Il paradigma “Natura” per una cultura dell’abitare il Mondo.

Dalla Carta boliviana dei diritti della Natura di Evo Morales, alla recente “Costituzione della Terra” di Raniero La Valle ed altri, all’Enciclica “Laudato sì” di Papà Francesco, fino ai pensatori dei principi di armonia tra Pianeta e specie Umana. Un itinerario in più puntate tra dichiarazioni nazionali e scuole di pensiero dedicate a “Gaia”. Recuperare l’Etica della Natura come principio base per chi nella Natura riversa passione, professione e cultura.

 

Sull’onda delle riflessioni, dei ripensamenti e delle emozioni, che il tempo della pandemia 2020 porta con sé, le attenzioni del pubblico e di parti del mondo della cultura, stanno curvando alla questione del posto dell’uomo nella Natura.  L’equazione Pandemia e nostro rapporto con lo sfruttamento delle risorse del Pianeta, è divenuta una formula che sta sempre di più accumulando dimostrazioni sulla sua correttezza.

Si deve partire dalla definizione del posto che occupa la nostra specie nella catena degli esseri viventi, sancito dal famoso saggio di T.H. Huxley, Il posto dell’uomo nella natura, nel quale l’uomo viene rimesso nella sua corretta posizione, e non al suo esterno, come sino ad allora il pensiero dominante occidentale aveva lo aveva collocato.

Un passaggio tutt’altro che banale, perché ne afferma al contempo tutte le conseguenti “dipendenze” dalla rete della vita, scoprendo che la sua presenza sul pianeta ha dei limiti e che questi limiti sono stabiliti da leggi generali non modificabili.  Un tema poi ripreso nell’omonimo testo di Theilard de Chardin, che ne interpreta la sua evoluzione in una sua visione ancora più evoluta, con il conio del concetto di “noosfera”, ma sempre in connessione con la storia della vita o da Max Scheler con la sua Antropologia filosofica. Ma di tutto ciò scriveremo in una prossima occasione.

Perché parlare di questi temi? Per essere molto più coscienti di quanto non lo siamo stati sino ad ora, su quali sono le regole di base che infondono la nostra esistenza sul Pianeta. Perché troppi accadimenti in particolare dell’ultimo secolo scorso che continuano anche nel nuovo millennio, dimostrano che ancora troppe persone, ai vertici come tra i cittadini, pensano che la civiltà umana possa disporre a suo piacimento di ogni risorsa: e qualora questo non sia possibile nell’immediato, la tecnologia ci penserà a trovare una soluzione, che diamo per certa.

Ma questa visione presuppone la mancanza di un rapporto etico di maggiore coscienza con il Mondo che ci ospita:  e quindi li, sulla questione del vedere il Pianeta come un soggetto con cui relazionarsi e non come oggetto da usare, si fonda un approccio etico nuovo, comprensivo del Pianeta, oltre che delle comunità umane.

L’Etica della natura o ambientale è una questione che ci riguarda tutti – e quindi anche coloro che di essa si occupano per motivi di ricerca e di gestione come nelle aree protette – e che sempre di più deve aiutarci a porci su un ponte tra scienza e filosofia: la base della costruzione di una coscienza “naturale” e non solo “umana”.

Quella coscienza alla quale la recente crisi pandemica deve portarci a riflettere, pena aver in buona parte sprecato il tempo che questa crisi ci ha donato per riflettere sul nostro modello e concezione di vita. Su questo argomento anche altri collaboratori di .ECO hanno di recente pubblicato riflessioni come l’esperienza della dr.ssa Silvia Mongili e della sua scuola di ecopsicologia in Sardegna .

In questi mesi di messa alla prova del nostro vivere con la dimensione planetaria dei problemi, scatenata dal caso Coronavirus, sta sempre di più emergendo il valore fondamentale del rispetto delle forze e delle risorse del Pianeta, che diviene anche, in una sorta di rispecchiamento speculare, la via per curare con maggiore attenzione l’atteggiamento verso il nostro corpo e noi stessi. L’Etica appare quindi sempre di più non solo lo strumento per regolare i rapporti tra gli umani, ma anche tra noi e gli oggetti naturali.

I capisaldi di questo telaio di pensiero e di culture sono molti, e in questo primo articolo avviciniamo alcuni principi di rispetto stabiliti dalle comunità a diversi livelli verso la natura e il Pianeta, che proseguiremo in prossimi appuntamenti. Nei successivi appuntamenti scriveremo di altri esempi legati ai “principi”, per poi toccare anche sfere più profonde, che coinvolgono il pensiero di intellettuali e pensatori che dal 900 ad oggi ci hanno lasciato una mole considerevole di patrimoni tra natura e cultura di pensiero: da Aldo Leopold, a Arno Ness, a Hermanne Hesse, a Raimondo Panikkar e Hans Jonas tra gli altri.

