Lorenzo aveva dei sogni… La scuola: azienda o dimora intellettuale?

La morte dello studente diciottenne Lorenzo Parelli non può lasciare indifferente la comunità educante e merita una riflessione. In una società fortemente in crisi, si corre il rischio di abituarsi alle tragedie, alla morte, al dolore degli altri. La rabbia dei giovani che dicono “adesso basta” è un’emozione che va ascoltata. I percorsi scuola-lavoro spesso deludono le aspettative e una grande disomogeneità organizzativa nelle regioni. E spesso nascondono una subdola selezione sociale. Cui contrapporre un’educazione ecologica a tutto tondo.

Mentre si susseguono proteste e occupazioni di scuole che alla richiesta di abolizione dei PCTO hanno aggiunto la reazione ai duri metodi usati contro i giovani manifestanti, continua il dibattito che abbiamo aperto sui PCTO (più conosciuti con il nome precedente di “alternanza scuola-lavoro). Susanna Occhipinti è intervenuta spiegando come spesso vi siano percorsi ben organizzati e attenti a farne una esperienza realmente formativa. In questo intervento della pedagogista Luisa Piarulli le ombre di esperienze molto diverse e spesso come minimo deludenti.

La scuola è cultura […]. È produzione di un universo di scambi simbolici e culturali (Riccardo Massa, 1997)

(Nell’immagine di apertura, bambini e ragazzi di una casa lavoro di Londra (1895-1897), da Wikipedia)

«Oggi si tende a imporre lo studio senza stimolare gli alunni a studiare con passione e con un obiettivo, cioè quello di studiare per sé stessi, perché in futuro sarà uno strumento indispensabile se si vogliono realizzare i propri sogni… Io vorrei una scuola diversa, che trasmetta emozioni agli alunni… Vorrei una scuola tutta colorata e con tante attività da svolgere per rendere uniti tutti i ragazzi senza escludere nessuno, per invogliarli a studiare e ad ascoltare le proprie passioni» (un’alunna).

Durante uno stage formativo a Udine, Lorenzo Parelli, un ragazzo di 18 anni, è morto all’ultimo giorno di tirocinio alla Burimec di Lauzacco, colpito da una barra d’acciaio di 150 chilogrammi. Un evento drammatico che non può lasciare indifferente la comunità educante, né essere oggetto di pietismo o di inevitabile quanto temporaneo sconcerto.

In una società fortemente in crisi, si corre il rischio di abituarsi alle tragedie, alla morte, al dolore degli altri. Così la paura facilita la rimozione e si rasenta l’indifferenza o la dimenticanza.

Una rabbia esplosa da nord a sud del Paese

Questa volta no. Lorenzo è lo studente e il figlio di ciascuno di noi.

Le indagini in atto per individuare colpe e responsabilità certamente sono indispensabili ma il fatto merita una riflessione più a monte e deve necessariamente coinvolgere chiunque si occupi di educazione, istruzione e formazione. Inquieta la comunicazione mediatica che ha annoverato la morte del giovane tra le morti sul lavoro, benché quest’ultima sia una lista che s’implementa ogni giorno di più e che lascia un senso di angoscia e di smarrimento. Che cos’è alla fin fine il progresso?

Ma la morte di Lorenzo non è una morte sul lavoro. Lorenzo era l’apprendista a bottega che doveva osservare e imparare un mestiere con il tutoraggio costante del “mastro”.

