Le false ragioni di Putin e il diritto internazionale

Un seminario promosso dal prof. Stefano Saluzzo (docente di Diritto Internazionale presso il DIGSPES di Alessandria, Università del Piemonte Orientale) “La guerra in Ucraina e la reazione della comunità internazionale” si è tenuto a Palazzo Borsalino nella mattinata dell’8 marzo 2022.

Il relatore Andrea Spagnolo (docente di Diritto Internazionale all’Università di Torino) ha richiamato all’analisi razionale delle implicazioni giuridiche di quanto sta accadendo che può contribuire a portare luce su quanto sta accadendo.

La Federazione Russa si serve del diritto internazionale con due “blocchi” di ragioni:

  • La Russia agirebbe per legittima difesa e invoca l’art. 51 della Carta dell’ONU che riconosce il diritto degli Stati alla legittima difesa individuale o collettiva; difesa da che cosa? Dalla espansione in Ucraina della NATO.
  • Il 22 febbraio la Duma (il parlamento russo) ha ratificato una legge con cui si riconoscono le due repubbliche separatiste del Donbass: legge che implica due trattati di mutua assistenza e cooperazione (ma il contenuto dei due trattati non è noto analiticamente). In base alla ratifica della legge e ai trattati sunnominati si configura il diritto di uno Stato attaccato a chiedere aiuto in una condizione di oggettiva minaccia.

Qual è la consistenza giuridica di questi “blocchi di ragioni”?

Nessuna.

La legittima difesa preventiva non è giustificabile

Infatti, la legittima difesa “scatta” se c’è un attacco armato in corso; ma l’Ucraina non ha attaccato militarmente le repubbliche secessioniste del Donbass; Putin sta usando un istituto che aveva criticato vent’anni fa, la “legittima difesa preventiva” della “dottrina Bush jr.” utilizzata per motivare, nel 2003, l’intervento statunitense in Iraq. Proprio Putin aveva escluso, nel 2003, che nel diritto internazionale potesse esistere una giustificazione del genere.

Inoltre, non basta che uno Stato ‘terzo’ riconosca due repubbliche separatiste come Stati, perché queste lo siano veramente alla luce del diritto internazionale. La Federazione Russa presenta anche altre motivazioni: aiutare la popolazione russa del Donbass che sarebbe stata vittima di atti genocidi perpetrati dal governo di Kiev; l’intervento russo sarebbe, dunque, un intervento di natura umanitaria per porre fine alla violazione dei diritti umani; è stata, del resto, questa la giustificazione che, nel 2008, ha portato all’attacco alla Georgia sulla base del presupposto che Ossezia e Abcasia stessero subendo violazioni dei diritti dell’uomo dal governo centrale georgiano. Ma il caso è analogo anche a quello dell’intervento umanitario in Serbia nel 1999 quando la NATO bombardò Belgrado.

All’epoca, nessuno riconobbe la legittimità dell’intervento della NATO, in particolare non lo riconobbero la Russia e la Cina. Nel 2011 l’intervento in Libia ebbe la “copertura” dell’ONU e nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU Russia e Cina si astennero (va ricordato che l’astensione non equivale al veto) perché la responsabilità di proteggere non deriva da una norma del diritto internazionale.

Una inquietante dichiarazione

La dichiarazione di vertice russo-cinese del 4 febbraio 2022 contiene un passo importante: «Le parti ritengono che debba essere garantita la sicurezza dei rispettivi Stati con riferimento alle aree adiacenti, anche con il ricorso alla forza armata».

In altri termini, c’erano tutti gli elementi per capire l’azione russa successiva in Ucraina, nei termini di una “dottrina di Monroe” russa, ma, si potrebbe aggiungere, anche nei termini di una dottrina dello “spazio vitale” nello stile di Friedrich Ratzel.

Le “armi” del diritto, a questo punto, sono due: le sanzioni e l’invio di armi all’Ucraina.

Le sanzioni, a differenza dell’embargo sono intenzionate a colpire il governo russo e non anche i civili. L’esclusione dal sistema SWIFT crea un grave problema: la Russia non è più in grado, materialmente, di pagare i propri debiti con gli investitori stranieri. Le sanzioni sono la legittima reazione della collettività internazionale a un atto di aggressione militare.

