“La condivisione aiuta tutti, soprattutto gli esclusi”. Da Velletri (Roma) una riflessione sugli impatti psicologici e sociali del Covid-19 nell’intervista a Giusi Gabriele.

Riportiamo l’interessante intervista effettuata e gentilmente condivisa da Rocco della Corte, Direttore del giornale Velletri Life alla Dott.sa Giusi Gabriele, psicologa formatasi con Franco Basaglia, Direttrice della UOC Salute mentale ASL Roma  2. Già Direttore generale della ASL Roma D e Assessore per le Politiche per la Salute del Comune di Roma.
L’impatto emotivo e psicologico della quarantena; la paura del contagio; le situazioni più a rischio; le riflessioni sulle conseguenze post-corona virus; l’importanza di imparare a stare, sia insieme che in solitudine, per riuscire a cogliere questo momento come un’opportunità di cambiamento.

Giusi Gabriele

Dopo oltre un mese dall’inizio dell’emergenza e a quasi trenta giorni dalle restrizioni, c’è adesso un’idea generale dell’impatto emotivo e psicologico che questa situazione di incertezza ha avuto sulla popolazione generale?

In questo momento è prematuro, i risultati li avremo quando, finita la quarantena, vedremo quante persone continueranno a mantenere una condizione di difficoltà e quante invece mostreranno di avere avuto solo una sana paura reattiva, e che a distanza di qualche tempo riusciranno a tornare alla quotidianità senza trascinarsi a lungo le conseguenze del trauma. Adesso abbiamo solo una percezione di disagio collettivo ma non siamo in grado di quantificarlo, né tantomeno di qualificarlo. Nel frattempo la nostra azienda, come molte altre aziende e Centri di Salute Mentale in tutta Italia, ha istituito un numero al quale ci si può rivolgere, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19, compresa la domenica. Potremo fare una prima valutazione in base al numero di telefonate e soprattutto alla tipologia di richieste.
Il numero del nostro CSM è 06651006670.

A proposito di sportelli di ascolto, alcune delle associazioni legate alla Protezione Civile, lo stesso Ordine degli Psicologi, anche qui a Velletri diverse associazioni si sono unite per proporre un supporto psicologico a carattere gratuito, ma in nessuno di questi servizi si registrano grandi richieste. Come mai a tuo avviso?

Questo può dipendere proprio dal fatto che la conta dei danni si potrà fare soltanto successivamente. La percezione del bisogno di aiuto psicologico ci sarà in un secondo momento, adesso le persone sono concentrate sulla contraddizione principale, isolarsi per difendere la propria salute. Ho letto di recente un’interessante intervista ad alcuni medici, proprio loro che in questo momento sono in prima linea e che dovrebbero soffrire particolarmente dell’effetto della paura e dello stress, nell’intervista affermavano che ora hanno bisogno di adrenalina per resistere, non possono abbandonarsi all’emotività altrimenti non avrebbero la forza per intervenire. L’impatto forte ci sarà in un secondo momento. Ma questa è solo una supposizione per adesso.

Siamo stati presi alla sprovvista e l’impatto col trauma genera sempre una re-Azione, è quasi un monito alla sopravvivenza, così in un primo momento si riescono a mettere in campo risorse inaspettate.

Si, ora le persone sono concentrate sulla sopravvivenza, proprio come in guerra, non a caso si parla di reazione post-traumatica da stress. In questo momento si reagisce e si cerca di sopravvivere. Quando ci potremo rilassare perché il problema della salvezza fisica sarà stato superato, quando sarà sparita nella quotidianità la dicotomia vita-morte, allora forse avremo delle reazioni post-traumatiche e sicuramente le affronteremo ne modo più indicato.

Quali sono secondo te le situazioni maggiormente a rischio e come ci si può accorgere che sta insorgendo un disagio psichico da trattare? In quali casi consiglia di rivolgersi ad un psicoterapeuta, e cosa deve essere considerato un campanello d’allarme?