Probabilmente non è andata così. Apprendiamo dai media che, in questi ultimi giorni, in diverse piazze italiane non sono mancate manifestazioni di protesta organizzate dagli studenti, nonostante le restrizioni anti-Covid. Secondo quanto riportato si sono verificati scontri importanti con le forze dell’ordine. Certamente è giusto osservare le regole e la normativa. Tuttavia, una riflessione è inevitabile: i giovani, soprattutto negli ultimi due anni, si sono adattati ai decreti, alle nuove regole, hanno eseguito diligentemente ogni decisione politica. Vanno ringraziati. Ma, di fronte alla morte di uno di loro, durante uno stage, immagino che la rabbia sia esplosa, da nord a sud del Paese. Come a dire: “Adesso basta!”. In molti, molti anni di insegnamento, ho imparato ad avere rispetto di loro, delle loro voci, delle loro parole e ho imparato ad ascoltarle, a rifletterci, a capire, a cogliere speranze, sogni e progetti, a sapere che ho a che fare con persone, innanzitutto, protagoniste.

Altra nota dolente: la valutazione

La rabbia è un’emozione che va ascoltata. Probabilmente i nostri giovani non si sentono al sicuro, non si fidano degli adulti a cui si sono af-fidati. Ritengo sia giunto il momento di restituire loro il diritto ad esserci, a esistere dignitosamente, di conoscere il loro parere: che cosa ne pensano dei PCTO? Come vivono queste esperienze? Quali sono le loro aspettative? E quali i risultati autentici? E quali gli sviluppi dopo la scuola? Quanti sono effettivamente i giovani che riescono a collocarsi nel mondo del lavoro dopo l’esperienza di stage? Personalmente ho l’esperienza dei miei studenti: le assunzioni sono state pochissime. Molti hanno lamentato le funzioni meramente esecutive assegnate durante gli stages, o forme di vero e proprio sfruttamento. Il loro entusiasmo iniziale l’ho visto scemare a poco a poco. Non sempre, ma è successo spesso. In diverse occasioni ho ascoltato lamentele significative anche rispetto alla valutazione assegnata dalle strutture. Questa è l’altra nota dolente: la valutazione.

La scholé è come rimossa

Le Commissioni, i decreti, i ministeri continuano a oberare la scuola di scale di valutazione, di tabelle e documenti per verificare anche le competenze decise dall’Unione europea nel 2016 e che gli alunni devono acquisire in tempi determinati. Nel 2018 l’Italia promuove l’introduzione strutturale dell’educazione all’imprenditorialità a scuola grazie a un Sillabo dedicato. Si legge nei documenti: «Questa importante azione è in linea con l’obiettivo chiave di promuovere e sviluppare le abilità imprenditoriali – definite dalla Commissione Europea con la Comunicazione 2012 “Ripensare l’istruzione: investire nelle abilità in vista di migliori risultati socioeconomici” e rinnovate nella Comunicazione 2016 “A new skills agenda for Europe” – condividendo l’idea che le competenze di imprenditorialità possano affiancare le competenze disciplinari, per far sì che i giovani diventino cittadini attivi, creativi e dotati di spirito di iniziativa».[i]

Il piacere di imparare, di arricchire il proprio bagaglio di conoscenza sembra passato in secondo piano, la scholè è come rimossa.

Cosa significa “scholé”?
La parola scholé [‘skolé] – con l’accento acuto – deriva dal greco “Scholé”, s.f., occupazione studiosa, ricerca, libera e disinteressata (etimo greco da cui la parola latina “schola”, l’inglese “school”, ecc.)

Una buona formazione culturale…

Il Sillabo precisa che «Le scuole tramite gli esempi di attività collegati ad ogni area e il modello “EntreComp” potranno inserire nella propria offerta formativa percorsi dedicati, promuovendo metodologie di insegnamento che favoriscono la dimensione pratica […]».[ii] Una dimensione pratica intesa, evidentemente, a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, a creare impresa, a sviluppare l’economia, a essere “competitivi” sul mercato. Certamente bisogna stare al passo con i tempi ma una direzione simile non è forse penalizzante rispetto a una buona formazione culturale che è formazione della persona? Le ore di scuola sono sempre le stesse e si continua a riempire un vaso già strabordante!