L’invio di armi all’Ucraina pone alcuni problemi.

A prescindere dal fatto che la cessione di armi pare che sia iniziata prima dell’aggressione russa, la cessione di armi non dovrebbe essere compiuta anche da Stati neutrali, nonostante si tratti di reagire a una aggressione militare. L’Italia (che neutrale non è e non può essere, facendo parte della NATO, si potrebbe osservare) ha, tuttavia nella propria legge fondamentale o Costituzione l’art. 11, che dichiara il ripudio della guerra come mezzo per risolvere le controversie tra Stati. Tale ripudio implica il ricorso al diritto internazionale, in luogo del ricorso all’uso della forza.

Una risoluzione importante, anche se non giuridicamente vincolante

Quindi il problema è vedere come l’ONU operi concretamente in situazioni strutturalmente simili a quella presente. Il suo Consiglio di Sicurezza, notoriamente, è bloccato spesso dai veti dei rappresentanti delle nazioni che lo compongono e, in questi casi, non riesce a produrre risoluzioni.

In questi casi l’Assemblea degli Stati rappresentati alle Nazioni Unite può intervenire a produrre risoluzioni, perché in questa Assemblea non esiste il diritto di veto; tuttavia, le risoluzioni dell’Assemblea non sono giuridicamente vincolanti. Comunque, il 4 febbraio 2022 la maggioranza dell’Assemblea (141 Stati contro 5 e 30 astenuti) ha approvato una risoluzione di condanna dell’aggressione russa contro l’Ucraina; sulla base di questa risoluzione l’Ucraina può esercitare la legittima difesa e, quindi, può essere legittimamente supportata secondo il diritto internazionale; però la risoluzione non parla delle sanzioni – molti Stati che si oppongono all’aggressione russa si oppongono alle sanzioni.

Ci vorrebbe uno Stato mondiale federale

Qualche considerazione può essere aggiunta a questo breve resoconto della relazione del prof. Spagnolo.

Il diritto internazionale è il complesso di tentativi (fin dai tempi di Vitoria e, poi, di Alberico Gentili, di Grooth e di Pufendorf) di normare i “rapporti di forza” (espressione di Lenin; ma non estranea al pensiero di Friedrich Ratzel) che sostanziano concretamente i rapporti  tra gli Stati; complesso di tentativi che, come notato da Tiziana C. Carena sulla scorta di Kant (Per la pace perpetua), presuppone l’esistenza di uno Stato mondiale, federale (Aristotele, Lettera ad Alessandro Magno sul governo del mondo; Otto Neurath, Pianificazione Internazionale per la libertà, 1942; David Mitrany, Le basi pratiche della pace (1943), Daniel J. Eleazar (Federalism as Grand Design, 1987), senza il quale i discostamenti dal diritto internazionale non sono concretamente sanzionabili, se non con condanne verbali o attraverso l’utilizzo di sanzioni economiche che, essendo globale l’economia finanziaria, ovvero la base attuale di ogni attività di produzione e di distribuzione della ricchezza, retroagiscono sugli Stati sanzionanti (come sta accadendo) e predispongono le opinioni pubbliche avversarie sempre meno a servirsi degli strumenti del diritto e sempre più a schierarsi, per ora cautamente, per l’utilizzo della forza.

L’utilizzo della forza, come ha spiegato Carl von Clausewitz (anch’esso richiamato da Tiziana C. Carena) innesca un effetto inquietante: «Posto che giungiamo a un calcolo di probabilità accettabile della forza di resistenza del nostro avversario, possiamo misurarvi i nostri sforzi in modo da aumentarli sino a essere superiori oppure, nel caso non riuscissimo, a renderli i più grandi possibile. Ma il nostro avversario fa lo stesso: da qui (…) il reciproco crescendo che nella mera rappresentazione deve portare di nuovo lo sforzo all’estremo» (Della guerra, a cura di G. E. Rusconi, p. 22).

