Il nuovo razzismo è identitario

[Nell’immagine di apertura, la Giornata mondiale contro il razzismo che si celebra il 21 marzo]

“È triste, in un terzo millennio già avanzato, doversi ancora occupare di razzismo. Purtroppo, la storia non è maestra di vita, e noi comunque siamo dei pessimi allievi. Infatti, abbiamo assistito troppe volte al ripetersi degli stessi tragici errori del passato”. Così inizia il denso volume di Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’Università di Genova che continua le riflessioni contenute nel volume scritto in collaborazione con Guido Barbujani, Clelia Bartoli e Federico Faloppa, Contro il razzismo. Quattro ragionamenti (Torino, Einaudi, 2016). Aime vive a Torino e non potrà non ricordare la manifestazione torinese degli anni Novanta “Identità e differenza.” Perché ricordare questa grande rappresentazione per la collettività e parlare di una forma di antropologia culturale “per tutti”? Esattamente come “Terra Madre”, rassegne che mettono in comune esperienze fra popoli e culture. Torino viene considerata una città multietnica e, se guardiamo al “Salone del Libro” e alle altre attività ora menzionate, è realmente una delle città “a basso tasso di discriminazione etnica”.

L’identità culturale della città metropolitana può essere presa come esempio di identità multipla e non discriminatoria. Aime nel suo libro ci insegna come possa essere concepita l’identità in senso non discriminatorio. Si arriva con l’esperienza e la conoscenza a cogliere il significato arricchente delle culture “altre.” Si arriva empiricamente a concepire l’idea di superare i confini tra essere umano e essere umano in chiave solidaristica. Anche l’antropologia culturale è un “rito di passaggio” che ha avuto bisogno di tempo per districarsi dalle fallacie pseudo-scientifiche (lumeggiate da Luca e Francesco Cavalli-Sforza, Chi siamo, Milano, Mondadori, 1993) implicite nella sua “fase aurorale”.

Sul piano teorico il razzismo è una creazione del secolo XIX, in special modo dell’antropologia positivistica inglese, francese, tedesca e anche italiana; sul piano pratico, la discriminazione sulla base della razza data, si può dire, dagli inizi dell’età moderna, con lo sviluppo dei colonialismi spagnolo, portoghese, olandese e inglese. Il Novecento è finito, le ideologie che lo hanno caratterizzato sono sparite – ma il razzismo che ha rappresentato un parte significativamente drammatica del Novecento è ricomparso in pieno XXI secolo.

Secondo Aime il discorso del razzismo affonda le proprie radici nella “ossessione illuminista per la tassonomia” (p. 19), cioè per la classificazione del reale organico e inorganico. Ma, applicato all’essere umano, il metodo tassonomico fornisce, già al suo inizio esiti contraddittori, come rilevato già da Charles Darwin (L’origine dell’uomo e la selezione sessuale (1871)): c’è chi ha pensato che ci sia una sola razza umana e chi ha pensato che ce ne siano sessantatré. Una tassonomia evidentemente arbitraria, ma che implica sempre un giudizio di valore (“superiorità”/“inferiorità”); qui la tassonomia diventa separazione e la separazione si concretizza in spinta all’esclusione. Alcune di queste tassonomie si saldano a percorsi cognitivi nel quali “la pelle diventa l’elemento ancestrale, proiezione del diverso in chiave negativa, e riduce l’individuo a corpo” (p. 31). Propriamente, dunque, le razze non sono, ma sono inventate. E in tale percorso “creativo” un ruolo importante ha avuto l’aristocratico francese Joseph-Arthur de Gobineau con il suo Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane (1853-1855), naturalmente ripreso dall’ideologia del Terzo Reich (pp. 47-48) e nella formulazione delle posizioni antisemite (pp. 48-60) che hanno caratterizzato i diversi fascismi. Come ha scritto Tahar Ben Jalloun (citato da Aime a p. 73), “Il razzismo è ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze”.

