Educazione come relazione, utopia come orizzonte

Stimolato dalla lettura dell’intervento di Antonella Bachiorri su questo portale e su .eco di marzo 2012, mi accingo, con ostinazione ma anche, mi pare, con un palpito di dimenticato entusiasmo, a dare spazio scritto a riflessioni e pensieri che continuano ad agitarsi, in discreta solitudine, nella mia mente, forse già un po’ stanca, sui temi dell’educazione ambientale e della sostenibilità.

E lo faccio, ormai marinaio di terra, condividendo in ampia misura le considerazioni e l’analisi che l’autrice fa attraverso una “navigazione tra problemi e criticità, alla fine, abbastanza frustrante.” Meglio, comunque, e più intellettualmente onesta della “retorica delle grandi occasioni” o anche solo della difesa d’ufficio del proprio ruolo.

L'”educazione ambientale” è stata l’argomento trainante del mio lavoro come funzionario e poi dirigente di un Servizio, prima, e di un Settore, poi, dell’Assessorato all’Ambiente della Regione Piemonte dove dai primi anni ’80 alla “fortunata” pensione del 2008 ho sviluppato la mia esperienza lavorativa in qualità di dipendente pubblico.

Il ruolo determinate della Pubblica Amministrazione

Tralascio per un momento questa autopresentazione, funzionale al mio ragionamento intorno ai “problemi” ed alle “criticità” che caratterizzano l’educazione ambientale (EA) e/o l’educazione alla sostenibilità (EaS) da un diverso punto di vista, per riagganciarmi allo sviluppo dell’analisi dell’autrice; in una “visione semplificata per blocchi” individua tre principali “ambiti interconnessi fra loro a formare un reticolo in cui i differenti paradigmi teorici vengono declinati in pratiche”, Università, Scuola ed Extrascuola, tutte implicate in misura e forme diverse nel discorso educativo. Una tripartizione, condivisibile, cui mi permetto di aggiungerne una, parimenti determinante (credo comunque inserita nel comparto “extrascuola” ma appena sfiorata con riferimento allo Stato di cui è stigmatizzata l’assenza), rappresentata dalla Pubblica Amministrazione (quindi nelle sue diverse articolazioni), che complica l’intero “sistema” con un ulteriore “punto di vista” o paradigma teorico e “motore”, ingenerando nuova complessità. Da una trentina d’anni a questa parte la PA (quella “regionale” soprattutto) ha assunto un ruolo primario su questo scenario, che a mio avviso, pur cresciuto e radicatosi, non ha raggiunto un livello di attenzione e intenzioni adeguate alla sua importanza, per mantenerlo in una situazione “amministrativa” marginale e senza riuscire a farlo assurgere ad azione di “sistema” certa, radicata, continuativa, condivisa, aggiornata anche attraverso la valorizzazione del ruolo ed un coinvolgimento strutturato nonché l’apporto degli altri tre comparti, a loro volta impegnati sui loro specifici ma ancora troppo separati percorsi.
È con amarezza che, a mia volta, anche se ormai non sono più “organico” al sistema, avvicino “la lente di ingrandimento a queste criticità”, sensazione peraltro aggravata da una molteplicità di altre situazioni negative della nostra vita collettiva che quotidianamente ci troviamo come cittadini e componenti di questa strana società a dover sopportare.
Mi fa piacere quindi provare a partecipare ad un “confronto, una riflessione sincera che vada oltre la retorica di rito, per capire dove siamo, dove vogliamo andare e quale può essere un nuovo riassetto di (nostri) ruoli e (nostre) relazioni”.