Il culto della Terra e del suo valore etico in se ha radici lontane, anzi lontanissime, e quindi oggi chi vuole orientarsi a questa maggiore consapevolezza di essere “una componente” e non “la componente principale” della vita sul Pianeta, deve guardare indietro nel tempo a paradigmi di culture di migliaia di anni fa, alle quali si rifanno anche recenti iniziative, assunte a diversi livelli, tutte legate da un unico fil-rouge.

È bene partire, per rispetto della storia antica, dalla tradizione del sud America legata alla Pachamama.  Un concetto o secondo alcuni un culto, ma forse meglio una cultura, che è stata recentemente ripresa a livello di norme di Stato con l’iniziativa del premier Boliviano del 2012 e che le cronache recenti hanno riportato alla ribalta in seguito al Sinodo sull’Amazzonia tenutosi dal 6 al 27 ottobre a Roma. Ma andiamo per ordine.

Pachamama  significa in lingua quechua Madre terra, dea della terra, dell’agricoltura e della fertilità fa parte dei culti degli Inca e degli altri popoli abitanti l’altipiano andino, quali gli Aymara e i Quechua . La Pachamama è la Grande Madre, comune a tutti gli uomini, e rappresenta la base della vita, poiché è la fonte primaria che dà il nutrimento necessario. E’ considerata la “Madre Terra” non solo da un punto di vista espressamente materiale (la sfera terrestre) ma riguarda anche tutto ciò che concerne il mondo e le sue rappresentazioni sulla terra (la natura in generale, gli alberi, i fiumi, i boschi, le montagne ecc.) ossia tutto ciò con cui l’essere umano entra in contatto ogni giorno.

Fonte di miti della sua origine narrano che Pachacamac, dio del cielo, si unì a Pachamama e da questa unione nacquero due gemelli, un maschio e una femmina. (leggi qui il mito) .  Nell’antichità si usava spesso sacrificare animali in suo onore ma ora questa pratica, diventata obsoleta, è stata sostituita dal sotterramento di materiali o oggetti (bottiglie di vino, foglie di coca, sigarette ecc.) con le quali viene fatta l’offerta in suo nome. La speranza è che la Pachamama ricambi il gesto offrendo un buon raccolto, migliorando le condizioni climatiche o restituendo ai popoli il frutto dei loro sacrifici.

Sono approcci alla visione del nostro posto sul Pianeta, che hanno anche interessanti risvolti simbolici, rintracciabili in quello che è il Simbolo della Chachana. La “chacana” è un simbolo incaico, rappresentato da una croce andina formata da quattro scaloni da tre “gradini”. Gli scaloni superiori esterni corrispondono al mondo “ideale”, la scala destra comprende la teoria cosmogonica, quella sinistra spiega la teoria dei tre mondi. Gli “scaloni” inferiori ed interni corrispondono invece al mondo “reale”: quelli di sinistra comprendono le norme di condotta e i principi basici delle relazioni umane, mentre quelli di destra sintetizzano l’ordine gerarchico inalterabile delle relazioni politiche, sociali e religiose. Nel lato superiore destro, che chiameremo “Paccarec” o “nascita”, si trova il primo scalone a tre livelli che spiega la concezione dell’universo.

Per gli incas, il creatore supremo di tutte le cose è “Illa Tecse Wiracocha Pachayachachic”, e a lui, creatore del cielo e della terra viene riservato il primo scalone, in posizione più elevata. Il Sole ocupa il secondo scalone, ed è visto come un dio vivo e vicino. Il terzo scalone è quello dei “Mallquis”, divinità tutelari e proprie di ogni comunità e di ogni individuo. Il lato superiore sinistro, chiamato “Puriy”, simbolizza la teoria delle tre vite o dei tre mondi: il Superiore, quello di Oggi  e del Dopo la Vita.
“Hanan Pacha” è “ciò che c’è prima della vita”, ed occupa il primo gradino, corrispondente al “mondo superiore”: in questo luogo magico e mitologico vivono le divinità tutelari (Apu), con caratteristiche molto umane, ma anche gli uomini (anima e corpo) dopo la loro morte, generando nuove vite.
«Kai Pacha”, tradotto come “questa vita” trascorre dalla nascita fino alla morte: è un’esistenza ordinata e predeterminata. Le popolazioni andine, infatti, non erano fataliste, ma convinte che ogni persona che veniva al mondo doveva compiere un ruolo stabilito all’interno dell’ordine e dell’armonia comunitarie.
“Uju Pacha”, o “dopo la vita”: dopo la morte, l’uomo si reintegra alla natura e ritorna alla sua “Pacarina”. Per questo le sepolture avvenivano sotto gli alberi, negli anfratti rocciosi, nelle cavità naturali delle montagne, a diretto contatto quindi con gli elementi naturali. (in sintesi il mondo inferiore (Uku Pacha, che rappresenta la morte ed è raffigurato dal serpente), questo mondo (Kay Pacha, ovvero la Vita e raffigurato dal puma) e il mondo superiore (Hanan Pacha, legato alle divinità celestiali – sole, luna e stelle – e agli spiriti degli Apu, rappresentato dal condor).

