La resilienza

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In questa situazione di emergenza, con un virus che colpisce “ovunque ci sia della socialità”, che ha preso di sorpresa i nostri sistemi sanitari, emozioni contrastanti colpiscono la società “sul piano collettivo”. Come razionalizzare il dopo? Un appello alla resilienza.

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” (Costituzione italiana, art. 32). Non soltanto in tempi di normalità, ma anche in tempi di emergenza. Oggi ci troviamo nel mezzo dell’emergenza COVID-19. In Italia, le strutture sanitarie, non particolarmente potenziate negli scorsi anni, hanno reagito progressivamente come hanno potuto.

Ma i problemi sono due: le mascherine e i tamponi.
Le mascherine, per quanto siano un chiaro ostacolo alla diffusione del COVID-19, non sono ovunque di semplice reperimento. Occorre prenotarle nelle farmacie. Dovrebbero invece essere alla portata di tutti.
I tamponi: sarebbe necessario, oggettivamente, sottoporre l’intera popolazione italiana a uno screening di massa, a controlli, per individuare portatori sani e persone contagiate, dato che in Italia il contagio viaggia, probabilmente, dalla seconda metà di gennaio. Ma anche i tamponi non risultano essere particolarmente disponibili.

Libera circolazione di… virus: una pandemia inaspettata

Si potrebbe dire che nessuno immaginava che le società industrializzate potessero essere vittime di epidemie che ricordano le epidemie della prima modernità; tra le varie negatività della globalizzazione nessuno aveva individuato le possibilità di contagi di questa portata. Libera circolazione di uomini, merci, capitali… e anche di virus.
Né qualcuno aveva individuato il rischio, costituito in molte società tecnologiche, della scarsa copertura sanitaria contro i virus (e i batteri) a fronte di una mirabile ricerca scientifica in merito, la quale non sempre è riuscita a travasarsi in pratiche sanitarie, e di sistemi sanitari nazionali spesso assai vulnerabili.

Potremmo dire che se la nostra ricerca scientifica è mediamente avanzata, in occidente, i nostri sistemi sociosanitari non lo sono altrettanto. “Nostri”. Certamente c’è una differenza fra i sistemi sociosanitari di tradizione anglo-sassone e sistemi come quello italiano, per limitarci alla sola Europa. Ma in qualche misura, tutti i sistemi sono stati colti di sorpresa dal COVID-19. Potremmo parlare di “blocco epistemologico”: nessuno riusciva a immaginare una pandemia del genere, ai nostri tempi. Ma come? Dopo l’HIV, dopo l’Ebola, dopo la SARS? Nessuna di queste infezioni virali ha raggiunto la potenza di diffusione del COVID-19: o perché legata a certe pratiche di vita, o alla permanenza in determinati contesti geografici; il COVID-19 colpisce, invece, ovunque ci sia della socialità. E il suo primo effetto è quello di distruggerla.

Covid-19: emozioni vs razionalità operativa

Ma non è tutto qui: il brusco troncamento della socialità ha generato reazioni spontanee assai solidali, cancellando assunti e pose che sembravano ben radicate nel nostro mondo. Ha generato, però, anche comportamenti irresponsabili, come la fuga, in Italia, dal Nord al Sud nelle more del DPCM imminente. Covid-19 è stato, sotto questo profilo, un catalizzatore di emozioni: dall’empatia al panico (cui Massimo Recalcati ha dedicato alcuni articoli), sempre sul piano collettivo. Sul piano collettivo perché la nostra epoca dispone di social media di cui nessuna epoca precedente ha avuto modo di disporre. La notizia della pandemia corre veloce come il virus sui social media. Immaginiamo che cosa sarebbe stata la pestilenza di Milano del XVII secolo con face-book….

Ora, però, è necessario, per noi tutti, che COVID-19, suo malgrado, sia un catalizzatore di razionalità operativa. Ma la razionalità operativa è una nozione astratta; il suo corpo, la sua concretezza, è il pubblico potere che, nel mondo, per oltre l’80% delle realtà politiche, è democratico. Cioè è vincolato ad assunti certamente non uguali, ma simili, a quelli presupposti dall’art. 32 della nostra Costituzione. Una razionalità operativa a tutela della salute dunque. Soprattutto, una razionalità operativa utile a configurare quello che verrà dopo la salute riconquistata, vale a dire una situazione economica assai danneggiata. Il dibattito, che si sta svolgendo in questi giorni in Europa, riguarda la ricerca di un garante delle spese in deficit che saranno necessarie non soltanto per far ripartire l’economia, ma, soprattutto, per darle modo di non cadere subito, appena ripartita. E il garante è, una volta di più, il pubblico potere: l’unico garante che possa ampliare in una certa misura la propria disponibilità e organizzare i presidi sanitari al di là di interessi particolaristici.

Fare appello alla resilienza

In sintesi, possiamo parlare all’infinito di tamponi, di mascherine “intelligenti”, “altruistiche” ed “egoistiche”, come le si è definite, di picco raggiunto, di decremento dell’incremento. Possiamo rivolgere lo sguardo altrove e vedere come si diffonde, a macchia, il contagio nei vari paesi. Possiamo soffermarci cristallizzandoci giorno per giorno sugli aggiornamenti della Protezione Civile, ascoltando senza requie i cupi dati dei contagiati, dei decessi. O, ancora, possiamo guardare a quante vite sono state salvate con il distanziamento sociale, oppure, possiamo immergerci in tutte le forme offerte dai social per vedere che cosa si “posta”, qualche cosa a cui partecipare virtualmente. Sta di fatto che non possiamo che fare appello alla resilienza, un concetto psicologico con il quale si intende la capacità di resistere e fare fronte positivamente a eventi traumatici. La situazione di emergenza che viviamo è naturalmente una situazione nella quale occorre resistere. “Resistere” proprio perché non sappiamo fino a quando durerà tutto questo e quando saremo fuori dal pericolo.

Dobbiamo ricostruire le nostre vite sulla base di una socialità diversa, tutta da inventare, di lavori diversi, tutti da inventare. Uno stile di vita, nell’era dell’Antropocene, orientato principalmente al prodotto culturale e alla comunicazione sociale a distanza o in remoto.

Chissà che cosa direbbero i pensatori della scuola di Francoforte che avevano immaginato un controllo mediatico, una dimensione uomo-macchina sempre più stretta? Marcuse pensava che la ‘macchina’ ci avrebbe liberato dal lavoro manuale e avrebbe dischiuso una dimensione che noi potremmo definire “virtuale” della vita. Da un certo punto di vista, e limitatamente a certe categorie di lavoratori, questo momento storico sembra modellarsi proprio su questa prospettiva di “comunità virtuale” che non è stata prodotta da un approfondirsi autonomo del rapporto uomo-macchina, ma da un fenomeno imprevisto che ne ha costretto l’approfondimento: la pandemia da COVID-19.

Ancora Recalcati ci consiglia: il resistere non significa fuggire, ma essere presente e affrontare la situazione, non voltando lo sguardo altrove. Questo è l’aspetto principalmente umano. “Saper restare”: la resilienza, appunto.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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