E loro non stanno più a guardare… Le pro-vocazioni degli studenti, ovvero “chiamare fuori”: un legittimo risveglio

Si moltiplicano occupazioni di scuole e manifestazioni. I giovani vogliono soltanto una scuola che ritorni ad essere luogo formativo di cultura, e quindi di studio, di ricerca. Rifiutano la prospettiva di un futuro robotico, improntato al solo incremento economico, tecnologizzato al punto di essere uomini e donne al servizio della macchina e della moneta.

Continua il nostro dibattito suscitato dai gravissimi incidenti mortali a ragazzi impegnati in attività di PCTO e dall’ondata di proteste in tutta Italia che ne sono seguite. Leggi anche gli altri interventi e dicci la tua, scrivendo a redazione@rivistaeco.it.

Se la storia insegna, dovremmo aver imparato che le guerre, le controversie, i conflitti hanno prodotto soltanto cadute e catastrofi, evidenziando come l’essere umano sia, da sempre, dominato dalla volontà di potere. Eppure, nonostante le Costituzioni, i Patti internazionali, la vastissima letteratura che punta alla comprensione dell’etica e della morale, pare di assistere a film già visti: le guerre continuano ad esserci, l’uguaglianza sociale auspicata è ancora all’orizzonte, le ingiustizie sociali restano evidenti. Ergersi a detentori di verità assolute non è la strada e ogni forma di manicheismo andrebbe rifuggita perché non ci sono buoni da una parte e cattivi dall’altra. Ci sono esseri umani che dominano e altri che soccombono, fasce di popolazione ricca ed enormi fasce, in aumento, di poveri, una liquidità di valori piuttosto estesa, la frammentarietà dell’umano, le dipendenze sempre più sofisticate, il dilagare della medicalizzazione sociale… la solitudine. In un tale scenario, i giovani possono rimanere a guardare? Le manifestazioni di protesta di questi giorni, a mio parere, vanno ben oltre i temi addotti e rappresentano, anche se può sembrare paradossale, nuova linfa. Il dis-ordine, al di là delle classificazioni nosografiche utilizzate in ambito sanitario, evidenzia la necessità di ri-creare nuove condizioni di vita che sappiano rispondere ad altri bisogni.

Torna in mente Gregory Bateson

Torna in mente il celebre metalogo (1948) dell’antropologo Gregory Bateson “Perché tutte le cose finiscono in disordine?” nel quale si afferma che: “La natura, l’universo, tendono spontaneamente al disordine, dunque, anche il comportamento umano è incline a questa direzione […]. L’obiettivo, dunque, sarà la conquista di un apprezzamento estetico del “disordine”, che non si identifica con il kaos, vuoto e disorganizzato, ma con la deviazione da una regola di quel kosmos che, nella sua pienezza, produce bellezza. Si può così pensare al disordine come ad una regola che conduce alla sua anti–regola, generando e percorrendo un ordine frattale ricorsivo, armonico ed “artistico”. Generalmente la tensione verso l’ordine rappresenta un tentativo da parte di un soggetto di trovare un’organizzazione, un sistema di classificazione per orientarsi in contesti infiniti e indefiniti di informazioni. Ne deriva che anche i modi di organizzare sono infiniti, che nessun sistema ordinato potrà contenere tutti gli altri sistemi e che non si arriverà mai ad ordinare tutto.

Ciò significa che qualsiasi fenomeno sottoposto a processi di organizzazione tenderà comunque verso il disordine anche dopo essere stato ordinato”[i]. Il ruolo dei giovani, in ciò, è fondamentale così come è stato in ogni epoca storica. Essi sono sempre stati portatori di fresche energie, di ideali, di utopie: prodomi di cambiamento e di inevitabili trasformazioni.