Ma la Chachana è anche la denominazione della “Costellazione Madre dei Popoli Originari Andini”, la Cruz del Sur (la Croce del Sud), una costellazione dell’emisfero australe che in lingua aymara viene definita Pusi Wara, ovvero “quattro stelle” (“Alfa”, “Beta”, “Gamma”, “Delta”).

Queste raffigurazioni e miti collegati sono parte di quella che viene denominata la “cosmovisione andina”, un principio che fa parte delle culture di questi popoli che ritiene che nel mondo “tutta la natura è integrata, ordinata e correlati” e che “tutti gli elementi che esistono in natura, vale a dire, tutto nell’universo è animato o ha la vita. Ogni essere è integrato ed è di completamento per gli altri”. per approfondire leggi qui
Una visione questa che è anche presente nella tradizione dei concetti del pensiero occidentale . Leggiamo infatti nella rete una interessante descrizione che rimanda ai concetti del sapere tra scienza e filosofia: ”Il termine cosmovisione è un neologismo che traduce letteralmente il vocabolo tedesco Weltanschauung, che si può tradurre anche con l’espressione concezione del mondo. Si tratta di una visuale caratteristica del romanticismo tedesco. Si ha qui un atteggiamento di rottura con un freddo ed escludente razionalismo astratto ed universale. Pensiamo in base al linguaggio (J.G. Herder, W. von Humboldt), e questo è emozionale, originariamente poetico, pregno di un impulso creatore della natura, di segni mitici dallo slancio divino. La fredda ragione analitica non è tutto né la cosa ultima. C’è un modo di conoscere intuitivo (secondo Schelling, l’Assoluto si intuisce « come una pistolettata »), per simpatia (S. Tommaso d’Aquino aveva parlato già di « conoscenza per connaturalità affettiva »). Si tratta di una prospettiva in cui ciò che importa è il valore, la dignità, la creatività, la libertà intesa come possibilità e dovere di essere di più, di compiere un destino divino. La parola « cosmovisione » indica e deve essere riferita a questo mondo di idee, a questo clima spirituale.” Leggi tutto qui

Ma questa problematica ha anche risvolti che hanno sviluppato radici molto estese, con diramazioni sino all’interno degli istituti giuridici dei Paesi sudamericani.

Come illustra la dr.ssa Serena Baldin nel suo articolo sul diritto della natura nelle costituzioni dell’Ecuador e della Bolivia: “È  dagli anni  Settanta  che  alcuni  movimenti  propongono  concezioni  diverse  dello sviluppo  mondiale  e  lottano  per  contrastare  gli  esiti  economici,  politici  e  sociali  della globalizzazione. Le costituzioni di Ecuador e Bolivia sono l’emblema della volontà di rifondare questi ordinamenti secondo  un  modello  di  sviluppo  sostenibile  e  solidale alternativo a quello egemone occidentale e in linea con il sistema di pensiero indigeno. Il tratto più originale dei due testi costituzionali è offerto dai richiami alla cosmovisione andina, sumak kawsayin lingua quechua e suma qamaña in aymara, buen viviro vivir bien nella versione castigliana.  Con una perifrasi, questi termini indicano l’esistenza in armonia con la collettività e con la natura, dove la sfera privata e quella comunitaria, e la sfera materiale e quella spirituale, sono concepite come interdipendenti19. Se si confronta la concezione andina del mondo con quella occidentale.

