L’idea di Europa tra sovranismi e pandemia

Dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani sono i valori (di derivazione illuministica) dichiarati dai trattati fondativi dell’Unione europea. Dal 2004-2005 l’Unione, arrestatasi alle soglie dell’integrazione politica, è però andata incontro a varie forme di instabilità, alimentando populismi e sovranismi. Un libro analizza la crisi di identità europea e lezioni che emergono dalla drammatica emergenza pandemica.

«Un patriottismo che si concretizzi nella volontaria scelta di appartenenza basata in pari misura sulla consapevolezza di una “comunità” fondata su identità morale, culturale, economica, e sul consenso per il progetto unitario, politico e costituzionale, che la riguarda.»

L’Europa: come idea e, si potrebbe dire, come utopia realmente possibile.

Con questo auspicio si conclude il volume di Corrado Malandrino (già preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università del Piemonte Orientale e già professore ordinario di Storia delle dottrine politiche) e di Stefano Quirico (ricercatore in Storia delle dottrine politiche dell’Università del Piemonte Orientale), L’idea di Europa. Storie e prospettive (Roma, Carocci, 2020), presentato il 15 aprile 2021 presso l’”Associazione Cultura e Sviluppo” di Alessandria. L’attività si inserisce nel modulo Jean Monnet “Europe in the Global Age” ed è frutto della collaborazione fra l’”Associazione Cultura e Sviluppo” e il Dipartimento di Scienze Politiche, Economiche e Sociali (DIGSPES) dell’Università del Piemonte Orientale, sede di Alessandria.

L’evento con gli autori è stato introdotto da Francesco Tuccari (professore di Storia delle dottrine politiche dell’Università di Torino) e coordinato da Giorgio Barberis (professore di Storia del pensiero politico dell’Università del Piemonte Orientale).

Una società pluralista e tollerante

Tuccari ha rilevato la peculiarità della costruzione europea: uno degli esperimenti più complessi della storia dell’umanità, non a caso: una scelta di appartenenza compiuta nell’arco di settant’anni da un numero crescente di Stati che si sono riconosciuti negli obiettivi etico-politici così riassunti dall’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (che, con il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea fa parte dei cosiddetti “Trattati di Lisbona”, firmati il 13 dicembre 2007): «L’unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini».

Più che corretto, dunque, leggere la storia dell’integrazione europea non soltanto come storia delle istituzioni politiche, ma anche (se non soprattutto) come storia delle idee etico-politiche, cioè di valori. In nome dei valori enumerati nell’articolo 2 (che costituiscono la summa del pensiero politico di derivazione illuministica), un numero crescente di Stati ha auto-limitato, in un arco di tempo di oltre mezzo secolo, la propria sovranità per dare vita a una compagine continentale. Una compagine che, fino al 2004-2005, è cresciuta sia con l’approfondimento dell’integrazione, sia con l’allargamento dell’integrazione.

Brexit e crisi coronavirus

Dal 2004-2005 l’Unione è andata incontro a una instabilità multiforme: si va dalla bocciatura della “Costituzione europea” (il Trattato di Roma del 29 Ottobre 2004) nel referendum francese (29 maggio 2005) e in quello olandese (1 giugno 2005), alla crisi economica del 2008-2009, alla “crisi dei rifugiati” del 2015, all’uscita – sulla base dell’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea– del Regno Unito dall’Unione Europea (referendum del 23 giugno 2016, uscita effettiva 31 gennaio 2020), alla crisi pandemica da Covid-19.

Il progetto europeo, che ha assicurato settant’anni di pace a uno dei continenti più bellicosi dell’intera storia umana, che ha rafforzato ovunque, nel continente, lo Stato di diritto, che ha favorito la tutela dei diritti dell’uomo, ha bisogno, ora, di essere rilanciato con forza. L’integrazione economica e giuridica non può più bastare di fronte alle nuove sfide: occorre l’integrazione politica. Ma lo spillover (esito della metodologia detta “funzionalista”) che ha portato dall’integrazione della produzione e commercializzazione del carbone e dell’acciaio al mercato comune (e al primato del diritto comunitario sui diritti nazionali) e da questo al mercato unico e alla parziale unificazione monetaria si è arrestato alle soglie dell’integrazione politica: dal 2004-2005.

