La realtà dei fatti resiste al negazionismo di Trump

La nuova amministrazione americana alle prese con le diminuzioni di produzione e di consumo di carbone
 
Pierluigi Cavalchini
 
Anche se la Corte Suprema americana ha approvato il “Clean Power Plant” dell’ex Presidente Obama, continuano le pressioni della futura nuova amministrazione Trump per tentare un’inversione di tendenza… comunque non semplice dato ormai il fatto acquisito degli “obiettivi fissati” in campo energetico per il 2024. In particolare quelli riguardanti la diminuzione di emissioni di CO2 entro il 2030 sembra – per fortuna – irreversibile.
Un processo quasi fisiologico aiutato dall’orientamento per le “rinnovabili” ben radicato in tutti i consigli di amministrazione delle principali aziende di produzione energetica. Una tendenza, d’altra parte, presente in Canada e Stati Uniti ben prima dell’avvento delle due amministrazioni Obama e che ha in motivazioni – principalmente – economiche le ragioni fondamentali.
Sarà molto difficile per Donald Trump, nonostante le sue aggressive – e sostanzialmente “negazioniste” – dichiarazioni di campagna elettorale, invertire una rotta che è determinata più da fatti oggettive che da politiche. A questi “fatti” se ne aggiungono altri, che vanno a rendere ancora più positiva l’attività di “difesa ambientale” su cui si sono incardinate le due presidenze Obama.
A questo punto, prendendo per esempio in considerazione la “questione carbone” restano due percorsi obbligati al neo presidente repubblicano: da una parte un ritorno secco all’opzione carbone (soprattutto nella sua forma rigassificata per uso energetico), dall’altra – invece – intraprendere una lenta uscita dalla filiera carbone-rigassificazione e collegati, provvedendo ad una serie di cambi di politiche energetiche. E sembra proprio che sia questa seconda strada quella preferita dal nuovo establishment della “Casa Bianca”, andando così a raffreddare le attese dei “magnati “ delle risorse fossili e di tutto l’indotto dell’estrazione, del trasporto e dei procedimenti di “gassificazione”.
Il segnale più evidente in tal senso è venuto dal senatore dello Stato del Kentucky Mitchell McConnell che ha richiamato – in positivo – i risultati della COP 21, spingendosi – addirittura – ad auspicare una positiva soluzione nel nuovo vertice di Marrakech.
I problemi legati alle produzioni a forte impatto di CO2 sono stati, d’altra parte, segnalati in più occasioni dallo “Sierra Club” (1) con dati molto precisi. Il più eclatante è quello di una diminuzione di consumi di energia complessiva del 27 per cento rispetto al 2005 su tutto il territorio USA con una totale (per il 2015) di 1,76 miliardi di tonnellate di CO2 complessivamente emessa dagli impianti energetici. Siamo addirittura al di sotto di quanto stabilito dagli stessi livelli massimi attendibili con il “Clean Power Plan” per il prossimo 2024. Se poi si aggiungono le prossime chiusure di ben 71 impianti a carbone (sia tradizionale, sia rigassificato) il risultato atteso per il 2030 viene raggiunto – di fatto – già nel corso del prossimo 2018. Un risultato eccezionale che potrebbe essere il miglior viatico per raggiungere l’apparentemente impossibile risultato di un 80% in meno di produzione di gas serra da parte dell’insieme delle nazioni del mondo entro il 2050. Un traguardo più volte segnalato come “impossibile” ma al tempo stesso “necessario” che, nel caso di raggiungimento effettivo, si porterà dietro miglioramenti anche in altri settori industriali. E, lo stesso tipo di “incentivo”, cioè di quel complesso di facilitazioni agli impianti a minor impatto dovrebbe aiutare a migliorare riorganizzazioni industriali di insieme e performances complessive. Ci sono disparità, è vero, fra Stati dell’Unione – con quelli storicamente legati alla produzione energetica fossile a “muoversi” meno… ma il trend è chiaro e gli Uffici Federali di Washington non hanno potuto far altro che prenderne atto.
Anche il dato “scorporato” delle sole centrali a carbone (di tutti i tipi) è chiaro: con una diminuzione delle produzioni specifiche di ca. 640 milioni di tonnellate con un 38% per cento netto in meno rispetto ai dati del 2005.
E si va anche oltre… ormai gli esperti dello “Sierra Club” intravedono un futuro “coal-free” per l’anno 2022 con una inversione di tendenza molto significativa se si pensa alla tradizionale dipendenza dalla “fonte carbon fossile” per gli Stati Uniti, garantita da una quasi inesauribile ricchezza mineraria.
Potrà essere un boccone amaro da ingoiare ma, comunque, si vedono poche alternative alla tendenza attuale , nonostante le spinte “conservative” di giganti delle energia come ARCH, ALPHA e PEABODY coal. Sempre i dati, quanto mai graditi, del Sierra Club, ci confermano che – ormai dal 2014 – si sono stabilizzate produzioni energetiche di derivazione solare ed eolica fino a circa due terzi del totale elettrico prodotto. Il resto è per metà idroelettrico e per metà a gas naturale. Una dichiarazione, comunque col sorriso in bocca, di Megan Berge, portavoce di alcune importanti compagnie petrolifere è lapidaria: “Bisogna rassegnarsi… il costo di produzione del solare e dell’eolico è via via diminuito e oggi non possiamo competere”. Una buona mano a questa tendenza è stata portata dai nuovi “credits” della c.d. Federal Tax (2) che hanno veramente fatto la differenza e, in qualche modo, reso ancor più importante l’impegno dell’amministrazione Obama nel tentativo di alleggerire la situazione grave di vari tipi di inquinamento, da più parti autorevolmente segnalate.
Insomma, le ragioni del mercato sono le uniche veramente importanti e questa frenata di Donald Trump, ne è una conferma.
A conferma del nervosismo dilagante, c’è anche una dura requisitoria (più che una lamentela) da parte di Luke Popovich che, a nome della National Mining Association, ha fatto presente che il danno inferto a tutto il comparto carbone nell’era Obama è difficilmente recuperabile. Ciò che lo preoccupa di più è che i primi passi dell’amministrazione Trump sono “meno coraggiosi di quanto ci si poteva aspettare
Le industrie hanno perso quasi 70.000 posti di lavoro e la produzione di carbone ad uso energetico è calata, nel giro di dieci anni, di un terzo.
Diversi impianti, che sembravano convenienti solo una decina di anni fa (e che hanno comportato esborsi di centinaia di milioni di dollari per il loro acquisto), sono ora a rischio default con i loro proprietari in cerca di acquirenti. A questo punto c’è solo da chiedersi a quali velocità arriverà a fine ciclo tutta la filiera del carbone, se a gran velocità e senza ostacoli oppure con un processo lento ma inesorabile.
Questa situazione ha – tra l’altro – reso meno inquinata l’atmosfera di molte aree industriali americane e solo un duro (e controproducente) intervento del governo centrale potrebbe riportare interesse sulla filiera “carbone”.
Ma una nazione come gli Stati Uniti è solita dare più ascolto agli interessi dell’economia reale piuttosto che ai condizionamenti legati a questa o a quella facilitazione. Quindi… almeno per il carbone americano in tutte le sue forme, il destino è segnato.
 
(1) Sierra Club – http://www.sierraclub.org/ (con indicazioni su finalità e caratteristiche del ‘club’)
(2) Federal Tax – https://www.energystar.gov/about/federal_tax_credits (con dettagli della legge e tutte le fonti energetiche beneficiate)

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