Pechino 2022: le Olimpiadi ai tempi della crisi climatica

I Giochi Olimpici invernali di quest’anno sono i primi nella storia ad avere neve al 100% artificiale. Pechino ha dichiarato di voler rendere l’evento il più green di sempre, investendo nell’energia rinnovabile e puntando su tecnologia di punta. Tuttavia, persistono numerosi dubbi riguardo le capacità di assicurare un’edizione sostenibile e rispettosa del territorio e di chi lo abita.

Venerdì 4 febbraio ha preso avvio la ventiquattresima edizione dei Giochi Olimpici invernali a Pechino che insieme alla tredicesima edizione dei Giochi Paralimpici invernali si terrà sino al prossimo 20 febbraio. La cerimonia inaugurale ha avuto luogo nel Bird’s Nest, stessa struttura utilizzata nel 2008 per l’apertura dei Giochi Olimpici estivi. La capitale cinese sarà dunque la prima città nella storia ad aver ospitato le Olimpiadi nelle due diverse stagioni. L’edizione 2022 sta attirando l’attenzione a livello internazionale, in particolar modo sulla questione della sostenibilità ambientale e sociale di una manifestazione di tale entità nell’era climaticamente più calda di sempre.

Il Bird’s Nest, dove come nel 2008 si è tenuta la cerimonia di apertura dei Giochi

Ed è proprio una promessa di sostenibilità quella fatta dalla Cina in occasione di Beijing 2022, o per lo meno un impegno a garantire un evento che sia verde, inclusivo, aperto e pulito. La sostenibilità ambientale e più precisamente la riduzione delle emissioni e dell’inquinamento atmosferico ha costituito uno degli aspetti più significativi della candidatura nel 2015, tanto da far dichiarare agli organizzatori che l’obiettivo ultimo sarebbe stato la realizzazione della prima edizione a zero emissioni nette della storia.

Un obiettivo problematico

Greenpeace ha però fatto notare come sia difficile valutare il raggiungimento effettivo di tale obiettivo, vista la scarsità di dati. Per ridurre l’impatto ambientale di un evento di tale portata, molto è stato investito sull’energia “pulita” e sulla mobilità sostenibile: è stato annunciato che il 100% degli impianti sarebbe stato alimentato da fonti rinnovabili e anche per la mobilità si è puntato sull’efficientamento energetico, con l’impiego di veicoli alimentati a idrogeno. Ciò nonostante, molti impianti sono stati costruiti impiegando energia proveniente da fonti fossili come il carbone.

Inoltre, sono stati avviati progetti di rimboschimento affinché vengano compensate le emissioni in eccesso generate dalla manifestazione sportiva. Anche in questo caso però le criticità non mancano: la costruzione delle sedi per i Giochi Olimpici ha implicato lo spostamento di 20mila alberi e la lavorazione di 81 ettari di terreno, esponendo il territorio a un maggiore rischio di erosione, frane e inquinamento delle falde acquifere. Il danno all’habitat animale è riscontrabile già da ora: basti pensare che la riserva naturale da cui sono stati sradicati gli alberi ha perso il 20% della sua superficie, minacciando la sopravvivenza di alcune specie protette come l’aquila reale. Infine, la piantumazione di 60 milioni di alberi non rappresenta una garanzia assoluta in termini di compensazione di emissioni di CO2 poiché gli alberi potrebbero venire abbattuti o bruciare in incendi più tardi.

Primi per pannelli solari, ma anche per il carbone

Tuttavia, va comunque detto che a livello mondiale, la Repubblica Popolare è collocata al primo posto nella produzione di pannelli solari e impianti eolici e nonostante l’obiettivo del 25% di energia da fonti rinnovabili entro il 2030 sia considerato da molti non abbastanza ambizioso, si tratta comunque di un passo avanti per un Paese alimentato ancora per oltre il 50% dal carbone.

In un contesto simile, i Giochi Olimpici rappresentano un’occasione preziosa per mostrare i progressi della transizione energetica e della lotta all’inquinamento dell’aria. Nella provincia di Hebei vicino Pechino, dove si tiene una parte delle competizioni montane, è stato inaugurato un nuovo impianto elettrico in grado di convertire energia rinnovabile e produrre 14 miliardi di chilowattora di elettricità pulita all’anno. Inoltre, gli obiettivi statali di qualità dell’aria sono stati raggiunti per la prima volta lo scorso anno, con una riduzione del 63% della concentrazione delle particelle nocive PM2,5 tra il 2013 e il 2021. Secondo un rapporto dell’Energy Policy Institute di Chicago (EPIC), la Cina avrebbe varato un piano per migliorare la qualità dell’aria dopo che l’inquinamento aveva raggiunto livelli record nel 2013, costituendo anche un problema di immagine internazionale, oltre che di salute pubblica. Tale decisione è coincisa con la candidatura della capitale per i Giochi invernali e ha ripreso le misure in occasione delle Olimpiadi del 2008 ma su più ampia scala, con l’imposizione di standard più severi per le centrali a carbone, riduzione del numero di auto in circolazione per diminuire le emissioni, realizzazione di campagne per sostituire le caldaie a carbone. Tuttavia, nonostante i progressi siano innegabili, i livelli odierni rimangono molto elevati, quasi oltre il doppio del limite consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Fiori a basso impatto