Proprio da queste considerazioni sul pensiero e la cultura del sud America, nasce intorno al 2010 una iniziativa che colloca l’ispirazione proveniente dalla Pachamama e dai principi della cosmovisione sudamericana, nel sistema legislativo in particolare della Bolivia. Evo Morales, il primo presidente indigeno dell’America Latina, noto in sede ONU per la sua critica tenace nei confronti dei Paesi industrializzati che non tagliano drasticamente le loro emissioni di carbonio, nel 2012 ha portato ad approvazione un progetto di legge che riconosce alla natura gli stessi diritti civili degli esseri umani. Lo potete leggere nei suoi contenuti a questo link. 

Secondo quanto riporta il quotidiano inglese The Guardian, la Legge della Madre Terra, accettata ormai unanimemente da politici e movimenti popolari in Bolivia, dovrebbe condurre a misure sociali e di conservazione dell’ambiente più radicali, al controllo delle industrie del Paese con relativa riduzione dell’inquinamento.

Sono stati proposti in questa nuova carta 11 nuovi diritti. Tra questi compaiono il diritto alla vita e di esistere; il diritto dei cicli e processi vitali della natura di esistere senza alterazioni da parte dell’uomo; il diritto all’acqua pura e all’aria pulita, il diritto all’equilibrio “naturale”; il diritto della Terra a non essere inquinata e il diritto di non essere sottoposta a modifiche cellulari o alterazioni genetiche. La parte più controversa è quella in cui viene sancito il diritto della natura «a non essere intaccata da grandi infrastrutture e progetti per lo sviluppo che influenzano l’equilibrio degli ecosistemi e delle comunità locali». leggi qui

Una iniziativa che nasce in Bolivia, dove nel 2010 a Cochabamba si è tenuta la prima Conferenza mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici e i diritti della madre Terra (Conferencia mundial de los pueblos sobre el cambio climático y los derechos de la madre Tierra) convocata dal presidente boliviano Evo Morales, durante la quale fu redatto il documento della Dichiarazione Universale dei Diritti della Terra Madre ( scarica il testo qui )

La legge, che fa parte di una revisione completa del sistema giuridico boliviano dopo una modifica della costituzione nel 2009, è stata influenzata anche dalla visione indigena andina del mondo spirituale, che pone l’ambiente e la divinità della terra conosciuta come la Pachamama al centro di tutta la vita. Gli esseri umani sono considerati uguali a tutti gli altri enti.  La dimensione di questo argomento è di notevole interesse come è splendidamente descritto nel lavoro uscito sulla rivista “Visioni LatinoAmericane”, la rivista del Centro Studi per l’America Latina, a cura di Serena Baldin, dal titolo “I diritti della natura nelle costituzioni di Ecuador e Bolivia”.  E’ interessante constatare qui come i principi ambientali contenuti nelle costituzioni latinoamericane, siano sovente collegati all’idea di sviluppo sostenibile, trovando fondamento nella visione sociale del c.d. costituzionalismo del progresso ispirato al pensiero di Simon Bolivar.

Nelle costituzioni di Ecuador e Bolivia, vigenti rispettivamente dal 20 ottobre 2008 e dal 7 febbraio 2009, vengono disciplinati per la prima volta i diritti della natura. Essa passa da oggetto a soggetto titolare di situazioni giuridiche, aprendo un nuovo capitolo nella storia del diritto. L’aspetto di maggiore novità consiste nel riconoscimento del ripristino ecologico come specifica pretesa della natura, che implica il reintegro dei sistemi di vita lesionati dall’uomo.
Un tema che è anche approfondito nel bel saggio sulla tradizione giuridica controegemonica del costituzionalismo sudamericano.

Questa esperienza fa parte di un complesso processo giuridico e statutario che ha interessato la Bolivia e che è ben descritto sulla rivista di geopolitica Limes.

Anche se le vicende di Evo Morales hanno anche conosciuto momenti di critica e di allontanamento da parte delle popolazioni indigene,  l’iniziativa dell’adozione del provvedimento indifesa dei principi della natura , e il suo riferimento alla Pachamama, ha un interessante risvolto di natura religiosa in quanto, furono i missionari gesuiti e francescani che decisero in qualche modo di “salvare” questo per loro idolo, favorendo la loro identificazione sincretica con la Vergine Maria.

E qui veniamo alla recente iniziativa assunta da sua Santità, che fa accreditare ancora di più il fenomeno culturale e di pensiero che abbiamo delineato in questo articolo intorno alla visione della Pachamama. La categoria della Pachamama è infatti entrata nel ribalta mediatica ed ancora oggi è immediatamente rintracciabile nella rete, in seguito agli accadimenti che hanno interessato la Santa Sede e il papato di Francesco.