I percorsi di alternanza scuola-lavoro[iii] (il percorso che stava svolgendo Lorenzo) la cui denominazione a seguito dell’Art.57, comma 18 della Legge di bilancio 2019 è diventata PCTO (percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) riguardano gli studenti degli ultimi tre anni della scuola secondaria superiore, e ora anche i licei. Essi sono finalizzati all’acquisizione di competenze trasversali attraverso stages e tirocini e dovrebbero valorizzare l’indispensabile dimensione dell’esperienza nell’ambito dei processi educativo-formativi degli studenti.

Effetti distorsivi sulla valutazione da parte di soggetti terzi

Tuttavia, secondo quanto riportato dagli alunni, inizialmente mossi da entusiasmo, curiosità ed esuberanza, i percorsi di alternanza scuola/lavoro si risolvono spesso in mansioni esecutive o in ruoli passivi, senza parlare di alcune criticità legate ai costi e alla logistica, nonché alla disomogeneità organizzativa nelle regioni. Inoltre, anche per i PTCO è prevista la valutazione, da parte di terzi, dopo un periodo di osservazione circa il coinvolgimento e l’attività svolta dagli alunni (200/400 ore). Quel voto/punteggio andrà ad incidere sulla valutazione complessiva anche in sede di esame di maturità. C’è da chiedersi in che misura intervengano gli effetti distorsivi da parte di soggetti terzi e se siano state offerte tutte e le migliori condizioni per svolgere tali percorsi. Le testimonianze degli alunni, in buona parte dei casi, non sono sempre positive. Inoltre, l’efficacia delle offerte dipende dalle strutture, dal personale incontrato, dalle possibilità economiche degli enti, circa una possibile assunzione dei soggetti in futuro.

A tale proposito, sorge un’inevitabile riflessione in merito alle attuali iniziative di orientamento scolastico che si propongono alle scuole medie inferiori, per individuare negli alunni, a detta dei formatori, attitudini particolari in vista della scelta del grado d’istruzione successivo. Appare già discutibile che all’età di 13-14 anni gli alunni debbano essere in grado di dare una direzione professionale alla loro vita, in una società confusa e in crisi essa stessa.

Scelte eterodirette, destini predeterminati

I ragazzi, il più delle volte, si sentono costretti a scegliere secondo le richieste del mercato del lavoro, sostenuti anche dalle famiglie che conoscono bene la crisi occupazionale, nonché dal giudizio espresso dai docenti. In buona parte dei casi sarà la valutazione scolastica a condizionare una scelta di futuro: liceo, o istituto, o scuola professionale e… il destino sembra già prefigurarsi. Da una parte i bravi e i meritevoli di accedere anche agli studi universitari, dall’altra quelli da preparare al mondo del lavoro, bene o male. I nostri nonni direbbero: «Mica tutti possono diventare dottori! Qualcuno dovrà lavorare nei campi!». Essi hanno ragione! Purché ogni alunno sia posto nelle condizioni di realizzare un sogno, un progetto, senza penalizzare in alcun modo il diritto alla cultura che, sola, ci rende cittadini del mondo, nell’ottica di un’educazione planetaria.

Al di là delle numerose teorie, dei vari approcci al tema, della ingente letteratura specifica, preoccupa in particolare il destino degli studenti che si iscrivono alle scuole e/o agli istituti professionali, essendo generalmente considerati inadeguati agli studi liceali a causa di precedenti valutazioni scarse o di povertà sociale-educativa o ancora perché ritenuti di scarse qualità intellettive.

Concetti di carattere aziendalistico-economico

Una subdola selezione umana, questa, di cui non si è granché consapevoli. Non è casuale che i testi adottati in queste scuole siano volutamente caratterizzati dalla semplificazione e subiscano ulteriori “tagli di programma” ad opera dei docenti, a seguito del persistente pregiudizio sugli studenti che “tanto non ce la fanno”. In questo modo, pur apprezzando l’infaticabile lavoro dei docenti, che rischiano loro malgrado, di trasformarsi in burocrati delle istituzioni, si rischia di alimentare un distorto principio di meritocrazia e di non garantire “le pari opportunità” a ogni studente-persona. Si gioca a tavolino il loro destino, si recide il loro personale progetto di vita.