Le situazioni maggiormente a rischio sono quelle in cui c’è una convivenza forzata, famiglie conflittuali, coppie, dove il lavoro rappresenta la possibilità di determinare spazi di autonomia che costituiscono un vero e proprio equilibrio all’interno della relazione. Insomma, tutte quelle situazioni in cui emergono conflitti sopiti o rimossi, dove il quieto vivere si struttura anche sulla base di una certa distanza. Per un altro verso tutte quelle situazioni in cui ci sono problemi concreti, un anziano che deve fare la spesa, la donna sola con figli che non sa come organizzarsi. Quando ci sono elementi oggettivi di difficoltà che la persona sola non sa e non può affrontare si può entrare in un vissuto di profonda disperazione. La terza situazione può essere la condizione degli anziani perché sentono maggiormente il pericolo della malattia, avvertono sulla propria pelle il rischio. A queste fasce bisogna rivolgersi di più e trovare soluzioni immediate e concrete.

Per quanto riguarda la figura dello psicoterapeuta, è sicuramente importante chiedere aiuto, soprattutto quando si avverte la percezione di non farcela, quando si ha la sensazione di aver perso le energie, quando non si riesce più a pensare, a concentrarsi, quando l’equilibrio che cambia non è più gestibile. Il campanello d’allarme è il momento in cui i sintomi si stabilizzano, per esempio quando l’insonnia diventa persistente, quando l’angoscia diventa uno stato perenne, quando la qualità della vita diventa troppo bassa. Lo psicoterapeuta riconosce facilmente il malessere dettato da una condizione contingente da un sintomo strutturato che si stabilizza e che innesca un processo patologico. È importante ricordare comunque che rivolgersi a uno psicoterapeuta non vuol dire prendere dei farmaci.

Pensi che al termine della pandemia vi sarà un aumento considerevole dei disturbi depressivi, di ansia o di panico?

Penso di si, perché il confronto continuo con il rischio, la morte, la minaccia, il pericolo, determina un immaginario forte che non sempre si riesce ad elaborare fino in fondo, non nell’immediato. Come dicevo non ora perché siamo tutti occupati a proteggerci fisicamente, ma quando le persone realizzeranno di aver toccato le proprie fragilità, a quel punto la richiesta di aiuto sarà più ampia.

Come valuti la notizia del “boom” di acquisti nelle farmacie di trattamenti ansiolitici e anti-depressivi, a testimonianza del fatto che con l’assenza di contatti umani e con i problemi che insorgono ci si rifugia subito su una terapia farmacologica alla ricerca del benessere perduto?

Questo non mi risulta ma è sicuramente un dato da verificare, sia con le reti di farmacie, sia confrontandosi con i medici di medicina generale. Potrebbe essere possibile perché un fenomeno che abbiamo evidenziato è l’aumento dell’insonnia e di fronte questa tipologia di problema il ricorso al farmaco è sempre immediato.

Il problema dell’insonnia lo stiamo riscontrando in molte persone anche qui sul territorio, non escluderei anche la componente della sovraesposizione ai supporti media che utilizziamo, la quantità di stimoli che ci arrivano in ogni momento che velocizza i nostri processi percettivi, la luminosità dello schermo che stanca la nostra vista. Insomma, credo sia un problema da non sottovalutare che potrà avere ricadute anche a lungo termine.
Credi che il martellamento operato sui social e in televisione sul coronavirus possa contribuire a creare angoscia negli uditori, costretti loro malgrado a vivere la pressione di dover continuamente leggere dati su morti, contagiati, ricoverati?

