Invece il cento c’è. L’approccio educativo di Reggio Emilia e i cento linguaggi per costruire la conoscenza

L’approccio educativo di Reggio Emilia (Reggio Emilia Approach) nasce nel secondo dopoguerra, quando il sindaco Renzo Bonazzi, con la collaborazione del pedagogista Loris Malaguzzi, nel 1963 e nel 1971, rispettivamente, inaugura la prima scuola dell’infanzia nel comune di Reggio Emilia e il primo nido d’infanzia. Dopo la morte di Malaguzzi nel gennaio del 1994, nasce Reggio Children, Centro Internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine, a cui seguirà nel 2006 il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, luogo culturale per la ricerca e la costruzione di una cultura dell’infanzia. Infine, nel 2011 nasce la Fondazione Reggio Children Centro Loris Malaguzzi, per la promozione di progetti di solidarietà e di un’educazione di qualità in tutto il mondo.

La teoria dei cento linguaggi

La teoria dei cento linguaggi di Loris Malaguzzi è una filosofia educativa che vede le bambine e i bambini (e in generale tutti gli esseri umani) ricchi di potenzialità sviluppabili grazie ad un’esplorazione fluida dell’ambiente circostante e alle relazioni con gli altri, esperienze che danno la possibilità di mettere in atto un’autocostruzione della conoscenza. L’esperienza diventa quindi centrale nello sviluppo di questi cento linguaggi per pensare, comprendere ed entrare in relazione con l’altro.

[…] Il bambino ha
cento lingue
(e poi cento cento cento)
ma gliene rubano novantanove.
La scuola e la cultura
gli separano la testa dal corpo.
[…] Gli dicono:
di scoprire il mondo che già c’è
e di cento
gliene rubano novantanove.
[…] Gli dicono insomma
che il cento non c’è.
Il bambino dice:
invece il cento c’è.

(estratto della poesia Invece il cento c’è di Loris Malaguzzi, manifesto del Reggio Emilia Approach)

Il numero cento rappresenta le potenzialità delle bambine e dei bambini: ogni contesto in cui sono inseriti permette loro di esperire diversi mondi, linguaggi, e modi di esprimersi. Infatti, il bambino è visto come un soggetto creativo e indipendente che costruisce la propria conoscenza grazie all’esplorazione dell’ambiente circostante. Questa conoscenza viene costruita anche attraverso la realizzazione di progetti, coinvolgendo così anche la parte relazionale del processo dell’autocostruzione della conoscenza. Questi progetti vogliono tirare fuori i cento linguaggi delle bambine e dei bambini, dandogli la possibilità di osservare e sperimentare più materiali e più punti di vista.

Esprimere le molteplici potenzialità delle bambine e dei bambini

Ciò che maggiormente caratterizza l’Approccio di Reggio Emilia è l’uso dell’atelier, perché è proprio in questo luogo che i cento linguaggi si possono esprimere e valorizzare. Qui, l’atelierista (l’educatore) è una figura presente che però non invade mai lo spazio delle bambine e dei bambini e non intralcia la loro autocostruzione della conoscenza. Infatti, quest’ultima parte dall’esperienza e dalla loro libertà di sperimentare e di esercitare i propri pensieri e le proprie emozioni.

Un esempio è l’Atelier Raggio di Luce, nato nel 2005 e allestito presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi. L’obiettivo di questo progetto interdisciplinare è di far sperimentare ed esplorare le varie forme della luce. Quest’idea porta alla nascita dell’illuminatòrio, “un contesto organizzato intorno a un concetto o un problema conoscitivo, che propone strumenti, materiali, domande, incontri e accessi differenti. Elementi che non orientano verso un’unica soluzione ma consentono diversi percorsi, favorendo in particolare l’interazione e la costruzione di apprendimenti di gruppo”.

Scrive per noi

Federica Benedetti
Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

Federica Benedetti

Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

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