Le contraddizioni nel sentire della società civile europea

Facendo propria una immagine di Walter Hallstein, primo presidente della Commissione CEE dal 1958 al 1967 (cui, nel 2005 ha dedicato una monografia, Tut etwas Tapferes: compi un atto di coraggio. L’Europa federale di Walter Hallstein (1948-1982), Bologna, Il Mulino), Malandrino paragona l’integrazione a un razzo a tre stadi nel quale l’unione doganale è il primo stadio, l’unione economica il secondo e l’unione politica è il terzo; ma con un processo decisionale che, nelle questioni cruciali, procede con voto all’unanimità (che si traduce nel diritto di veto su ogni proposta, esercitabile da ognuno dei 27 attuali Stati membri dell’Unione Europea) non si potrà mai arrivare al terzo stadio. In queste difficoltà ci troviamo già dal 2004-2005: la pandemia le ha certamente peggiorate, ma non le ha create. Da queste difficoltà sono rinate posizioni politiche populistiche, sovranistiche, riportando indietro l’“orologio della storia” e il sentimento filo-europeo è venuto meno. Si sono create molte contraddizioni nel sentire della società civile europea: a esempio, si vuole l’euro, ma non si vuole un governo continentale dell’euro. Molte contraddizioni e molti pericoli per la costruzione europea. La rinascita dei populismi, la rinascita del sovranismo è uno dei più seri pericoli.

Auschwitz simbolico punto di arrivo del populismo e del sovranismo

Malandrino ricorda il recente romanzo di Robert Menasse, La capitale nel quale compare una affermazione particolarmente significativa: Auschwitz come “capitale morale” dell’Europa. “Capitale morale”, perché Auschwitz è il simbolo del punto di arrivo del populismo e del sovranismo: i totalitarismi nazionalisti e la “guerra civile europea” che essi hanno scatenato.

L’Unione politica non può essere imposta con la forza (come tentò di fare, per primo, Napoleone Bonaparte); essa deve derivare dalla scelta volontaria dei popoli; ma, oggi, i popoli europei non riescono a essere un popolo perché tendono a concepire le identità nazionali come reciprocamente escludentisi, anziché includentisi in una unità più grande. Il sovranismo e il populismo ne sono il segno più chiaro.

Stefano Quirico ha rilevato che nella crisi finanziaria del 2008-2009 il cumulo del debito pubblico che ciascuno Stato aveva realizzato aveva suscitato fenomeni come l’enfasi tedesca sulla responsabilità di ciascuno Stato, appunto, in materia di debito pubblico.

Con Next Generation-EU si è costruito un sistema che si spinge a esplorare il debito pubblico “buono” (ricalcando, si direbbe, suggestioni keynesiane dopo trent’anni di “deserto liberistico”); da questo sistema potrebbe nascere, al limite, un debito pubblico europeo, dunque un approfondimento dell’integrazione europea stessa.

Perché non esiste una Europa della salute

Nella crisi pandemica è emerso con chiarezza che l’“Europa della salute” che molte parti politiche populiste reclamano strumentalmente non esiste e non può esistere perché, sulla base dei Trattati, la sanità è di competenza degli Stati membri; per farla esistere occorrerebbe una specifica cessione di sovranità cui i populisti, peraltro, com’è noto, si oppongono. Siamo di fronte a un circolo vizioso, dunque: si pretende dall’Europa quello per cui non le si danno, poi, mezzi di realizzazione. Un circolo vizioso che è l’immagine chiara di una “crisi nella crisi”, della crisi pandemica all’interno della crisi di identità dell’Europa. La pandemia ha obbligato a ‘blindare’ i confini anche tra i paesi membri dell’Unione, sospendendo quella libertà di circolazione che costituisce uno degli aspetti basilari dell’identità pratica dell’Unione stessa e realizzando quello che i sovranisti, da anni, richiedono: l’autoreclusione di ciascuno Stato in sé stesso.

Il volume si conclude, infatti, con una domanda precisa: «Ci si chiede se proprio con tali avversari l’europeismo del XXI secolo dovrà confrontarsi per trarre da questa drammatica emergenza lezioni utili ad aggiornare e riorientare il progetto europeo, salvaguardandone tuttavia lo spirito originari e garantendo la realizzazione delle sue enormi e ancora intatte potenzialità».

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