Pessimismo o ottimismo? Notizie buone e cattive, i dilemmi della comunicazione ambientale (e degli educatori)

I migranti sbarcati su una spiaggia di Massa Lubrense

Ovvero premier britannici e salumiere campane. Catastrofismo o fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità? Homo homini lupus o esseri umani fondamentalmente buoni? E gli ambientalisti devono lanciare allarmi più forti o evidenziare le trasformazioni positive in atto? Dilemmi che toccano le strategie comunicative ma anche il ruolo che hanno, rispettivamente, azioni dal basso, comportamenti personali, innovazione sociale e scelte politiche generali.

Partiamo dalle notizie di un mattino qualsiasi. Da Londra arriva la notizia che l’imprevedibile premier brexittaro Boris Johnson ha annunciato un piano per l’eliminazione di tutte le auto diesel e a benzina entro il 2030 dal Regno (dis)Unito.

Da Massa Lubrense (Costiera amalfitano-sorrentina, Campania, Italia) quella che su una rinomata spiaggia della frazione di Nerano è sbarcato un piccolo gruppo di migranti provenienti da Afghanistan e Iraq. La vera (bella) notizia, ancorché insolita, però è che la proprietaria della locale salumeria ha aperto apposta il negozio per sfamarli, che il sindaco li ha ospitati in Comune, che gli abitanti di Massa Lubrense hanno fatto a gara per soccorrerli, incuranti della rabbia del solito deputato leghista secondo il quale mentre il governo «obbliga gli italiani ad indebitarsi per far mangiare i propri figli, altri giovani baldanzosi», arrivati da posti notoriamente pacifici e felici, si ingozzano, «mangeranno ottimamente ed andranno a dormire in qualche albergo o nave da crociera»

Il piano del governo inglese

Il Primo Ministro del Regno Unito Boris Johnson

Il piano in dieci punti del governo inglese (che nel 2021 ospiterà a Glasgow la COP sul clima slittata a causa della pandemia) appare in effetti notevole e dovrebbe portare alla creazione di 250.000 nuovi posti di lavoro.

Prevede, come detto, il divieto di vendita di motori a combustione entro il 2030, con sovvenzioni per le auto elettriche e finanziamenti per i punti di ricarica. La vendita di alcune auto ibride e furgoni continuerà fino al 2035.

Naturalmente occorre anche risparmiare energia (1 miliardo di sterline sarà stanziato l’anno prossimo per isolare case e edifici pubblici) e produrne di più per coprire la domanda di elettricità (quindi portando l’energia eolica offshore entro il 2030 a 40GW, abbastanza per alimentare ogni casa nel Regno Unito, e aumentando la produzione di idrogeno, con la promessa di una città riscaldata interamente dall’idrogeno entro la fine del decennio). Ogni anno dovrebbero essere piantati 30.000 ettari di alberi, nell’ambito degli sforzi di conservazione della natura e dovrebbero essere promossi i trasporti pubblici, la bicicletta e la camminata, mentre (gli affari sono affari, pardon, business is business) ci sarà anche un impegno a fare di Londra “il centro globale della finanza verde”.

Tutto bene?

Dunque, tutto bene? I governi si ravvedono, Trump perde, forse alla fine anche l’Unione europea ce la farà a superare il boicottaggio di Stati autoritari come la Polonia e l’Ungheria e a procedere verso un nuovo Green New Deal, i cittadini resistono ai richiami razzisti spezzando il pane della fraternità.

Rancorosi, frustrati e menagramo, per non dir di peggio, quanti invece mettono l’accento su cosa non va? Frughiamo allora tra le notizie o leggiamo bene tutti i punti del piano di Boris Johnson. Al punto 4 troviamo investimenti per 525 milioni di euro per una nuova energia nucleare. Ahi, è vero: sulla Terra non ci sono pasti gratis, diceva Barry Commoner, e anche l’energia da qualche parte va trovata, se non la si ricava dai combustibili fossili. O se, aggiungiamo noi, non cambia il modello di produzione e consumo, se non si trova una nuova base di benessere e felicità che non sia il profitto e l’avere, se non si dà la priorità alla riduzione dei consumi, cambiando pratiche sociali e stili di vita e puntando su efficienza e risparmio energetico. Il rischio è di trovarci un paesaggio costellato da centrali atomiche.

A fare le pulci al frizzante Boris è anche Greenpeace UK. Intanto, osserva, solo 4 miliardi di sterline delle 12 annunciate sono nuovi fondi governativi, il che significa che due terzi dei fondi promessi vengono semplicemente riciclati dalle promesse precedenti o arriveranno da privati. E poi, denuncia Greenpeace, Francia e Germania fanno ben di più (rispettivamente il doppio e il triplo).

Francia, la società civile vince contro il governo

Bene, mi dico, se il governo inglese si fa solo pubblicità e quello italiano latita e balbetta, almeno i cugini d’Oltralpe sono sulla buona strada. Girando pagina, trovo però che il Consiglio di Stato francese ha intimato al governo di Parigi di rendere conto entro tre mesi dei ritardi negli obiettivi di riduzione delle emissioni, che dovrebbero portare ogni cittadino dell’esagono a ridurre le emissioni di 11 tonnellate a due tonnellate pro capite. Ma lì almeno c’è una società civile che riesce a portare il governo in tribunale e anche a vincere.