Un silenzio che non poteva durare

Con la pandemia i giovani si sono adeguati, hanno ascoltato, hanno accettato ogni regola senza mai contestare, ma hanno anche osservato, assorbito modelli di comportamento e di pensiero degli adulti di riferimento. In silenzio. Un silenzio che non poteva durare. Le loro manifestazioni hanno una ragion d’essere e si dovrebbe evitare, a mio parere, di concentrare l’attenzione su quei focolai di rivoltosi a vuoto, mentre i media, dal canto loro, dovrebbero fornire informazioni capaci di andare oltre l’apparenza. Perché gli studenti si ribellano? Quali sono i motivi reali della loro protesta? Che cosa chiedono? Siamo stati avvezzi a parlare di loro, ma senza interlocuzione. Le loro manifestazioni sono pro-vocazioni, da pro-vocare, chiamare fuori. Occorrono ascolto e determinazione, rispetto e capacità di negoziazione, attenzione e serietà. Mai come ora gli adulti possono e devono rappresentare punti di riferimento coerenti, di cui fidarsi, a cui af-fidarsi. A seguito della pandemia i nostri giovani hanno trascorso due, quasi tre anni di restrizioni e, va detto, responsabilmente. Si sono adeguati, hanno seguito ogni regola, sono stati a guardare e ad assistere a infinite diàtribe mediatiche, che tutto hanno insegnato, fuorché l’ascolto e il rispetto. Ma loro sono stati a guardare. Da buoni osservatori della legge, hanno taciuto e assecondato ogni decisione istituzionale, non importa se in accordo o in disaccordo, non importa se il malessere interiore, in tanti casi, cresceva. Si doveva fare così, non c’erano alternative di fronte a una crisi planetaria senza storici o almeno recenti precedenti. Sono stati “bravi”, non hanno opposto resistenza. O semplicemente sono stati passivi o infragiliti?

Le crisi sono una benedizione

Intanto chiunque si è sentito in diritto o in dovere di decidere, di organizzare, di parlare di loro, per loro, di decretare, quasi senza lasciare spazio alla riflessione e al pensiero sul loro sentire. In situazioni di emergenza, di fronte a una crisi planetaria, non c’è stato il tempo.

Ho scritto spesso, citando A. Einstein, che la crisi “è la più grande benedizione […]” perché da essa scaturiscono la trasformazione, l’auspicato cambiamento, si accolgono le sfide ed è “nella crisi che emerge il meglio di ognuno”. Si comincia con l’espressione delle emozioni. Infatti, al silenzio dei giovani è sopraggiunta la rabbia, indotta anche dalla paura, com’è nella natura umana, in seguito alle morti di Lorenzo e di Giuseppe, 17 e 16 anni, avvenute nel corso degli stages, meglio noti come “alternanza scuola -lavoro” o, se si preferisce, PCTO, a seguito dell’art. 57, comma 18 della Legge di bilancio 2019.

Secondo quanto riportato dai media, gli studenti da giorni occupano le piazze, le scuole, gli atenei e organizzano manifestazioni di protesta, talvolta affiancati anche da alcuni docenti e dirigenti scolastici. Che il numero dei manifestanti sia alto o basso non è poi così importante anche se, pare, non si tratti di gruppi sparuti di giovani che non vogliono studiare – come molti hanno scritto e dichiarato- ma di un congruo numero di partecipanti, i quali, uniti, da nord a sud del nostro Paese, dai licei agli Istituti professionali, si ribellano. È un segnale forte! Perché? Qualche critico ha avanzato l’ipotesi di una riedizione del Sessantotto. A mio parere, quanto sta accadendo, non ha nulla a che vedere con quegli anni che avevano una chiara impronta politica. Oggi, notoriamente e, purtroppo, i giovani non amano, né s’intendono granché di politica. Un errore, una pessima educazione ricevuta da parte degli adulti. Piuttosto, si tratta di stanchezza, di presa di coscienza e perché no, di assunzione di responsabilità in quanto cittadini. Tuttavia, mi chiedo se non sia anche questa una forma di politica, forse più autentica (dal gr. pólis). Saranno gli effetti della pandemia? È sotto gli occhi di tutti la deriva ecologica in senso lato del nostro mondo, giunto al suo terzo millennio. E loro non stanno più a guardare poiché la Persona è una biografia necessariamente trasformativa, interconnessa con il télos socioculturale-antropologico, a sua volta modificabile e da modificare.