Quattro comparti con poche idee in comune…

Non intendo quindi rivendicare meriti particolari alla PA, anzi, ma sottolineare quanto il faticoso procedere teorico/pratico dell’EA/EaS sia stato e sia condizionato tanto dalle complesse relazioni fra gli “attori”, cui ho aggiunto la PA, a loro volta rallentate e rese ancor più viscose da dinamiche interne fra Stato, Regioni, amministrazioni locali e da dinamiche interne di “secondo livello”, fra la parte “politica” e quella “funzionariale” di ogni singola amministrazione.
Preferisco non dilungarmi più di tanto su questi aspetti del problema, di ordine “politico/amministrativo”, organizzativo, finanziario e di “relazione” fra i comparti per dare invece più spazio all’aspetto che rappresenta a mio avviso un limite ed un vincolo ancora più importante e decisivo allo sviluppo del “processo educativo”.
Una debolezza di fondo che definirei di “cornice” è a mio avviso imputabile alla scarsa condivisione fra i quattro “comparti” ed all’interno di essi dell’idea, quando esiste, di “ambiente”, di “sostenibilità”, di “sviluppo”, di “educazione ambientale”, di “educazione”, di “visione di società e futuro”.

Educazione ambientale, tra l’astratto e il concreto

L'”educazione ambientale” – come intervento comunicativo “culturale” e gradualmente diffuso – è nata e si è sviluppata in Italia in primo luogo per l’azione di singole personalità, anche a livello universitario (ricordo nei primi anni ’80, agli inizi della mia carriera, primi contatti con il CIREA di Parma, con il Prof. Enver Bardulla e il Prof. Moroni) e di associazioni “ambientaliste” che già negli anni settanta/ottanta promuovevano progetti ed iniziative.
Paradossalmente però, a mio parere, proprio il legame forzato fra due concetti, fra due “idee” di grande portata quali “educazione” da un lato e “ambiente” dall’altro ha determinato un pesante condizionamento reciproco (se poi pensiamo a quella “sanitaria”, a quella “civica”, a quella “sessuale”, a quella “artistica”, a quella “alimentare”, a quella “musicale”, ecc. viene spontaneo chiedersi se l’educazione è una o sono tante…).
Nella traduzione operativa e nella pratica didattico/educativa l’attenzione si è spostata ineluttabilmente dal concetto più astratto di “educazione” a quello più concreto, tangibile di “ambiente”: più facile da vedere, toccare, percepire nella sua naturalità sempre più in declino, nelle sue trasformazioni, nei suoi malanni sempre più evidenti e diffusi.

I meriti di Giorgio Ruffolo

Non poteva essere altrimenti: un primo strutturato impulso e contributo all'”educazione ambientale” è stato dato proprio dalle amministrazioni pubbliche (pioniere l’ottimo e ineguagliato Ministro Ruffolo, che con il suo staff di dirigenti dedicati, a fine anni ’80 ha dato avvio a forme di programmazione triennale per il finanziamento di direttrici programmatiche, progetti strategici e Programmi Operativi Generali in campo ambientale fra cui INFEA (Informazione Formazione Educazione Ambientale), che si è trasformato nel ventennio successivo in Sistema Nazionale con la importante e determinante presenza delle Regioni, più attraverso il lavoro appassionato di funzionari e dirigenti di tutte le Regioni italiane che non degli Amministratori locali e centrali di turno, il più delle volte distratti, poco partecipi quando non addirittura refrattari a questo tipo di “politica”.
Nato dopo la Conferenza di Genova del 2000, il Sistema Nazionale “INFEA” ha visto impegnate tutte le Regioni italiane nel “costruire” sistemi locali di ispirazione “pubblica” per la diffusione di un processo di facilitazione organico, continuativo e articolato per lo sviluppo di EA nella contestuale ricerca di equilibrio collaborativo e di riferimento fra lo Stato, da un lato, e con le realtà amministrative locali, il terzo settore ed ambiti di nicchia a livello universitario ed ha rappresentato (forse ancora lo è… non so… ho perso un po’ i contatti) il percorso (non l’evento) a mio avviso più importante e potenzialmente foriero di sviluppi e risultati per la “politica” di Educazione ambientale.
Vale la pena anche ricordare quanto la focalizzazione sull’ambiente abbia determinato la sostanziale e prevalente presenza delle strutture amministrative deputate alla “Tutela ambientale” (Ministero, Assessorati, uffici) con marginali puntate del comparto “Istruzione”, perennemente in ombra, al traino o comunque rigido sulle proprie competenze istituzionali e burocratico/amministrative.

