamma brucia finché c’è qualche cosa da bruciare; la spinta all’infinito continua finché essa ha consumato tutto quello che è finito, vale a dire tutto quello che è vivo, tutto quello che si sviluppa nel cerchio di nascita-pieno sviluppo-morte. La visione lineare del tempo, come una freccia diretta all’infinito, si è sostituita all’immagine circolare del tempo, da quando il deus absconditus del Cristianesimo ha fatto la propria comparsa. A differenza del dio ebraico, il dio cristiano è la potenza dell’infinito, e il desiderio dell’uomo, di divenire Dio è il desiderio di divenire infinito. Pare che l’infinito si sia realizzato nella storia come sviluppo capitalistico.

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