Un risveglio dei giovani che hanno bisogno di ri-generazione

Quanto sta accadendo in queste ultime settimane mi fa pensare a un risveglio dei giovani, esacerbati e confusi da mesi di pandemia, all’estremo bisogno di ri-generazione. Le richieste possono apparire pretestuose ma, in realtà, sono indice di un disagio profuso che va raccolto attentamente, individuando il focus delle loro richieste, senza giudizio aprioristico. Un risveglio forse anche rumoroso, senz’altro inaspettato ma assolutamente preferibile al silenzio, alla passività, all’indolenza, all’isolamento, al rischio di “neetismo”, alla marginalità, alla devianza, alla solitudine degli ultimi anni. Stiamo parlando delle nuove generazioni che abbiamo il compito di educare, istruire, formare, offrendo modelli e ascoltando anche ogni forma di ribellione. Il loro risveglio implica fervore, energia, immediatezza, impulsività, creatività, ambizione, utopia, idealità: elementi finora come sopiti, rimossi. Tutto ciò è prodromico alla necessaria trasformazione della vita su questo pianeta che abbiamo eroso, sperperato, vituperato. Occorre consapevolezza da ogni parte.

E poi, quale adulto non ha almeno provato, da adolescente, a battersi per la giustizia e l’uguaglianza? Chi non ha sognato un mondo migliore? Chi non si è battuto per vedere riconosciuti i propri diritti? Chi non ha sentito l’esigenza di essere ascoltato con dignità? Chi non ha trasgredito almeno una volta? C’è stato il Sessantotto, poi “la gioventù bruciata” degli anni Settanta. La ribellione e talvolta la trasgressione, sono elementi identitari di una fase della vita tra le più contrastanti e spesso contraddittorie di ognuno di noi. Poi, si diventa grandi nell’autorealizzazione o, a volte, nella frustrazione. Perciò l’esplicitazione della loro voce, delle loro emozioni, delle loro parole anche di dissenso, a me fanno piacere perché contrastano con il pericolo di una generazione assuefatta dai social, dalle relazioni virtuali che esplodono in bullismo e/o grave devianza sociale, mentre si estendono le forme di medicalizzazione sociale che li vede protagonisti. Sono domande legittime le loro, ovvero non hanno risposte scontate. Vanno accolte, comprese, per spiegare e farsi comprendere. Instaurare un dia-logòs costruttivo è più che necessario, la repressione è solo foriera di ulteriore conflitto e… violenza, da entrambe le parti: adulti e giovani. Educando-educatore: un dualismo superabile se riscopriamo la reciprocità e la certezza che s’impara proprio educando.

Le criticità della DaD

Contestano la DaD: ebbene, le sue criticità sono ampiamente emerse. Inutile nasconderlo. Poteva rappresentare un’opportunità didattica, certo, ma i fatti e le evidenze hanno dimostrato che non si era pronti, né tecnologicamente, né pedagogicamente, né economicamente (non tutte le scuole, da nord a sud hanno potuto fornire connessioni e tablet agli alunni). Continuità e sistematicità della didattica non potevano essere garantire. Nonostante le buone intenzioni del ministero le classi, quasi a rotazione, sono andate in DaD nell’ultimo anno, secondo le regole stabilite e per la tutela dal contagio.

Da non sottovalutare poi il problema degli studenti vaccinati e non. Questi ultimi denunciano l’emergere di forme di discriminazione tra gli stessi compagni di classe e di scuola (anche se è un termine forte, che a noi adulti può apparire esagerato e inappropriato). Di fatto si rischiano forme di emarginazione sociale che a questa età, al di là della questione che riguarda provax e novax, alimentano stati di disagio, di disistima, di chiusura in sé stessi, di paura, di autoesclusione sociale. Parliamo di adolescenza! Disponiamo di una vasta letteratura scientifica in merito.

Dal canto suo la comunicazione mediatica raramente affronta i problemi nella loro essenza. Pare per lo più di assistere a monologhi autoreferenziali e chiassosi, dove ascolto e con-versazione, dialogo e confronto, sono totalmente assenti, mentre prevale l’aggressività verbale che rasenta spesso la violenza.