SI. Credo si stia davvero esagerando. Da un lato penso sia importante che se ne parli per convincere le persone a restare a casa, per far prendere coscienza del rischio. Ancora più della minaccia di multa o denuncia è l’informazione che serve ora, bisogna far comprendere l’importanza di un gesto di responsabilità nei propri confronti e nei confronti degli altri. Ma da qui a diffondere le immagini delle bare, far vedere immagini così angoscianti come i mezzi di militari che trasportano le bare, ecco, questo si potrebbe evitare, non è affatto indispensabile. A mio avviso stiamo sfiorando un atteggiamento perverso e voyeristico da parte dei media.

Anche perché si innestano su un terreno molto fertile di angoscia e paura, dunque non fanno altro che aumentare esponenzialmente il senso di fragilità. Possiamo dire che c’è una totale assenza di empatia da parte dei media.
Esiste una possibilità di razionalizzazione della realtà per rimanere obiettivi e non cadere nella “psicosi collettiva”?

Assolutamente si. Non potrei affermare il contrario altrimenti non farei questo mestiere, che di fondo è un lavoro per ottimisti! Se non pensassimo che è possibile trovare dei modi funzionali per elaborare le emozioni, sublimare il pericolo, la paura, attraverso la razionalizzazione, attraverso l’atto creativo, non potremmo svolgere bene il nostro lavoro, che si basa sulla fiducia che l’essere umano è in grado di evolvere, crescere, migliorare, anche attraverso le difficoltà della vita. Per esempio pensare di trasformare questa situazione in un’opportunità per stare con se stessi, per ritrovare antiche qualità che sono state trascurate nel tempo, riconnettersi con relazioni trascurate. Insomma, trasformare questa solitudine in opportunità.

A questo proposito credo sia necessario, quando sarà finito tutto questo, promuovere spazi di educazione alla solitudine, perché molte persone stanno soffrendo proprio lo stare soli con se stessi. La solitudine intesa dialogo con la propria interiorità è un valore a cui bisogna riservare un posto in primo piano accanto al valore della condivisione, della socializzazione.

Concordo, la solitudine non può diventare un fantasma. C’è un lato positivo della solitudine che va riscoperto ma è necessario un “pensiero” sulla solitudine, non la si può considerare solo una privazione, deve essere un’integrazione con l’incontro con l’altro. La solitudine è anche libertà, è rispetto dei propri ritmi.

A questo punto facciamo una connessione basagliana: se la libertà è terapeutica e la solitudine è libertà, allora la solitudine è anche guarigione!
Ultima domanda. Quale psicoterapia e quale orientamento può essere consigliato per chi decide di affidarsi ad un percorso personale per uscire dal disagio?

Ci sono persone oneste e competenti in tutti i modelli psicoterapeutici, così come ci sono persone disoneste e incompetenti. Il vero problema non è il modello ma il livello di professionalità, affidabilità e capacità empatica dello psicoterapeuta.

Grazie, vuoi aggiungere qualcosa?

Si, aggiungo che sono molto contenta di come abbiano reagito gli operatori dei Centri di Salute Mentale che sono rimasti aperti, hanno superato le paure senza nessuna defezione, questo è accaduto in molti servizi, non solo quello che dirigo. E sono altrettanto contenta perché i pazienti psicotici, quelli davvero gravi stanno reagendo in maniera molto “composta”, soffrendo ma in maniera composta. Non sono aumentati i ricoveri al diagnosi e cura e questo è un dato importantissimo.
Infine vi racconto un episodio a mio avviso molto incoraggiante: un paziente che lavora in una radio, durante un’intervista fatta al presidente di Psichiatria Democratica Antonello D’Elia, ha affermato che per la prima volta si sente meno escluso perché la paura, il senso di minaccia, che lui ha sempre vissuto, adesso può condividerle con tantissime persone, quindi lui si sente più “normale”. Il concetto è che la condivisione aiuta tutti, soprattutto gli esclusi. Bisogna usare questa occasione per imparare a condividere se vogliamo che dal trauma che stiamo vivendo resti qualcosa di veramente positivo.

Parliamone ;-)