Il valore dell’educazione ambientale, le sue luci, le sue criticità

Cosa rispondere alla domanda “se e quanto è importante investire in educazione ambientale”? In tempi in cui le preoccupazioni economiche fanno da padrone, si potrebbe rispondere, ad esempio che il caso dell’educazione ambientale è quello che in economia si chiama costo-opportunità: gli investimenti in educazione ambientale da un lato fanno risparmiare perché aumentano l’adesione e la collaborazione dei cittadini alle norme ambientali, dall’altro lato stimolano l’innovazione e favoriscono lo sviluppo della green economy, perché accrescono la domanda di beni e servizi ecologici o biologici e creano il terreno favorevole alla transizione verso modelli di produzione e consumo sostenibili, quindi verso una migliore qualità della vita e un benessere “equo e sostenibile”.

Ma sarebbe bello potere anche rispondere che l’educazione è una chiave fondamentale per costruire il futuro e che oggi l’educazione o è “ambientale” o non è. È la chiave per ridare un’anima a una società stanca, malata, in crisi morale e sociale, in cui le disuguaglianze aumentano esponenzialmente, e parallelamente alla ricchezza di pochi e ai capitali nascosti nei paradisi fiscali.

Una riforma mondiale dell’educazione, di cui si sente il bisogno, deve, infatti, fondarsi su un’idea di futuro e parlare di ambiente significa proprio questo: educare al futuro, chiedersi, tra i vari futuri possibili (tra i quali scenari apocalittici, purtroppo molto probabili, come ci dicono i periodici rapporti sul clima dell’IPCC) quelli più desiderabili, capire come costruire, con la creatività collettiva, con l’innovazione sociale e tecnologica, una società più ecologica, fatta di comunità locali resilienti e di una comunità mondiale più equa, più solidale e più pacifica.

Aurelio Peccei, il fondatore del Club di Roma, diceva che l’educazione deve essere partecipativa e anticipativa. Ecco, l’educazione ambientale è appunto un’educazione a non essere spettatori, ma protagonisti del cambiamento, e a saper individuare i grandi nodi e le grandi sfide, guardando al futuro in modo lungimirante.

Il necessario rinnovamento dell’educazione ambientale

Il 7° Congresso mondiale di educazione ambientale svoltosi (con grande partecipazione) a Marrakech nel 2013 ha confermato la vivacità e la vitalità dell’educazione ambientale nel mondo, specie nei paesi in cui c’è una vivace società civile. In generale l’America latina (che ha cancellato l’era delle dittature militari e, come in Ecuador e Bolivia, sta mettendo in Costituzione i diritti della natura) e molti paesi in via di sviluppo, tra cui lo stesso Marocco che ospitava il congresso. Centinaia e centinaia le esperienze presentate, le più valide erano quelle che mostravano capacità di partenariato e di coinvolgimento di un pubblico diversificato: esperienze che riescono a tradurre la consapevolezza ambientale in partecipazione, in processi “dal basso”, in maggiore coesione sociale e in iniziative concrete.

Ciò non vuol dire che l’attenzione e l’impegno verso ambiti più tradizionali (come ad esempio la scuola o i parchi) debbano diminuire, anzi. Scuola, università e istituzioni culturali di ogni genere hanno subito i tagli e soprattutto delegittimazione: in un’economia finanziarizzata e globalizzata, i riflettori dell’opinione pubblica si spostano su spread, borse, PIL e via dicendo. Costretti a cercare di preoccuparsi di come trovare la carta igienica o a convertirsi a un uso smodato di ICT, gli insegnanti perdono voglia e capacità di interpretare il quadro complessivo e sviluppare nei giovani un apprendimento, appunto, “partecipativo e anticipativo”.

L’Appello lanciato alla fine del Congresso ha quindi come punti forti la richiesta di inserire l’educazione ambientale al centro delle politiche nazionali, il rafforzamento delle reti di educazione ambientale, la rivendicazione del valore e del ruolo fondamentale della società civile nei processi educativi.

La situazione italiana

Qual è invece la situazione dell’Italia? Da alcuni anni il quadro mostra molta sofferenza in seguito ai tagli della spesa pubblica e al disinteresse dei decisori politici: molte Regioni hanno azzerato i fondi e da troppi anni non arrivano impulsi dal governo centrale.