Finora i nostri giovani sono stati a guardare, forse a non capire, a rifugiarsi nei social chiusi nelle loro camerette, a crescere in una realtà virtuale, alimentando il loro disordine interiore, o la solitudine.

Ora si sono semplicemente risvegliati da un torpore che rischiava l’ottundimento. Giusto o sbagliato che siano le loro richieste, credo sia arrivato il momento di considerare le loro intelligenze. Che cosa chiedono nello specifico?

Chiedono l’abolizione della prova scritta all’esame di maturità, affermano di non sentirsi preparati e attrezzati per i motivi che, peraltro, ben conosciamo. Percepiscono il pericolo di una distorta valutazione – basta ricordare “l’effetto Rosenthal” – a fronte di una istruzione frammentata ricevuta. Presumono di non riuscire a superare i test di ingresso universitari, a numero chiuso. Vengono loro richiesti spirito di sacrificio, comprensione (e ne hanno dato buona prova finora). Tuttavia, ciò non esclude il diritto alla interlocuzione, al dialogo e all’incontro. A mio parere, sarebbe più proficuo adottare atteggiamenti di mediazione e di negoziazione, che non significa assecondare o facilitare, né giustificare eventuali forme di violenza. Assolutamente. Abbiamo il compito di educare ma nel rispetto dell’Altro. Bisogna dare buoni esempi di comunicazione e di relazione. A maggior ragione è da evitare il pericolo che gli insegnanti si trasformino in burocrati della scuola al servizio di un’azienda. Essi, a loro volta, devono potersi riappropriare del ruolo di magister, di intellettuale trasformativo, di “stimolatore critico” (G. Guazza).

Ragioni da capire

Chiedono l’abolizione dei PCTO. Cerchiamo di capire il perché, ascoltiamo le loro esperienze, valutiamo effettivamente la costruttività di tali percorsi. Ci sono ottime esperienze ma pure tante altre fallimentari. Forse andrebbero riviste la struttura e le finalità stesse del PCTO. Forse è un progetto che deve vestire un nuovo e altro abito, niente a che fare con “un ufficio di collocamento” al servizio dell’efficientismo imprenditoriale. È urgente restituire dignità all’Educazione il cui compito è pro-muovere dinamismo vitale.

Rifiutano la scuola-azienda che ha reso la scuola un “testificio” ed esige che vengano raggiunte precise competenze (D.M. n. 139/2007 e D.M. 927/2010). E come dargli torto?

Vogliono soltanto una scuola che ritorni ad essere luogo formativo di cultura, e quindi di studio, di ricerca, nella quale vi sia pari dignità tra lavoro intellettuale e quello manuale. Evviva! Hanno compreso un elemento fondamentale. Dobbiamo esserne fieri.

No, questo non è un nuovo Sessantotto, o forse sì. Intanto è il rifiuto della prospettiva di un futuro robotico, improntato al solo incremento economico, tecnologizzato al punto di essere uomini e donne al servizio della macchina e della moneta. Forse chiedono soltanto il ritorno all’umanizzazione sociale, alla “scholé” che, forse, manco sanno che cos’è ma ci sono arrivati lo stesso. Mi piace pensare al risveglio di menti prima assopite e quasi adagiate che abbiamo pro-vocato e che, a loro volta, ci pro-vocano, ovvero “chiamano fuori” e sollecitano idee, emozioni, talenti, pensieri, strategie, soluzioni, utopie, reazioni, come suggerisce l’etimologia del termine. Accogliere il risveglio come nuova linfa e forza propulsiva è il compito di una società adulta responsabile e autenticamente democratica. Occorre assumere un impegno pedagogico più consapevole per saper leggere gli impliciti dentro il disordine. Ne saremo capaci?

[i] G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1998.

Scrive per noi

Luisa Piarulli
Luisa Piarulli
Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

Luisa Piarulli

Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

Luisa Piarulli has 7 posts and counting. See all posts by Luisa Piarulli

Parliamone ;-)