Il fatto riguarda le immagini o figure utilizzate nella cerimonia nei giardini vaticani all’inizio del Sinodo panamazzonico (tenutosi a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019) e nella processione dalla Basilica di San Pietro all’Aula sinodale, alle quali ha partecipato Papa Francesco, e poi in altre chiese di Roma. Il Sinodo  ha prodotto un importante documento finale nel quale si rintracciano gli importanti principi del “Peccato ecologico”, e dell’l’Unione tra difesa della natura e difesa delle classi più povere tra ambiente e giustizia sociale. Principi che testimoniano la capacità di visione aperta e cosciente dei problemi del Pianeta che è radicata nel Papa. Altro che cedere alle idolatrie. Leggi il documento finale

Ma su questo è utile leggere chi ha denunciato la spregiudicatezza di certe visioni troppo legate al conservatorismo cattolico , e l’articolo sull’intervento del Vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, in Messico, mons. Felipe Arizmendi Esquivel,  come anche altri interventi che permettono di accreditare al contrario il pensiero di papa Francesco Leggi qui .

Un appuntamento quello del Sinodo Panamazzonico, voluto dal Pontefice, e che ha scatenato una ridda di polemiche promosse dal mondo cattolico integralista, e che giunge dopo, la visita in Perù e Cile del Santo Padre del 2018. Leggi il suo intervento qui. E c’è chi ha gridato alla scandalo, e facendo ciò ha affermato pensieri che tracciano l’estrema arretratezza di una parte del mondo della chiesa. Leggi qui.

Il comportamento e la visione di Papa Francesco, al contrario, permettono di riconoscergli l’originale capacità di visione di insieme di che cosa sia il Mondo e le sue culture: un atteggiamento che ha ampiamente dimostrato con la promulgazione della sua Enciclica Laudato si che sarà oggetto del prossimo articolo.

Ma in conclusione queste visioni sistemiche del Pianeta e delle relazioni alle quali siamo legate, hanno anche scuole e basi di altra ispirazione, nelle quali riconosciamo tratti della concezione della Pachamama e che è utile affiancare forse in modo azzardato, ma per testimoniare come questa esigenza di ricondurre ad un concetto di relazione tra il tutto, sia rintracciabile in molte esperienze di ricerca culturale della comunità del Pianeta.  Questo pensiero, che trae ispirazione dalle tradizioni culturali del profondo e antico Sud America, ha ad esempio un suo riscontro diverso, più contemporaneo e di matrice scientifica.

Ci riferiamo alla categoria nata nel 1970 e nota come teoria di Gaia, formulata dal medico, biofisico e chimico James Lovelock e co-sviluppata dalla microbiologa Lynn Margulis nel 1970. Un parallelismo ardito, ma che intende solamente suggerire come la visione di una stretta connessione interna tra tutte le componenti del Pianeta, sia una conclusione alla quale approcci animisti o scientifici diversi alla fine giungano ad incontrarsi in uno stesso punto. La tesi é basata sul concetto che tutti i microorganismi e le loro componenti inorganiche sono strettamente integrati per formare un unico sistema complesso autoregolante che mantiene in tal modo le condizioni di vita sul pianeta.

L’indagine scientifica dell’ipotesi Gaia si concentra sull’osservazione di come la biosfera e l’evoluzione delle forme di vita contribuiscono alla stabilità della temperatura globale, salinità, ossigeno nell’atmosfera e di altri fattori di abitabilità del Pianeta in una omeostasi perfetta.  Una visione che è in sintonia e sulla strada del pensiero sistemico, che ha il suo fondatore in Fritjof Capra. I paradigmi logici sui quali si basa questa teoria paiono una forma matematizzata del concetto del tutto connesso, in particolare costruiti nell’ambito delle categorie della cibernetica (termine introdotto dal matematico Norbert Wiener nel 1947 e che deriva dal greco kybernetes: timoniere.). Ma torneremo anche su questa visione per fornire un alettura delfil rouge che colega tra di lorole visioni del nostro posto nella natura.

Per ora riflettere su quanto gli INCA migliaia di anni fa produssero nelle loro visioni del Mondo  e di cometuttocià viva ancora oggiin gante espressioni ed iniziative delle Comunità del mondo, deve farci pensare alla necessità di recuperare molto dalle culture del passato, per capire dove andare.

Scrive per noi

IPPOLITO OSTELLINO
Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour ; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino. Vive e lavora a Torino, dove è dirigente presso l’Ente di gestione regionale del Parco del Po piemontese.

IPPOLITO OSTELLINO

Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour ; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino. Vive e lavora a Torino, dove è dirigente presso l’Ente di gestione regionale del Parco del Po piemontese.

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