A riportare in basso il barometro dell’umore, c’è il rapporto FBI (Hate Crime Statistics) su come è andata nel 2019 negli Usa in merito ai crimini dovuti a odio (per razza, etnia, discendenza, religione, orientamento sessuale, disabilità, genere e identità di genere), in base a quanto riferito dalle varie forze di polizia che aderiscono alla rilevazione.

Ebbene, per il 2019 l’FBI riporta 7.314 crimini con 8.559 vittime (tra persone, istituzioni finanziarie, enti governativi, organizzazioni religiose o società/popolazione nel suo complesso) di crimini che vanno dalla semplice intimidazione all’omicidio e allo stupro. In crescita rispetto al 2018 e il livello più alto dell’ultimo decennio, e in un contesto che ha visto invece un lieve calo generale dei crimini e che sottostima i crimini dettati da varie forme di odio, come rilevano gli avvocati statunitensi, perché gran parte dei dipartimenti e delle agenzie di polizia non hanno il mandato di denunciare i crimini d’odio.

Gli untori dell’odio

Esseri umani malvagi, allora? Assolutamente no, cerca di dimostrare Rutger Bregman, un giovane (1988) storico olandese: “La maggior parte delle persone è brava” (titolo originale del suo libro tradotto da Feltrinelli, anche grazie a un contributo della Fondazione nederlandese per la letteratura, con: “Una nuova storia (non cinica) dell’umanità”).

Gli esseri umani, dice, non sono buoni per natura o tutti angeli, ma sono comunque fondamentalmente buoni. Sono però convinti di vivere su un pianeta di m… e ciò a causa di due fattori principali:

  1. Da un lato i media, che per lo più li bombardano di notizie cattive. In effetti i veri catastrofisti sono gli organi di informazione, convinti che la “notiziabilità” spetti solo a scandali, delitti, disastri. Succede anche per l’ambiente: se ne parla soprattutto quando c’è una alluvione o qualche altro cataclisma causato da riscaldamento globale, incuria, erronea programmazione, grandi opere, sfrego del territorio, poi si torna all’usato profluvio di iperboli dedicate al teatrino della politica e a ogni minima oscillazione dei mercati.
  2. Dall’altro lato, c’è una predisposizione delle persone a credere al male più che al bene, rafforzata da una lunga tradizione di pensiero circa i difetti dell’animo umano (che va almeno da Machiavelli a Freud). Il male affascina e attrae. Metà della produzione letteraria di sempre e di quella televisiva e cinematografica (per non dire quasi tutta) sparirebbe senza il male.

Su questa predisposizione fanno presa discorsi d’odio, fake news, complottismi, negazionismi, nazionalismi e sovranismi vari. Che abbiano i baffetti neri o la crapa pelata, la barbetta brizzolata o una chioma tinta, dittatori, capipopolo e fomentatori di odio spesso trovano in effetti le piazze piene, reali o quelle odierne virtuali dei “like”.

Un discorso di verità

Il numero di “.eco” dedicato alle catastrofi. Articoli di Pietro Greco, Ugo Leone, Massimo Polidoro, Telmo Pievani e Mario Tozzi.

Lasciamo da parte la terapia suggerita dal nostro Bregman (porgere l’altra guancia, mettersi nei panni dell’altro, reagire alla violenza con la non violenza, fare del bene senza vergognarsene, cercare soluzioni “win win”, disintossicarsi da notizie e social…), che ci pare di avere già sentito (e che naturalmente condividiamo, anche se non basta).

Torniamo al dilemma: calcare la mano o rassicurare? Spennellare il quadro di tinte fosche o disegnare arcobaleni e luci in fondo al tunnel?

Del tema ci siamo già occupati nel 2012 (con articoli di Pietro Greco, Ugo Leone, Massimo Polidoro, Telmo Pievani e Mario Tozzi), nella nostra edizione cartacea  e poi negli anni successivi in una serie di temi monografici dedicati al futuro.

Con ragione Ugo Leone, in un contributo poi raccolto in un attualissimo volume (Prepararsi al futuro) osservava che l’approccio catastrofista «rischia di avere come risultato la rassegnazione e l’inazione». La paura, continuava Leone «può essere vinta informando in modo corretto e convincente la gente che se non si può prevenire tutto, molto si può prevedere e gran parte dei danni possono essere concretamente prevenuti e che, quindi, con i rischi ambientali si può convivere perché se li si conosce, li si evita».

Calcare la mano, dunque, è giusto, se l’allarme è scientificamente fondato ed è quindi un discorso di verità, accompagnato dalla proposta di opportuni rimedi. Come “il medico pietoso uccide il malato”, le narrazioni consolatorie uccidono l’intera umanità.

