È iniziato l’YEA, l’incontro internazionale di giovani per combattere la crisi climatica

L’intento è chiaro: dare voce ai giovani sui temi ambientali. Le proposte che verranno avanzate nel corso delle differenti giornate di incontri, tra ragazzi provenienti da tutto il mondo, saranno presentate al Stockholm+50 International Meeting, incontro internazionale che si terrà a giugno, appunto a Stoccolma, per celebrare il cinquantesimo anniversario dalla Dichiarazione Onu dell’ambiente umano.

Le prime due giornate dello YEA, a Nairobi

Dopo l’incontro giovanile, che ha come sigla YEA, Nairobi diventa la capitale dell’ambiente ospitando, successivamente, L’UNEA, The United Nations Environment Assembly, assemblea che prevede la rappresentanza dei 193 paesi membri dell’Onu, per aderire a delle nuove politiche che possano fermare e trattare i cambiamenti climatici, da loro definiti “i più impressionanti al mondo degli ultimi tempi”. Interessante quindi la scelta di dar voce ai giovani prima dell’incontro de L’UNEA. Con un programma serrato e stringente, tramite interventi di diversi speakers, e diversi lavori di gruppo, i giovani selezionati avranno la possibilità di avanzare le loro proposte.

Foto all’inizio della prima giornata. Credits: @ymstravel su Instagram

Se la prima giornata è segnata dalle presentazioni, i primi lavori di gruppo e i primi interventi su come creare una comunicazione maggiormente efficace in ambito della sostenibilità e su quanto sia importante l’inclusione delle voci giovanili africane nelle decisioni di politica ambientale, nella seconda giornata si entra nel cuore di diverse questioni. Si inizia, infatti, con una lunga presentazione da parte di un rappresentante dell’organizzazione internazionale di Fridays For Future. Il tema centrale è l’ingiustizia provocata dai cambiamenti climatici, ingiustizia che ricade, paradossalmente, sulle popolazioni che meno hanno contribuito al problema, ma che si ritrovano ad esserne le prime vittime. La denuncia è forte: viene infatti affermato che, anche in questo caso, è con la solita e secolare “colonial conservation” che si sta trattando la questione climatica.

Tante le denunce avanzate dai giovani

L’attenzione si sposta immediatamente sulle conseguenze spesso esiziali per interi popoli indigeni.

Indigenous people are being displaced from their lands, brutalized and killed in the name of creating protected areas for conservatives.

Indigenous people are labelled as poachers.

L’aspetto più interessante del dibattito che ne consegue è dato dalla possibilità di un confronto diretto con giovani indigeni presenti sul luogo, che possono quindi confermare la drammaticità del momento e fornire la loro testimonianza. Per esempio, una rappresentante del Senegal racconta l’esperienza delle “fishing communities”, i pescatori locali, che vedono il loro lavoro sempre più compromesso dalla presenza di navi industriali occidentali nei loro mari, comportando quindi una diluzione della loro produttività delle battute di pesca.

Un momento della discussione. Credits: @unepmgcy – Instagram

La denuncia continua contro il gender imbalance: basti pensare che, secondo i dati dell’Onu, l’80% dei migranti climatici sono donne. Il dato è dovuto dal fatto che, globalmente, le donne sono più soggette ad un’esperienza di povertà a causa del loro scarso potere socioeconomico rispetto agli uomini.

Il centro della questione è l’Africa

Il più ricco 10% del mondo è responsabile del 52% delle emissioni in atmosfera tra il 1990 e il 2015. L’intero continente africano è responsabile solamente del 5% mentre 100 compagnie nel mondo sono responsabili del 71% delle emissioni industriali. Il paese sta inoltre conoscendo l’importante problema della gentrificazione urbana.

È simbolico il fatto che questo dibattito abbia luogo proprio in Kenya, che sta conoscendo una lunga siccità che minaccia la sussistenza del paese. Il governo ha affermato che delle 47 contee del Paese circa la metà fa già fronte ad una carenza di cibo e acqua. Mentre il dipartimento meteorologico ha messo in guardia da un potenziale incremento di conflitti a causa delle carenze sempre maggiori di risorse atte alla sopravvivenza.

Bisogna cambiare l’approccio nell’affrontare i problemi conseguiti al cambiamento climatico; il confronto diretto tra i giovani partecipanti e i rappresentanti degli stati membri, al fine di discutere in maniera immediata ed efficace, è un ottimo proposito. Aspettiamo ora di comprendere quelle che saranno le proposte che emergeranno da questi dibattiti. Quello che è sicuro è che se gli altri Paesi non aiuteranno il “Sud del mondo” allora dovrà essere proprio quest’ultimo a proteggersi e a tutelarsi da sé, con la forza di alleanze e coesioni interne.

People and movements of the global south have come together to create guiding principles on climate justice.

Scrive per noi

Carola Speranza
Carola Speranza
Dopo aver conseguito la doppia laurea triennale nel dipartimento di Lettere moderne all’Università degli studi di Torino e Université Savoie Mont-Blanc, ottiene la laurea magistrale binazionale in Filologia moderna all’Università Sapienza di Roma e Sorbonne Université di Parigi. È fondatrice e autrice del blog “Grandi Storielle”.

Carola Speranza

Dopo aver conseguito la doppia laurea triennale nel dipartimento di Lettere moderne all’Università degli studi di Torino e Université Savoie Mont-Blanc, ottiene la laurea magistrale binazionale in Filologia moderna all’Università Sapienza di Roma e Sorbonne Université di Parigi. È fondatrice e autrice del blog “Grandi Storielle”.

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