L’urgenza morale di restituire una voce ai non umani: al Salone del Libro di Torino la lectio magistralis dell’antropologo Amitav Ghosh

“I non umani possono parlare?”. Amitav Ghosh inaugura la XXXIV edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino ponendo questa domanda. Prima di rispondere, però, Ghosh fa un passo indietro per cercare di capire chi e cosa è umano, ma soprattutto – visto che l’attributo della parola è sempre stato concesso solo agli esseri umani – si è chiesto: tutti gli umani possono parlare? La risposta è negativa. No, non tutti gli esseri umani possono parlare, ma non per questo motivo smettono di essere umani o sono considerati meno umani di altri.

Chi e cosa è umano?

L’invenzione dell’essere umano normalmente viene collocata nel 1758, quando Linneo inventò la categoria tassonomica dell’homo sapiens. Questo termine binomiale nasce proprio nell’epoca in cui in Europa si diffuse l’Illuminismo e, con esso, lo sviluppo di ciò che ora definiamo “scienza”. Secondo Linneo, tutti gli homo sapiens appartenevano alla stessa specie. Tuttavia, a seconda del luogo in cui si trovavano e delle caratteristiche fisiche che possedevano, venivano ulteriormente divisi in sotto-specie.

Gli esseri umani erano comunque visti come una singola specie; l’Illuminismo, però, negava quanto asserito da Linneo. Infatti, gli illuministi sostenevano che all’interno della categoria homo sapiens esistesse una sorta di gerarchia che designava chi era più umano degli altri. E questo ci porta ad un paradosso: l’Illuminismo vide l’invenzione del concetto di “essere umano”, ma allo stesso tempo le facoltà di parlare e ragionare non vennero egualmente distribuite tra tutti gli esseri umani. Questa convinzione è in parte presente anche nella società contemporanea.

I non umani possono parlare?

Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: i non umani possono parlare? La risposta è affermativa. Sì, i non umani possono parlare, ormai è stato appurato. Basti pensare agli alberi delle foreste, in grado di avvertirsi e aiutarsi reciprocamente in caso di pericolo o se un membro del gruppo è malato. Quando ci chiediamo se i non umani possono parlare, Ghosh ci invita a soffermarci sul verbo “parlare”, che normalmente viene collegato esclusivamente al linguaggio umano. Proiettando l’attributo umano della parola, del “parlare” così come lo intendono gli esseri umani, sugli altri esseri viventi, diventa inevitabile considerarli muti e negare loro un proprio linguaggio. Siamo stati abituati ad escludere la possibilità dell’esistenza di un punto di incontro tra i linguaggi umani e non umani. Ma se noi non riusciamo ad interpretare le loro “parole”, potrebbe valere anche il contrario? Le foreste potrebbero considerarci esseri muti?

Disfare la dicotomia umano/non umano attraverso le storie

La nostra capacità di raccontare storie ci distingue dalle altre specie, e questo ci rende consapevoli delle voci dei non umani che ci circondano. Le nostre storie, quindi, ci danno la possibilità non solo di raccontare la singolarità umana, bensì di raccontare anche il nostro lato più animale che permette di creare un dialogo con i non umani. Ma si sa, la modernità tende a creare dicotomie: umani e non umani così non possono più essere legati, e diventano voci separate che non sanno più ascoltarsi. Anche la letteratura ha rotto questo legame: l’umano è sempre al centro, e se non è così, se viene dato spazio al non umano, la narrazione viene inserita nella categoria fantasy.

Lo sostiene anche l’antropologa Anna Tsing: “negli ultimi decenni, molti studiosi hanno dimostrato che inserire solo protagonisti umani nelle nostre storie non è una propensione umana spontanea, bensì un’impostazione culturale legata ai moderni sogni di progresso. […] Esistono altri modi di costruire mondi. […] Tuttavia le istanze di progresso impediscono di vederli: gli animali parlanti sono riservati ai bambini e ai primitivi. Messe a tacere le loro voci, immaginiamo il nostro benessere senza di loro. […]”.

Ma se questi linguaggi cominciassero ad intrecciarsi? Se si interrompesse questa continua lotta per la conquista degli spazi e si cominciasse a cooperare? Una lectio magistralis che ci pone una moltitudine di domande a cui è difficile dare una risposta ma che sicuramente ci apre a nuove riflessioni sulle future relazioni da intraprendere con tutti gli esseri non umani.

“Apriamo finalmente gli occhi sul fatto che, rifiutando di ascoltare voci diverse dalla nostra, ci siamo condannati alla rovina – non solo la nostra ma anche quella dei molti non umani a cui nelle storie narrate dai nostri antenati veniva riconosciuta una voce. Ne consegue che, se a quelle voci non umane dev’essere restituito il proprio posto, ciò dev’essere fatto innanzitutto per mezzo delle storie. È questo l’oneroso fardello che oggi pesa su scrittori, artisti, film-maker e chiunque altro sia coinvolto nel narrare storie: a noi spetta il compito di immaginare come restituire intenzionalità e voce ai non umani. Come in tutte le più importanti imprese artistiche della storia, è un compito insieme estetico e politico – e data l’enormità della crisi che affligge il Pianeta, ha oggi un’estrema urgenza morale” (Amitav Ghosh, lectio magistralis, XXXIV edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino)

Scrive per noi

Federica Benedetti
Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

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Ha studiato arte presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e archeologia medievale presso la University of York in Inghilterra. È attualmente studentessa della magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato anche per Lavoro Culturale e la rivista pH.

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