Ma il razzismo è stato vinto sui campi di battaglia e attraverso una nuova educazione umanistica e democratica dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, l’idea di razza (come la si ritrova in Gobineau e nei fascismi del XX secolo) è uscita dal proscenio della storia per rientrarvi in forma nuova: “a sostituire il paradigma biologico del pensiero razziale e razzista è subentrato un nuovo quadro di riferimento: quello culturale. Il nuovo razzismo si configura come “identitarismo culturale” (p. 107), soprattutto attraverso l’ultimo tratto della globalizzazione economica; in questa fase, come ha scritto Régis Debray (citato da Aime, a p. 112) “Gli oggetti si mondializzano, i soggetti si tribalizzano.” Soprattutto negli anni più recenti si assiste a “una sempre maggiore esaltazione dei confini nazionali” (p. 115); l’indebolimento (relativo, ma reale) dei confini politici e amministrativi ha come corrispettivi “altri confini di carattere simbolico”, vale a dire etno-culturali; soprattutto in relazione all’incremento dei flussi migratori: “L’immigrazione ha anche scombussolato l’immaginario di molti europei e in particolare degli italiani” (p. 117); l’Italia si è sempre pensata come un paese monoculturale e non ha ancora fatto del tutto i conti con il proprio ancora vicino passato.

I recenti flussi migratori si sono innestati su una scena economica e sociale fortemente connotata dalla crisi finanziaria del 2008. Su questa nuova scena “si è precipitata con inedito furore una destra xenofoba, alimentando pause già diffuse e additando negli immigrati i colpevoli di una crisi dai connotati e dai contorni per lo più indecifrabili” (p. 118). La spinta all’identità, determinata dalla paura e dalle scarse cognizioni in materia economica, sociale e politica, configura il nuovo razzismo che cade sempre sotto la triplice ‘linea’ di “classificare”, “separare” , “escludere”: perché l’identità, in questo senso, tende a costituirsi e, di fatto, si costituisce, come “identità contro” e si unisce a una rinnovata mitologia dell’ “uomo solo al comando”. L’identitarismo si configura come populismo: “un mondo cattivo ha bisogno di gente forte al comando, questo è il messaggio. È così che il populismo si trasforma in populismo sovranista, che cresce e prospera catalogando le paure, capovolgendo la politica da soluzione a inventario e coltivazione dei problemi, denuncia permanente delle colpe altrui” (p. 137). Tuttavia, se, nel passato, “a utilizzare il vessillo identitario sono state storicamente le minoranze etnico-linguistiche, che rivendicavano autonomie o indipendenza”, ora la situazione vede entità non minoritarie agitate dalla paura del diverso, abilmente coltivata dalla “cattiva politica”; “si perviene a definire una comunità “buona” – la nostra- contrapposta, per estensione delle devianze di pochi, a tutt’altra comunità – gli altri- cattiva e minacciosa” (p. 151). Certo, come ha notato l’antropologo culturale Francesco Remotti, “identità” è “uno strumento molto potente (e avvincente) di riduzione della complessità” (P. 163), alla portata di un certo “senso comune” affatto aproblematico e strumentale.

Nei nuovi volti del razzismo “il popolo da demos diventa ethnos e la frattura di classe viene riconfigurata in termini etnoculturali” (p. 181). Il determinismo culturale finisce per svolgere la stessa funzione che svolgeva, nel vecchio razzismo, la (presunta) biologia, evocando le stesse immagini di “purezza” della identità, di semplificazione dei problemi economici e sociali, di esaltazione di un “decisionismo” personalistico come base della politica. Il rischio è grande; come ha scritto Hannah Arendt (citata da Aime a p. 209): “La trasformazione di un popolo in un’orda razziale è un pericolo permanente nella nostra epoca”. E molto può fare, di fronte a questo rischio, l’antropologia culturale, come mostra efficacemente questo libro di Aime.

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TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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