L’eccezione della Toscana

Fra le Regioni solo la Toscana, con lungimiranza, attribuì competenze sul tema alla Direzione Cultura-Istruzione.
Per quanto gli studi a livello universitario o di chi ha sviluppato maggiormente un approccio “teorico” oppure ancora il lavoro di autori quali Sterling o Morin abbiano cercato di orientare l’azione educativa più verso la “costruzione” di consapevolezza, di interiorizzazione del concetto base di “relazione” (che è a mio avviso il filo conduttore comune a tutte le “educazioni” di cui sopra: con l’educazione sanitaria si parla di relazione con sé stessi, con il proprio essere fisico e psicologico, con l’educazione civica si parla – si parlava – di relazione fra gli uomini inseriti nella società, ecc) e della sua qualità, il permanere del dualismo educazione/ambiente, un po’ forse mitigato dall’irrompere dell’idea di “sostenibilità” ha comunque enfatizzato, per facilità di comunicazione o trasmissione didattica, il tema “ambiente” (declinato in una infinità di sottotemi esterni di contorno – natura, ecologia, inquinamenti, parchi, ecc.).
È rimasta così sfumata e in ombra l’idea di ‘”educazione” come “capacità di relazione corretta, rispettosa, equilibrata” che non coincide necessariamente o non discende automaticamente dalla conoscenza dell’ambiente o dall’analisi dei suoi problemi (che sono nostri problemi).

L’umanità non cambia?

Né sarà risolutiva l’adozione di “regole” di comportamento individuale, certamente necessarie e sufficienti forse a mitigare alcuni effetti di un atteggiamento degli uomini e dell’umanità, nel suo complesso, che rimane fondamentalmente – forse per motivi evolutivi e biologici – aggressivo, concorrenziale, predatorio, individualistico, espansivo, consumistico, poco propenso se non per obbligo o convenienza alla condivisione.
Solo da pochissimi anni, a fronte dei secoli trascorsi ad occupare e sfruttare l’ecosistema, si stanno forse diffondendo, con lentezza esasperante, una maggiore consapevolezza del ruolo umano nell’ecosistema ed una ricerca di maggiore equilibrio che sempre più si scontra, con effetti nefasti a livello ambientale e sociale, con la pervicace e vincente (nell’immaginario collettivo) mentalità dell’avere.
Certamente è difficile immaginare forme efficaci di comunicazione per sviluppare questo tipo di discorsi che si muovono molto di più sul versante umanistico e “filosofico” che non su quello trasmissivo e didattico tradizionale.
Autori come Sterling (con il suo “Educazione sostenibile”) o Morin (con il suo “Metodo” o “La testa ben fatta”) o la filosofa Martha Nussbaumm (“Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”) o molti altri che non conosco stanno lavorando in questa direzione e proponendo percorsi educativi alternativi rispetto a quelli tradizionali che trovano però poco ascolto perché è più facile nascondersi dietro una epidermica “educazione ambientale”.

