Il ministro Cingolani sbaglia. Il futuro dell’energia non è nel nucleare diffuso

(Riprendiamo da Strisciarossa l’articolo di Ugo Leone, condirettore di “.eco”, in risposta alle dichiarazioni del ministro Cingolani su nucleare e presunti “ambientalisti radical chic”)

Poiché da oltre 50 anni mi occupo di cose che hanno a che fare con la qualità dell’ambiente e della nostra vita, vengo considerato un ambientalista.
Non so quanto radical e quanto chic. Quindi non so se rientro nella lista di quelli così definiti dal ministro Cingolani. Il quale, evidentemente non a caso, dirige un ministero che non ha più la parola ambiente nella sua denominazione.

Ma è diventato il Ministero della Transizione ecologica. E ora abbiamo anche meglio compreso che cosa si intende per transizione applicandone correttamente il significato di passaggio. Da ambiente ad altro.
Tutto nasce dal fatto che nel suo intervento all’apertura della Scuola di formazione politica «Meritare l’Europa», il ministro ha affrontato il problema del mutamento climatico e del triste futuro che potrebbe attendere chi vi sarà. Poiché non poche responsabilità come causa di questo mutamento sono attribuibili all’uso di combustibili fossili occorre trovare rapidamente fonti di energia alternative che li sostituiscano.

“Ambientalisti folli contro il nucleare”

Foto di Markus Distelrath da Pixabay

Tra queste Cingolani propone il nucleare. Una fonte di energia che non deve rappresentare un tabù: «si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante: ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non ancora matura, ma prossima a esserlo».

Di conseguenza «se a un certo momento si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso, è da folli non considerare questa tecnologia».
Questi “folli” sarebbero principalmente «gli ambientalisti radical chic» in compagnia «di ambientalisti oltranzisti, ideologici, peggiori della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato».
Non so se il ministro ha mai letto Sebastiano Vassalli il quale tra le tante altre ottime cose, ha scritto due favolette “sulla creazione del mondo” che altre volte ho citato dopo averle lette con vivo e compiaciuto divertimento.

La favola della creazione del mondo

Nella seconda racconta che Dio per punire l’uomo e la donna della loro disubbidienza e della loro superbia, “li portò in una terra dove l’unica stagione era l’inverno e… soltanto una pianura coperta di ghiaccio”. È facile immaginare quanto grama fosse la vita di questi due nostri progenitori.

Ma Dio diede loro anche una casa per rifugiarsi dal freddo e dalle intemperie. E qui viene il bello. Perché “la casa di Dio era una specie di castello, con decine di stanze; era tutta in legno, come sono spesso le case dei paesi nordici, e per le sue dimensioni e per la sua forma avrebbe fatto inorridire qualsiasi ambientalista di oggi.

Era troppo grande, infatti, rispetto a tutto ciò che le stava intorno; era troppo bianca rispetto al grigio della scogliera; era troppo bella in quel mondo di ghiacci e di nebbie. (Ma all’epoca della creazione del mondo, gli ambientalisti ancora non esistevano e Dio faceva quello che voleva)”.
Oggi gli ambientalisti esistono e anche della loro scomoda esistenza va tenuto conto.
Ma tornando al nucleare, il problema non è essere anti o filo nucleare, o più o meno rispettosi del risultato di un referendum popolare che escluse la possibilità che in Italia si costruissero centrali nucleari.

Dove costruire le nuove centrali?

Chernobyl. Foto di Robert Armstrong

Il problema sta nel dove. Mi spiego.
Quella nucleare è una fonte di energia che o si sposa in toto come ha fatto la Francia, per esempio, o dà un modesto contributo alla soluzione del problema. Generalmente l’opposizione a questa fonte di energia dipende dai rischi collegabili al funzionamento delle centrali oltre che ai “pochissimi chili di rifiuto radioattivo”.

Ma è anche vero che tutti i tipi di produzione di energia presentano rischi variamente classificabili. Tanto che è stato coniato lo slogan “No Risk, No Energy”.
Significa che non esiste produzione di energia che non abbia la probabilità di alimentare un rischio per la popolazione, per gli animali, per l’ambiente in generale. Dunque, se, come unanimemente affermato, non esiste rischio zero bisogna anche fare scelte su quali rischi valga comunque la pena di correre dati gli obiettivi che si intende raggiungere e dei quali non si ritiene di poter fare a meno.

Servirebbero tante centrali, ad alto rischio

Foto di Ben Kerckx da Pixabay

È proprio questo il concetto di rischio accettabile, in parole molto semplici: si vuole altra e più energia (o più un’altra cosa)? e allora bisogna anche fare i conti col rischio che ciò comporta: a noi valutazione e scelta. Senza trascurare, però, che per parlare del futuro dell’energia è necessario parlare non solo di tecnologia ma anche di ambiente, economia, finanza e società.
È quanto attiene alle centrali nucleari il cui rischio, malgrado l’avanzamento tecnologico, è sempre incombente. Ecco perché, dicevo, il problema sta nel dove.
Se non basta fare un po’ di nucleare per risolvere il problema e nel piano energetico si volesse sposarne comunque la causa, bisognerebbe immaginare tante centrali da garantire almeno il 25-30% del fabbisogno di energia (vale a dire, più o meno una quarantina di milioni di tonnellate di equivalente petrolio).

E in un Paese come l’Italia sismico, idrogeologicamente dissestato e anche un po’ vulcanico dove le metteremmo? Non c’è posto per un nucleare diffuso e il poco nucleare darebbe un contributo talmente minimo da non giustificare il rischio.

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UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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