Inoltre, merita una certa attenzione un’espressione sempre più comune ma che tanto chiara ai più non è, ovverocapitale umano”, un concetto nato negli anni Sessanta e approfondito negli anni Novanta, che suscita una certa inquietudine a seconda dell’ottica interpretativa di ciascuno.

È l’OCSE a precisarne il significato: si tratta di «conoscenze, abilità, competenze e altri attributi degli individui che facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico».

Rimandiamo ad altra sede l’esplicitazione delle numerose teorie in merito. Ciò che importa al nostro scopo è una riflessione sul termine stesso e le implicanze sulla scuola a fronte di una sua distorta o utilitaristica interpretazione. “Capitale”, dal lat. capitāle, deriv. di căput -pĭtis “capo’”, implicitamente, rimanda a contesti di carattere aziendalistico-economico. In linea con tale concetto sembra essere la definizione delle otto competenze europee. Come valutare l’effettivo raggiungimento delle competenze europee previste? Come garantire una corretta applicazione della meritocrazia, secondo l’articolo 34 della Costituzione? Come tutelare, in un quadro simile, l’integrità psicologica e fisica dei nostri giovani? Quali sono i principi dell’agire etico della scuola? e se si operasse nell’ottica del capitale educativo? Così da liberare l’espressione “capitale umano” da ogni accezione strumentale ed economica e riportare la scuola al suo compito: educare, istruire, formare attraverso il Sapere, la Cultura, la Conoscenza che rendono l’uomo autenticamente libero.

Le parole hanno un peso

Le parole hanno un peso, veicolano pensieri e comprensioni attraverso un linguaggio sempre più tratteggiato da tecnicismi, anglicismi, superficialità, elusione di significati. Occorre riacquisire un’etica del linguaggio, soprattutto del linguaggio educativo. Il rischio che corriamo è la progressiva aziendalizzazione della scuola che, accompagnata dalla vistosa deriva medicalizzante, rischia di trasformarsi in un sistema a priori escludente dominata da un lessico più economicistico che umano. Del resto, i numeri della dispersione scolastica e delle varie situazioni di criticità che coinvolgono le giovani generazioni, ne sono una testimonianza. Quasi una implicita e silenziosa selezione della popolazione giovanile per rispondere alla richiesta economica di efficacia, efficienza, competenza, imprenditorialità. Si ha l’impressione che la persona sia spogliata gradatamente delle sue peculiarità a favore della formazione del cittadino-imprenditore, mentre si enfatizzano espressioni come: integrazione e inclusione, pari opportunità, libertà ma, di fatto, il piacere di andare a scuola, semplicemente di imparare, sembra passato in secondo piano. Dobbiamo far nostra la convinzione che ogni comunità che aspiri a esistere ha bisogno di coltivare la propria cultura e valorizzare le proprie radici culturali e storiche.

Occorre un’educazione ecologica a tutto tondo

La Cultura è l’antidoto alla crisi e la scuola rappresenta una delle poche possibilità per uscire dalla caverna di Platone, per acquisire identità e dignità di esistere, per assaporare la bellezza che ci è stata donata e che solo un’educazione ecologica a tutto tondo potrà restituire, come testimoniano le teorie di U. Bronfenbrenner e quelle di G. Bateson.

È indispensabile, dunque, tenere conto che gli adolescenti hanno condizioni di partenza differenti, un retroterra culturale, economico e sociale eterogenei che non garantiscono, oggi come oggi, l’uguaglianza delle opportunità.