Un altro aspetto delle Olimpiadi che mirano ad essere le “più green di sempre” riguarda la scelta di riutilizzare gli edifici costruiti per Pechino 2008. Ad esempio, il Water Cube che durante i Giochi estivi ospitò le gare di nuoto, è stato riconvertito in Ice Cube per il curling. Si è puntato su una tecnologia innovativa, con un occhio di riguardo per la sostenibilità; infatti, è stato progettato un sistema di fabbricazione del ghiaccio rimovibile in modo da ridurre la quantità di energia consumata. La pista di curling potrà essere riconvertita successivamente in una piscina in tempi brevi, entro circa 20 giorni, il che consente un recupero efficiente delle strutture olimpiche. Rimane pertanto il dubbio sul destino di quegli impianti collocati in aree naturalistiche e non densamente popolate, soprattutto ad alta quota e quindi meno propense ad accogliere strutture che possano avere un’utilità pubblica, oltre il periodo di svolgimento dei Giochi.

Il Water Cube, progettato in occasione delle Olimpiadi del 2008, oggi convertito in stadio per il curling

Un ulteriore elemento green di questa edizione e forse anche il più insolito riguarda i fiori. Potrebbe effettivamente risultare una questione marginale e non essere considerato di certo uno dei maggiori problemi in termini di sostenibilità. Tuttavia, Pechino ha voluto sperimentare tecniche a basso impatto ambientale anche per i bouquet che solitamente accompagnano le premiazioni. Per accompagnare le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo delle Olimpiadi in corso sarebbero serviti all’incirca 1.251 mazzi di fiori, una quantità di certo elevata e sicuramente uno spreco non necessario se si pensa che i bouquet hanno vita breve non conservandosi a lungo e avendo una funzione meramente decorativa.

Perciò, per Pechino 2022 sono stati realizzati dei fiori destinati a non appassire mai, in lana leggerissima, cuciti a mano da una tessitrice di Shanghai secondo l’antica tradizione locale. Oltre che alla sostenibilità questa scelta punta anche alla valorizzazione dei saperi locali: basti pensare che per comporre un singolo bouquet occorrono 35 ore di lavoro preciso.

Persistono numerosi dubbi riguardo le capacità della Cina di ospitare delle Olimpiadi invernali realmente sostenibili. Oltre ai punti precedentemente menzionati, uno degli aspetti più critici è costituito dal fatto che per la prima volta nella storia la neve sarà al 100% artificiale. L’innevamento artificiale richiede enormi quantità di energia e notevoli volumi d’acqua: solamente per questi Giochi si è previsto un consumo di 2,7 milioni di metri cubi d’acqua che corrispondono al bisogno giornaliero di 100 milioni di persone. Le autorità cinesi hanno dichiarato che non solo l’energia necessaria per produrre la neve proverrà da fonti rinnovabili ma che inoltre per l’acqua verranno utilizzate cisterne speciali che raccolgono il deflusso montano e la pioggia durante l’estate e che parte dell’acqua verrà riciclata e destinata ad altri impieghi come ad esempio all’agricoltura, cercando così di minimizzare il più possibile l’impatto ambientale. 

Tuttavia, già dall’inverno del 2014 Pechino era rimasta senza neve per più di 100 giorni e quest’anno la prima neve è arrivata con un ritardo di tre mesi, in gennaio. Le carenze di precipitazioni di cui la capitale soffre potrebbero quindi rendere indispensabile attingere a risorse idriche locali e prelevare l’acqua ai cittadini e agli agricoltori, come già riportato da alcuni casi. In ogni caso, sebbene le tecnologie utilizzate siano eco-sostenibili, il cambiamento climatico in atto ostacolerà la produzione di neve artificiale: uno studio pubblicato dall’EGU, la European Geosciences Union, ha dimostrato che fino al 35% dell’acqua potrebbe andare perduta durante l’innevamento poiché non riuscirebbe a cristallizzarsi in ragione dell’aumento delle temperature globali.

Nello sport a vincere è il meteo

Inoltre, sebbene la quantità e la frequenza di precipitazioni nevose non sia una delle variabili più importanti nel processo di selezione dei siti olimpici, risulta fondamentale avere temperature sufficientemente fredde per un lasso temporale abbastanza lungo in modo da consentire il mantenimento della neve prodotta artificialmente. A tal proposito, la geografa Carmen de Jong ha dichiarato alla CNN che “organizzare eventi senza la fonte primaria da cui dipendono non è solo insostenibile, è irresponsabile”. 

