La lezione dimenticata della siccità

Proviamo a parlare dei problemi non quando sono in corso, ma quando pur non essendo stati risolti sono stati messi da parte. È il caso della siccità (nella figura le anomalie delle precipitaazioni nell’estate 2017, secondo l’ICAR-CNR, NdR) e dei problemi che sembrava dovessero avventarsi su buona parte dell’Italia: soprattutto da Roma in giù.
Bene. Pare che le cose non siano andate come si temeva; il lago di Bracciano sta sempre là, impoverito, ma ancora capace suo malgrado di mandare acqua da bere nella capitale, e così via. Questo è bene e male nello stesso tempo
È bene perché il razionamento dell’acqua è un vero problema per un Paese come l’Italia i cui cittadini ne consumano 240 litri al giorno contro i 180-190 dei concittadini europei. E parlo degli usi domestici che sono ben poca cosa rispetto ai consumi dell’agricoltura che si beve (e trasferisce sulle nostre tavole) il 70 per cento (11,6 miliardi di metri cubi) del totale disponibile.

Passata l’emergenza, tutto come prima?

Ma è male o meno bene, perché c’è il rischio, che generalmente è una realtà, che passato il timore si faccia niente delle cose che nel periodo di massimo rischio sono emerse come causa del pericolo e che sono state individuate come necessarie soluzioni. Due in particolare: lotta agli sprechi individuali e lotta allo spreco di acqua nelle condotte acquedottistiche.

Allora non essendo in grado di prevedere, ma certamente di temere, come andranno le cose nei prossimi mesi e nei prossimi anni in termini di piovosità tale da consentire il regolare ripristino del “ciclo dell’acqua”; non essendo, cioè, in grado di prevedere se l’evaporazione delle acque marine addensando nubi in cielo e ricadendo sotto forma di piogge e nevicate al suolo sia in grado di rimpinguare fiumi, laghi e sorgenti; ma essendo in grado di temere che le cose possano non andare secondo il loro ordine naturale e quindi di immaginare che la siccità che ha caratterizzato gran parte del 2017 possa riproporsi sino a diventare una regola, diamoci una mossa e riadattiamoci.
Riadattiamoci ai mutamenti non solo riducendo usi, consumi e sprechi, ma anche dando alle naturali risorse di cui disponiamo il pieno della loro capacità di soddisfare i bisogni evitando che il 30/40 per cento di queste disponibilità vada perduto, per esempio attraverso i buchi che caratterizzano le tubature acquedottistiche che ci portano l’acqua sin dentro casa.

Troppo disinteresse

Insomma vi sono concreti motivi di preoccupazione per bloccare il disinteresse che sembra caratterizzare passato e presente e per dare una svolta operativa al problema.
Un ultimo schiaffone l’Italia lo ha ricevuto dall’ASVIS, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, che nel rapporto 2017 ci ricorda che “Ogni giorno l’Italia spreca risorse idriche che basterebbero a 10,4 milioni di persone, mentre la scarsità di acqua è una seria minaccia in dieci Regioni”. Dieci sono, appunto, le regioni (Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna) che, secondo un’inveterata abitudine, hanno dichiarato lo stato di calamità. “Naturale”, naturalmente. Trascurando – perché riconoscerlo sarebbe stato una specie di mea culpa – che se la grande disponibilità di acqua esistente in Italia non coincide con la sua effettiva utilizzabilità ciò avviene “a causa della natura irregolare dei deflussi e delle carenze del sistema infrastrutturale esistente”.

Una legge ferma in Senato

Né pare che, occupato in altre faccende, il Senato si voglia decidere ad approvare il disegno di legge in discussione sui “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque” che, come fa notare l’Avis, avvierebbe il Paese nella giusta direzione.
Né finisce qui. Perché, come ho imparato da studente cinquant’anni fa, quella per l’acqua è una battaglia che si combatte su due fronti: è una lotta per l’acqua e una lotta contro l’acqua. Cioè non solo bisogna darsi da fare per tentare di averne a disposizione quanta ne occorre per i nostri bisogni, ma bisogna anche difendersi dalla sua violenza quando può provocare alluvioni disastrose.

Scrive per noi

UGO LEONE
UGO LEONE
Professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica"

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