Nel “caso Dreyfus” la secolare partita fra democrazia e demagogia. E l’educazione come antidoto

La bibliografia sul caso Dreyfus è sterminata, la filmografia è comunque ampia. Ma il caso non ha cessato di esercitare fascino su spettatori di epoche diverse, anche in Italia; eppure non si tratta dell’unico caso giudiziario in cui la mala giustizia abbia segnato l’iter legale di un processo. Ne è la prova il film di Roman Polansky L’ufficiale e la spia tratto dall’omonimo romanzo di Robert Harris (2013, tr. it. di Giuseppe Costigliola, Milano, Mondadori, 2014).

Si potrebbe obiettare che anche il caso Rosenberg degli Usa degli anni Cinquanta ha rappresentato un evento nella storia della mala giustizia. Ma, appunto, bisognerebbe aggiungere, il caso Dreyfus ha aperto la strada, con conseguenze politiche nella Francia di fine Ottocento e di inizi del Novecento che si sono protratte sino alla Seconda guerra mondiale. Questo significa che al “i coniugi Rosenberg debbono essere colpevoli di spionaggio a favore dell’URSS!” ha fatto da premessa “Dreyfus deve essere colpevole di spionaggio a favore della Germania!”. Devono, deve. Perché?

Il ruolo decisivo le folle urbane

L’assunzione di colpevolezza è a priori rispetto all’accertamento giudiziario: l’appartenenza politica nel caso dei coniugi Rosenberg, le origini ebraiche nel caso di Dreyfus. Assunzione di colpevolezza in cui hanno un ruolo decisivo le folle urbane, soprattutto nel caso Dreyfus, mobilitate contro un nemico costruito appositamente, cariche del «desiderio di assistere all’umiliazione inflitta a un altro essere umano», come scrive Robert Harris (op. cit., p. 17) a proposito della pubblica degradazione del capitano Alfred Dreyfus, accusato di intelligenza con il nemico tedesco; è il 1894, fresche sono ancora le ferite della guerra franco-prussiana del 1870-1871. «Il brusio della folla era attenuato, ma minaccioso, come il respiro di una bestia possente, al momento tranquilla ma che all’improvviso poteva diventare pericolosa. Poco prima delle otto era comparso un drappello di cavalleggeri che aveva sfilato al trotto davanti alla folla, e d’un tratto la bestia aveva cominciato ad agitarsi intravedendo un carro nero per il trasporto di detenuti trainato da quattro cavalli. Un’ondata di scherno era serpeggiata tra la folla e aveva investito il carro» (R. Harris, op. cit., p. 18).

Folla vs. individui pensanti e critici

Daniel Halévy, “Il caso Dreyfus. Apologia del nostro passato” (ed. orig. 1911, tr. it. Milano, Oaks Editrice, 2021, a cura di Francesco Ingravalle)

La folla, il nuovo attore sociale scoperto da storici come Taine, da psicologi come Gustave Le Bon (che ne ha dato la prima descrizione ampia nel 1895) e che Freud analizzerà ulteriormente in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), quella folla che gli intellettuali liberali francesi vogliono disgregare e riaggregare come comunità di individui pensanti, critici, attraverso un’azione “demopedica”, un’azione di educazione delle masse, come propone Daniel Halévy, autore di Il caso Dreyfus. Apologia del nostro passato (1911, tr. it. Milano, Oaks Editrice, 2021, a cura di chi scrive), il cui centro sono le “Università popolari”.

Questo è il punto centrale del caso Dreyfus: in esso si è giocata la secolare partita fra democrazia e demagogia, per la prima volta in modo radicale, con il coinvolgimento massiccio dell’opinione pubblica che andrà dividendosi sempre più in un orientamento radical-progressista, favorevole a una revisione del processo al capitano Dreyfus e in un orientamento nazionalista, completamente ostile alla revisione.

Nel sonno della ragione emergono gli incompetenti e prosperano stereotipi e pregiudizi

Ma l’emergere, grazie all’azione del maggiore Picquart, della copertura del vero traditore da parte dell’esercito francese, giunta sino alla falsificazione delle prove documentarie, pur di spedire Dreyfus alla “ghigliottina secca” (com’era definito l’internamento nell’Isola del Diavolo) pone l’opinione pubblica di fronte a un’alternativa netta: perseguire la giustizia e la sicurezza nazionale, oppure appoggiare la “difesa di casta” delle alte gerarchie militari francesi. Alternativa risolta dall’azione dell’ufficiale di carriera, Picquart e appoggiata da una parte dell’intellettualità francese (celebre il J’accuse Zola).

Ombre del passato? Non del tutto. Mentre la demopedia (per usare l’espressione di Halévy) nelle democrazie occidentali è appena ai suoi primi passi, la demagogia compie passi da gigante, ben chiari in ogni situazione di emergenza, contendendo il ruolo di guida ai competenti, come rilevato non molto tempo fa da Tom Nichols (La conoscenza e i suoi nemici. L’èra dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, Roma, LUISS, 2018).

Nel sonno della ragione prendono corpo stereotipi e pregiudizi che si riversano rumorosamente e dannosamente nella politica. Come è accaduto nel caso Dreyfus e come il film di Polansky documenta con precisione.

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