La minaccia della escalation

Si genera, in questo modo, per passare alla crisi russo-ucraina, una escalation prima diplomatica (inasprimento delle sanzioni), poi – è possibile – militare. Questa escalation può essere interrotta soltanto da un esaurimento delle forze dei contendenti; al tempo di Clausewitz non esistevano armi che consentissero di tentare scorciatoie nell’escalation; dalla Seconda guerra mondiale non soltanto esse esistono, ma sono state perfezionate fino a oggi con grande impiego del bilancio dei maggiori Stati del mondo (fenomeno che rilevava già, tra altri, Marcuse nel volume intitolato One Dimensional Man del 1964).

I rapporti strettissimi fra guerra ed economia

Né lo studio della guerra, né lo studio del diritto internazionale, peraltro, ci portano, da soli, alla radice del conflitto e della guerra; per individuare questa radice occorre rivolgere l’attenzione ai rapporti economici interni agli Stati e alle loro proiezioni internazionali, politiche e giuridiche, non solo perché, dal XVI secolo, è opinione comune che “pecunia nervus rerum publicarum est”, “il denaro è il nerbo degli Stati”, ma anche perché il pensiero politico del XX secolo ha individuato rapporti strettissimi fra guerra ed economia: si va da L’imperialismo di Lenin a Guerra ed economia di Werner Sombart, senza dimenticare i capitoli sulla “teoria della violenza” di Engels in AntiDühring (1888) e ad alcune pagine assai importanti del citato volume di Marcuse.

Occorre mettere le briglie alle passioni e lasciare spazio alla “ragion pura” politica. Perché, non dimentichiamolo, «la guerra non è semplicemente un atto politico, ma è un vero strumento politico, una continuazione dell’interscambio politico, una prosecuzione dello stesso con altri mezzi» (Clausewitz, cit., p. 38).

Bibliografia

AA.VV., David Mitrany tra economia e politica, a cura di Stefano Parodi, Roma, Aracne, 2018.

Aristotele, Lettera ad Alessandro Magno sul governo del mondo, a cura di Francesco Ingravalle, 2013, nuova edizione con il titolo Sull’Impero. Lettera ad Alessandro, a cura di Filippo Cicoli e Filippo Moretti, Milano, Mimesis, 2017.

Carena, Tiziana C., Noi credevamo di essere allo zenith della ragione in Rivistaeco.it/noi-credevamo-di-essere-allo-zenith-della-ragione/

Clausewitz, Carl, Della guerra, a cura di Gian Enrico Rusconi, Torino, Einaudi, 2000.

De Vitoria, Francisco, De iure belli, a cura di Carlo Galli, Roma-Bari, Laterza, 2005.

Eleazar, David J., Federalism as Grand Design, University Press of America, 1987.

Engels, Friedrich, Anti-Dühring, a cura di Valentino Gerratana, Roma, Editori Riuniti, 1971.

Gentili, Alberico, De iure belli libri tres, Hanoviae, Typis Wechelianis apud haeredes Iohannis Aubrii, 1598, tr. it. di Pietro Nencini, introduzione di Diego Quaglioni, Il diritto di guerra, Milano, Giuffrè, 2008.

Grooth, Hugo, De iure belli ac pacis libri tres, Parisiis, apud Nicolaum Byon, 1625.

Kant, Immanuel, Per la pace perpetua. Un progetto filosofico, a cura di Nicolao Merker, introduzione di Norberto Bobbio, Roma, Editori Riuniti, 1985.

Lenin, Vladimir Ilich, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, tr. it. di Felice Platone, introduzione di Valentino Parlato, Roma, Editori Riuniti, 1970.

Marcuse, Herbert, L’uomo a una dimensione, tr. it. di Luciano Gallino e Tilde Giani Gallino, Torino, Einaudi, 1967.

Mitrany, David, Le basi pratiche della pace, rist. a cura di Stefano Parodi, Firenze, CET, 2013.

Neurath, Otto, Pianificazione internazionale per la libertà, a cura di Tiziana C. Carena, Francesco Ingravalle, Laura Coppo, Quaderni di Scholè, Torino, 2010, rist. in Id., L’utopia realmente possibile, Milano, Mimesis, 2016.

Ratzel, Friedrich, Geografia dell’uomo tr. It. Torino, Bocca, 1914.

Sombart, Werner, Guerra e capitalismo, a cura di Roberta Iannone, Milano, Mimesis, 2015.

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