La crisi finanziaria ed economica internazionale nel nostro paese, com’è noto, ha comportato gravi tagli delle spesa pubblica, di cui il sistema di informazione, formazione e educazione ambientale ha fatto dolorosamente le spese, e ha spostato l’attenzione dei decisori e di molti “donatori” sulle politiche sociali (senza capire, tra l’altro, che l’economia verde vuol dire occupazione, innovazione, inclusione sociale).

In Italia di tutto si parla, meno che di rinnovare il nostro bagaglio concettuale. Ridurre i parlamentari (certo, perché no, ma chissà quando) e i loro stipendi e privilegi (notevoli, ma, ammettiamolo, molto inferiori a quelli, che sarebbero anche da ridurre, e più consistentemente, di manager pubblici e privati), cambiare la legge elettorale (certo, purché non si caschi dalla padella nella brace), pagare ai creditori i debiti dello Stato e delle Amministrazioni locali (ci mancherebbe, eppure sembra già una grande conquista), mettere mano alla Costituzione (ahi ahi, chiediamo prima il parere almeno a Roberto Benigni),….

Intanto, continua la liquidazione dei servizi e dei beni pubblici (scuola, università, aiuto ai disabili, sanità, trasporti, asili, biblioteche, aree protette, verde pubblico, cultura, musei, aziende comunali, patrimonio immobiliare, ecc.). Ciò che è veramente vecchia non è la nostra classe dirigente (pubblica e privata) largamente incapace, ma la sua mentalità e quella dei corpi sociali intermedi, dei mass media, delle organizzazioni della cosiddetta società civile.  

Nel 2012 tutto il pianeta a Rio de Janeiro (conferenza “Rio+20”) ha convenuto sulla necessità di profondi cambiamenti verso una eco-economia. Certo, raccomandazioni solenni e condivisibili forse però un po’ generiche, ma che se fossero prese sul serio in Italia sarebbe già una rivoluzione. Quanti hanno letto il documento finale? Quanti ne stanno discutendo a livello di Governo, di Parlamento, di partiti, di Regioni e Comuni (le Province non si capisce ancora se, come e quando spariranno)? Se ognuno si mettesse a preparare una sua “agenda di implementazione” di Rio+20 sarebbe già una rivoluzione.

Insomma, come qualcuno aveva già rilevato prima delle elezioni, di ambiente si parla seriamente troppo poco. Eppure solenni dichiarazioni, piani, obiettivi a livello internazionale non mancano. In Italia stiamo peggio, vista la citata ignoranza e incapacità di molti (classi dirigenti e non solo), altrove assistiamo ad approcci diversi, ma ancora nessun paese al mondo è veramente entrato a pieno titolo nella sfera della sostenibilità.

D’altro canto, le forme di partecipazione sono diventate più fluide e “leggere” (come ben sanno i partiti) e di questo hanno fatto le spese, ad esempio, anche molte associazioni. Si aggiunga il particolarismo tipico dell’Italia e l’arretratezza di molta classe dirigente pubblica e privata e si avrà un quadro che ha bisogno di molti restauri…

Devo dire che una parte di responsabilità l’hanno anche molti attori sociali sul territorio: in Italia abbiamo un quadro di frammentazione, di autoreferenzialità e di piccole gelosie di bandiera che finiscono per indebolire tutto il sistema e gli impediscono di essere un interlocutore forte e credibile di fronte alle istituzioni e altri possibili finanziatori.

È però anche vero che, oltre a un forte bisogno di unità e di ricostruzione di reti “dal basso” (ma capaci di includere e coinvolgere anche le istituzioni), c’è un grande bisogno di idee nuove da innestare comunque su un terreno dissodato dagli anni ’70 in poi, per non rischiare di scoprire l’acqua calda.

Trent’anni-quarant’anni fa noi “educatori ambientali” eravamo dei pionieri. Forse ciò rendeva tutto più semplice, perché ogni cosa era una scoperta, una novità. Oggi crediamo di sapere tutto, ma il quadro in realtà è più complesso: è aumentata la dimensione dei problemi, sono aumentate le interconnessioni e, ovviamente, molti problemi si sono aggravati, come le grandi sfide del clima, dell’acqua, del cibo, dell’energia. Oggi sappiamo che se non riusciamo a cambiare davvero e profondamente la nostra mentalità e la nostra cultura non possiamo sviluppare quelle risposte globali alla crisi ecologica, economica e morale del mondo contemporaneo che sono la sola vera soluzione. Oggi parlare di ambiente significa lavorare per costruire delle società “verdi” e non solo per intervenire su temi settoriali.