Ancora molto distanti da un processo coordinato

Occorrerà forse un’azione innovativa, più penetrante, diversa, originale, più capillare e diffusa perché il lavoro di isolati uomini di cultura (Università/autori) possa incidere maggiormente, perché il lavoro degli operatori di formazione, insegnanti, educatori (Scuola) interpreti un più ampio e coerente concetto di “educazione”, perché il mondo (Extrascuola) dell’associazionismo, delle organizzazioni, degli enti superi per quanto possibile separatezze e difesa delle proprie specificità, senza naturalmente rinunciare ad identità, per mettere in comune e rendere sinergiche volontà, disponibilità (volontariato) e potenzialità (traducendosi davvero in quella “Moltitudine inarrestabile. Come è nato il più grande movimento del mondo e perché nessuno se ne è accorto” auspicato da Paul Hawken), perché i governi ed il mondo della Pubblica amministrazione (quarto comparto) assumano l'”educazione” (l’educazione alla relazione) come Stella Polare del loro procedere, ispirandolo alla costruzione di società umane degne di questo nome.
È evidente che si è ancora molto distanti da un processo coordinato, da una filiera in cui le varie componenti riescano ad esprimere le proprie potenzialità e capacità in forma collaborativa verso un “avvertito e condiviso” obiettivo comune.

Una “Compagnia errante per l’educazione”

Incomincio a pensare che più che arrampicarsi alla ricerca di progettualità, di iniziative, di contributi per realizzarle potrebbe essere più produttivo immaginarsi (e mi riferisco principalmente a chi opera direttamente sul campo, agli insegnanti, agli educatori, ecc) come “trasmettitori”, facilitatori di percorsi di pensiero che sono già stati in varie forme esplorati, per ripercorrerli insieme agli interlocutori e “costruire” realmente insieme cultura e “pensiero ecologico”. È in questa forma che immagino partire, dal basso come si dice, una “Compagnia errante per l’educazione”, fatta di persone preparate e capaci non di “insegnare” ma di sostenere conversazioni, dibattiti, percorsi dialettici suscitando curiosità, domande, capacità di analisi e non risposte preconfezionate che dovrebbero invece poco per volta maturare e scaturire nei singoli e nei gruppi, radicandosi nel profondo di ciascuno.

A cosa serve l’utopia

Credo che l'”educazione” si possa costruire (è naturalmente un processo lento, da non confondersi con l’apprendimento) parlando di “educazione” (sembra un gioco di parole…), parlando della qualità che ha caratterizzato la “relazione” (che sta diventando consapevole solo nei nostri tempi) fra l’uomo, gli uomini ed il loro esterno, parlando della storia di questa relazione, dell’evoluzione del pensiero ecologico e relazionale, della storia di tanti pionieri che non hanno guardato solo a sé stessi ma all’intorno, per avvertirci che la “relazione ecologica” è un’altra cosa, a fronte degli effetti della sua assenza.
Torno con i piedi per terra (chissà perché mi viene in mente che, pur non condividendone l’origine e la provenienza, l’espressione “barbaro sognante”, traslata su un piano etico diverso, in fin dei conti non mi dispiace) e finalmente concludo, magari con una bella frase ad effetto (sono anche un collezionista di frasi, aforismi, detti, ecc.):
“L’utopia è là, all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò. A cosa serve dunque l’utopia? Serve a questo: a camminare” (Eduardo Galeano).

Carlo Bonzanino
16/04/2012

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Carlo Bonzanino
Carlo Bonzanino è stato dirigente responsabile per l'educazione ambientale della Regione Piemonte, in tale veste è stato coordinatore delle Regioni Italiane per l'area Ambiente ed ha contrinuito alla realizzazione del Terzo WEEK, tenutosi a Torino nel 2005. Carlo Bonzanino interviene ora nel dibattito aperto da .eco sullo stato di salute e le prospettive dell'educazione all'ambiente e alla sostenibilità.

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Carlo Bonzanino è stato dirigente responsabile per l'educazione ambientale della Regione Piemonte, in tale veste è stato coordinatore delle Regioni Italiane per l'area Ambiente ed ha contrinuito alla realizzazione del Terzo WEEK, tenutosi a Torino nel 2005. Carlo Bonzanino interviene ora nel dibattito aperto da .eco sullo stato di salute e le prospettive dell'educazione all'ambiente e alla sostenibilità.

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