È sulla formazione della persona che dobbiamo lavorare, sulle intelligenze, sui talenti, sulla scoperta di attitudini, sulla capacità di agire e scegliere secondo un pensiero critico. Occorre riportare nella scuola, che sia un tecnico, un professionale, un liceo, lo studio delle materie umanistiche: storia, filosofia, letteratura. Bisogna insegnare a scrivere correttamente, a esprimersi con un lessico adeguato e più forbito, allenare la mente e il cuore. I nostri giovani non rappresentano solo forza-lavoro, essi scriveranno il futuro dove ciascuno dovrà essere protagonista, secondo il principio di uguaglianza previsto della Costituzione, che si fa garante della tutela delle differenze sociali e civili.

Ci sono periferie delle grandi città, o addirittura regioni, dove i giovani sono vittime di dinamiche antisociali (spaccio, criminalità, mafia) per i quali la scuola sembra non avere strumenti di recupero sufficienti, nonostante l’impegno di molti docenti.

Ci sono regioni nelle quali la disoccupazione appare il problema più insormontabile, dove i giovani devono imparare la legalità e la giustizia, il rispetto per l’ambiente e per l’Altro da me. Quindi è sulla formazione della persona che dobbiamo lavorare, sulle intelligenze, sui talenti, sulla scoperta di attitudini, sulla capacità di agire e scegliere secondo un pensiero critico. Occorre riportare nella scuola, che sia un tecnico, un professionale, un liceo, lo studio delle materie umanistiche: storia, filosofia, letteratura. Bisogna insegnare a scrivere correttamente, a esprimersi con un lessico adeguato e più forbito, allenare la mente e il cuore. I nostri giovani non rappresentano solo forza-lavoro, essi scriveranno il futuro dove ciascuno dovrà essere protagonista, secondo il principio di uguaglianza previsto della Costituzione, che si fa garante della tutela delle differenze sociali e civili.

Il vero valore della scuola

Il valore della scuola sta nel valore intellettuale, valore come proprietà di acquisizione, di lettura e scrittura libera, come qualità della parola, valore come esperienza originaria, come vita originaria. Quale impresa più grande di questa può prefiggersi una istituzione che si occupi della gioventù? La scuola non è al servizio dei bisogni sociali degli adulti, come si è imposto inesorabilmente negli ultimi decenni, non è la succursale di un ufficio di collocamento che chiede ai giovani di uniformarsi, ma occorre sia un ente in sé di promozione di nuove immagini di futuro, di invenzione di prospettive. Lo studente è la vita giovane in viaggio, è vita che si trova in cerca, in ricerca, per avverare un destino ignoto, mentre la scuola è la dimora intellettuale dei giovani.

L’alternanza scuola-lavoro può rappresentare un’eventuale opportunità ma solo ed esclusivamente in un complesso sistema scolastico rinnovato alla base, capace di garantire effettivamente il criterio della meritorietà e non il potere del merito, in grado di essere luogo di cultura e quindi di crescita.

La libertà esiste nel diritto al sogno per ciascuno e Lorenzo aveva dei sogni, un progetto, delle aspirazioni, come tutti i nostri ragazzi. Dobbiamo riconquistare la loro fiducia. Ascoltiamoli, guardiamoli, cogliamo la loro energia, non spegniamo il loro entusiasmo, non mortifichiamo la loro energia vitale. Loro, i nostri giovani, sono la speranza e Lorenzo riguarda ciascuno di noi.

[…] Un’educazione che trascura in qualunque modo l’immaginazione è un’educazione alla psicopatia

Hillman

 

Bibliografia essenziale

“Prof…quanto mi hai dato? Etica e pedagogia della valutazione scolastica” ed. Golem, Torino 2021 di Luisa Piarulli, Gabriella

[i] https://www.miur.gov.it/-/pubblicato-il-sillabo-per-l-educazione-all-imprenditorialita-nella-scuola-secondaria-

[ii] Ibidem

[iii] L’Alternanza scuola-lavoro, la cui denominazione a seguito dell’Art.57, comma 18 della Legge di Bilancio 2019 è stata rinominata PCTO, è una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi.

Scrive per noi

Luisa Piarulli
Luisa Piarulli
Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

Luisa Piarulli

Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

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