I cannoni sparano la neve artificiale sulle piste da snowboard a Zhangjiakou

Nel prossimo futuro è altamente probabile che il cambiamento climatico causerà danni considerevoli a tutti quegli sport che dipendono dal meteo, come dimostrato in uno studio pubblicato su Current Issues in Tourism che analizza i possibili effetti collaterali per gli sport che si praticano sulla neve. Infatti, a causa delle variazioni climatiche degli ultimi cento anni, molte città che hanno ospitato le Olimpiadi in passato già oggi non potrebbero più farlo. Più precisamente, confrontando i dati con le proiezioni climatiche future – e prendendo come riferimento lo scenario peggiore in cui non riusciremo a ridurre le emissioni climalteranti – è risultato come solamente una delle 21 città sede dei Giochi invernali – Sapporo in Giappone – sarebbe in grado di accogliere nuovamente l’evento entro il 2050. Anche se non lasciassimo crescere le temperature globali al ritmo attuale, riducendo le emissioni come previsto dagli accordi di Parigi, sarebbero solo otto le città capaci di poter proseguire nell’organizzazione delle Olimpiadi. Tale studio mette in luce come nel giro di qualche decennio si sia assistito a un rapido peggioramento delle condizioni climatiche: basti pensare che nelle edizioni tra gli anni Venti e Cinquanta del secolo scorso la temperatura media delle città ospitanti era di -0,4 °C, aumentata a 3,1 °C tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, fino ad arrivare ai 6,3 °C a partire dal nuovo millennio. 

Il cambiamento climatico ha comportato la scomparsa della stazione sciistica più alta del mondo a Chacaltaya, in Bolivia, a 5.399 metri sul livello del mare. Negli ultimi 50 anni la metà dei ghiacciai boliviani è andata perduta: una situazione destinata a peggiorare col tempo al crescere delle temperature, con una perdita del 95% del permafrost entro il 2050, secondo l’Atlante dei ghiacciai e delle acque andine, pubblicato nel 2018 dall’UNESCO e dalla fondazione norvegese GRID-Arendal. Non si tratta però di un problema riguardante esclusivamente alcune regioni del mondo: anche l’Europa soffrirà particolarmente dell’ulteriore aumento delle temperature medie, tant’è che nel giro di qualche decennio potrebbe non essere più in grado di ospitare le Olimpiadi in sicurezza. 

Industria da mille miliardi di dollari

Alla luce di tali evoluzioni, la neve artificiale assume dunque un significato ben preciso: ci allerta sulla minaccia agli sport invernali in un pianeta sempre più caldo. La sostenibilità ambientale non riguarda esclusivamente Pechino 2022 ma al contrario porta a riflettere sui limiti del “modello Olimpiadi” in generale. Sebbene sia innegabile che l’attenzione per l’ambiente stia crescendo, stupisce osservare come le edizioni più recenti siano anche quelle con un impatto ecologico maggiore e la sostenibilità diminuisca al passare del tempo. In un’epoca sempre più calda, diventa necessario ripensare i paradigmi di sviluppo e gestione delle risorse naturali per i grandi eventi, così come degli sport montani e del settore turistico, con l’obiettivo ultimo di garantire un certo livello di sostenibilità ambientale, oltre che sociale. La giustizia sociale è infatti strettamente collegata con quella climatica: la sostenibilità ambientale non può prescindere da quella sociale poiché non può esistere uno sviluppo rispettoso del territorio ma non dei diritti di chi lo popola.

Le ingenti spese e l’eccezionale leva politica dei Giochi Olimpici potrebbero far sì che questi grandi eventi diventino pionieri delle necessarie innovazioni in termini di sostenibilità, andando ben oltre questa industria da mille miliardi di dollari. Infatti, trattandosi di un mega progetto urbano, le Olimpiadi potrebbero rivelarsi particolarmente utili nell’affrontare le incombenti sfide di sostenibilità per le città in un’epoca di crescente e rapida urbanizzazione: ridurre le emissioni di gas serra, garantire la giustizia sociale, fornire mobilità sostenibile e frenare l’urban sprawl. Insieme alla loro eccezionale visibilità, i Giochi Olimpici forniscono una piattaforma unica per raggiungere un pubblico globale e potrebbero servire come modello da emulare per città, paesi e altri eventi in tutto il mondo.

Scrive per noi

Elena Bonvecchio
Ha conseguito la doppia laurea in Scienze internazionali e Scienze politiche presso l’Università degli studi di Torino e Sciences Po Bordeaux. E’ attualmente impegnata nel programma di Servizio Civile presso Legambiente Metropolitano, occupandosi di educazione ambientale e alimentare, mobilità sostenibile e rifiuti urbani.

Elena Bonvecchio

Ha conseguito la doppia laurea in Scienze internazionali e Scienze politiche presso l’Università degli studi di Torino e Sciences Po Bordeaux. E’ attualmente impegnata nel programma di Servizio Civile presso Legambiente Metropolitano, occupandosi di educazione ambientale e alimentare, mobilità sostenibile e rifiuti urbani.

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