Il pianeta si arroventa

A Durban è stato fatto anche il punto sul clima: crescono le preoccupazioni per il riscaldamento globale. L’efficienza da sola non basta: le emissioni in rapporto al PIL diminuiscono, ma aumentano quelle pro capite.

 

Durban è stata anche l’occasione per presentare una serie di dati e rapporti. Il quadro che ne emerge non è certo confortante. Il riscaldamento del pianeta è provocato dall’aumento di gas che trattengono sulla Terra parte del calore irradiato dal Sole, provocando il cosiddetto “effetto serra”, proprio come la copertura di una serra. L’effetto serra provoca lo scioglimento di nevi e ghiacci, l’aumento di fenomeni meteorologici estremi, con conseguenti alluvioni e frane, l’innalzamento del livello dei mari, la migrazione di molte specie vegetali e animali (e anche la migrazioni di centinaia di milioni di esseri umani).

I due principali gas che alterano il clima sono il biossido di carbonio (CO2) e il metano (CH4), 25 volte più potente della CO2.

I due terzi delle emissioni a livello mondiale provengono da due settori: energia elettrica e termica (41%) e trasporti (23%). Le emissioni rimanenti provengono dai processi industriali (20%), dal residenziale (6%) e altre fonti.

Nonostante i tentativi (troppo timidi e parziali) di ridurre le emissioni e nonostante l’aumentata efficienza energetica, la quantità di gas serra provocati dalle attività umane è in aumento: a novembre 2011 la loro presenza nell’atmosfera, che nel 1750 era di circa 278 ppm (parti per milione di volume), aveva raggiunto il livello di 390,20 ppm. Erano 315,98 ppm nel 1959, diventate 356,27 ppm nel 1992 (si noti che il limite di 350 ppm è considerato un “confine planetario” che non dovrebbe essere sorpassato, pena effetti disastrosi).

Secondo uno dei rapporti resi noti, il tasso di incremento delle emissioni da combustibili fossili è aumentato del 5,9% nel 2010 per un totale di 9,1 miliardi di tonnellate di carbonio emessi, pari a 33,4 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio (in quanto per convertire il dato da carbonio a biossido di carbonio si moltiplica il valore per 3,67).  Sono i livelli di emissione più alti mai raggiunti nella storia umana, con un incremento del 49% rispetto al 1990, anno di riferimento del Protocollo di Kyoto.

La pagella ai governi

La ragione, come si è detto, sta nell’insufficienza delle politiche sul clima e nel fatto che l’efficienza da sola non basta se non cambia tutto il sistema di produzione e consumo.

A Durban è stato presentato anche il Climate Change Performance Index: una classifica dei 58 maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta, sulla base di tre parametri (trend delle emissioni, livello di emissioni di gas serra, politiche per la lotta al cambiamento climatico). Se nessuno merita un “ottimo” (i tre posti del podio sono rimasti vuoti), alcuni paesi europei si collocano tra gli inquinatori più capaci di ravvedimento: Svezia, Gran Bretagna e Germania. I tre peggiori sono Arabia Saudita, Iran e Kazakistan.

E l’Italia? Sale dal 41° al 30° posto grazie allo sviluppo di rinnovabili e risparmio energetico, ma resta molto staccata dai paesi europei più virtuosi fra i più “colpevoli”. Secondo un altro studio sulle politiche degli stati, presentato a Durban dal WWF, il nostro paese non ha ancora una strategia globale sul clima per un’economia a basse emissioni di carbonio.

Meno male che ci sono foreste, suolo e oceani: sono riusciti a rimuovere il 56% di tutto il biossido di carbonio emesso dalle attività umane nel periodo tra il 1958 ed il 2010.

Ma deforestazione e innalzamento delle temperature potrebbero compromettere irrimediabilmente questa funzione. La capacità di immagazzinamento da parte del suolo, ad esempio, è compromessa, da un lato, dall’agricoltura industriale e, dall’altro, dall’innalzamento delle temperature.

Il Permafrost Carbon Research Network ha appunto lanciato l’allarme terre artiche dell’emisfero settentrionale, che si estendono su 18,8 milioni di chilometri quadrati e immagazzinano qualcosa come 1,7 miliardi di tonnellate di carbonio organico, i resti di pianete e animali accumulatisi nel terreno per migliaia di anni. Lo scongelamento del permafrost (che è il suolo perennemente ghiacciato delle zone artiche o delle alte quote montane) produce un maggiore rilascio di metano e di biossido di carbonio, quindi un ulteriore riscaldamento. Il collasso dei suoli, insomma, può avere un effetto amplificatore del riscaldamento globale.

Mario Salomone

20 dicembre 2011

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