Un nodo importante è da un lato la formazione dei cittadini alla partecipazione, fare dell’educazione ambientale una “scuola di politica”. Dall’altro lato, i cittadini oggi sono spesso più avanti dei decisori pubblici e privati: cambiano i loro stili di vita, creano imprese innovative, inventano soluzioni, costringono anche le grandi aziende a seguire le tendenze migliori del mercato. Oggi, forse, dobbiamo educare soprattutto la classe dirigente, i giornalisti, i professori universitari, i ricercatori… Il grosso dell’establishment italiano, infatti, oggi è più indietro rispetto al resto del mondo. È tutto il sistema Italia che arranca, privo di idee e di una visione di largo respiro e di lungo periodo.

Segnali positivi, ma tutta la città deve educare al futuro

I segnali positivi, per fortuna, comunque non mancano. Il contributo imprescindibile dell’educazione (formale, non formale e informale) alla costruzione di società più verdi e di un futuro sostenibile deve, insomma, essere rivendicato e sostenuto. Da un lato, infatti, vediamo grandi progressi: Governi che lanciano programmi per una transizione ecologica, nuove imprese verdi che nascono, grandi imprese che compiono sforzi importanti, cittadini che si organizzano.

Grandi progressi di cui l’educazione ambientale, con la sua azione di sensibilizzazione e di costruzione di competenze per l’azione e per il cambiamento, può vantare il merito.

Dall’altro lato, però, vediamo inerzie, incrostazioni, pigrizie, egoismi, cecità.

C’è, dunque, l’immenso lavoro ancora da fare e che pone all’educazione una grande sfida, per diventare più incisiva e meglio organizzata, in modo che le pratiche concrete prevalgano sulle prediche e che le diverse modalità dell’azione educativa (formale, non formale e informale) si integrino meglio tra loro.

Un linguaggio, un filo comune tra scuole, università, musei, parchi, scuole professionali, università popolari e della terza età, centri culturali, caffè letterari (e chi più ne ha più ne metta) è uno degli obiettivi da darsi, forse il prioritario: se raggiunto, provocherebbe una grande svolta, un salto di paradigma. Chiediamoci, chiedetevi, care lettrici e cari lettori, chiedetelo ai vostri decisori se la vostra città (non importa se piccola, grande o media) se la vostra città è una “città educativa”, se le varie “agenzie” educative si parlano, si confrontano, si aggiornano tutte insieme, se lavorano per un obiettivo comune. Qual è il tasso di coerenza e di sostenibilità di tutte le istituzioni educative della città? Qual è il contributo di tutti, musei archeologici, pinacoteche, archivi storici compresi, all’educazione al futuro? A scegliere, come dicevo più sopra, all’inizio di questo articolo, tra i futuri possibili, quelli più vivibili e desiderabili, e a costruirli insieme, con una grande azione collettiva di invenzione e di impegno, per scongiurare quelli invece terribili che stanno dietro l’angolo, e che potrebbero arrivare, se non agiamo, se facciamo solo gli spettatori in tribuna?

E c’è poi il nodo critico delle politiche degli Stati, troppo timide al riguardo (se non addirittura regressive), che devono mettere al centro la formazione “ecologica” e l’educazione “sostenibile”. A noi cittadini e cittadine di “assediarli” di idee e di proposte.

Guardiamo, insomma, al prossimo decennio di congressi WEEC con fiducia e ottimismo, ma anche con l’impegno di migliorare sempre più la rete mondiale per darle quel peso e quel ruolo istituzionale che essa merita.

Le persone e molte organizzazioni sono pronte, sia in Italia sia nel mondo. Nei prossimi anni cercheremo di strutturare la rete anche per gruppi tematici di lavoro e per reti regionali e sub-regionali (Europa compresa). Chi vuole dare una mano è benvenuto.

Parliamone ;-)