Prepararsi al futuro, collana Effetto farfalla

D’altro canto, le apocalissi ci attraggono, come ricordava Mario Tozzi nello stesso volume, ma, ahimè, più quelle improbabili che quelle possibili e anzi probabili («preferiamo prestare attenzione a Nostradamus piuttosto che non al clima che cambia o alle risorse che si esauriscono: problemi evidentemente troppo poco gravi in confronto alla fine improbabile di tutto il pianeta»): la fine del mondo antropocentrico (non del mondo in quanto tale) gli uomini l’hanno già sfiorata diverse volte e non è che facciano granché per evitarla in un prossimo futuro e «il punto cruciale, quello che marca la differenza, è che potremmo essere noi stessi i responsabili della nostra fine».

Apocalittici o integrati?

Naturalmente la diversa percezione del pericolo e la diversa disposizione ad accettare un discorso di verità non dipendono solo da (distorte) logiche massmediatiche o dalla psicologia sociale. Dietro il messaggio ci sono l’estrazione sociale, la formazione e i condizionamenti di chi lo emette, i proprietari dei canali che lo veicolano (i mass media), gli algoritmi dei motori di ricerca e i cookies, le conoscenze e gli interessi (culturali e materiali) di chi lo riceve. E poi, infine, sì, anche i contenuti e i codici del messaggio.

Il messaggio ambientale tocca e mette in conflitto molti interessi, capitale e lavoro, salute e ambiente, la borsa o la vita. Richiede una condivisione di cosa sia “bello” o “buono”, di cosa voglia dire “sostenibile”, per evitare il “greenwashing” o la ricerca di soluzioni che vanno bene a tutti perché non fanno male a nessuno. Anni fa (era il 2013) il rapporto annuale del Worldwatch Institute (The state of the world) si chiedeva da un lato se la sostenibilità sia ancora possibile, al punto cui siamo arrivati, e dall’altro ironizzava sull’abuso e la genericità della parola “sostenibile”, tanto da creare un rumore confuso, un “sustainababble” (da “babble”, “parlare in modo confuso”, e paronomasia che evoca la Babele delle lingue).

Fatto sta che in nome dell’anatema contro il catastrofismo abbondano le catastrofi ignorate (desertificazione, fame, malattie endemiche, migrazioni di massa, massacri di civili, sfruttamento e schiavitù) e i timori per le conseguenze della transizione (che comporta grandi mutamenti nel lavoro e negli stili di vita, cambiamento di abitudini, qualche rinuncia) tacciono sulle vittime della non-transizione, cioè sui costi (terribili) del non fare.

Le conseguenze per la comunicazione e l’educazione ambientale

Confidare nella capacità di cambiamento o sottolineare ambiguità, guasti e ritardi riflette non solo un giudizio antropologico, sulla natura degli esseri umani, ma una idea di tecnoscienza, di progresso, di economia. L’ottimismo sottovaluta i limiti (del pianeta, della crescita, del sapere, della fallibilità umana, dell’influenza del potere del “finanzcapitalismo”, della sincerità delle intenzioni, del buon senso, della capacità di lungimiranza, della volontà o capacità di privilegiare il bene comune sul profitto e sull’interesse egoistico,…) e sopravvaluta il dominio umano sulla natura e la bontà (o insuperabile oggettività) intrinseca delle leggi dell’economia.

L’ottimismo non contemperato dalla prudenza, dalla precauzione, da una epistemologia della complessità e dal pessimismo dell’intelligenza può insomma celare un errore antropocentrico o una adesione (consapevole o inconsapevole) al modello di produzione e consumo dominante – e insostenibile.

Comunicativamente significa esaltare i passi avanti, ignorando che il barometro complessivo volge al peggio, e educativamente puntare principalmente al convincimento individuale (del singolo imprenditore, del singolo cittadino-consumatore). Oppure pensare che saranno i meccanismi di mercato a cambiare segno all’economia mondiale. Non mancano le critiche a un simile approccio. Su “The Guardian” (19 novembre 2020) Robert S Devine, ad esempio, osserva che confidare nei mercati è come voler piantare un chiodo con una sega.

I comportamenti individuali bastano per la transizione ecologica?

E l’olandese Jaap Tielbeke (tradotto da “Internazionale” (21-27 agosto 2020) scrive che dobbiamo fare i conti con «il mito del consumatore verde, che ormai da trent’anni confonde le acque del dibattito sulla sostenibilità». «Finché ci concentreremo sui comportamenti individuali non ci avvicineremo a una soluzione. Per un cambiamento strutturale serve l’intervento politico».

Un falso dilemma?

Dobbiamo però sfuggire al falso dilemma tra comportamenti individuali e grande trasformazione complessiva verso società “verdi”. Prima di tutto, perché la somma dei gesti personali, ripetuti continuamente da un grande numero di persone, ha un impatto reale positivo sulle emissioni di gas serra come sull’impronta ecologica: si crea quella che si chiama “effetto tempo-effetto persona”.

In secondo luogo, perché mutamenti nel “sentire” dell’opinione pubblica, negli orientamenti di voto, nelle scelte di acquisto costringono politici, imprese e media riottosi a prendere atto della questione ambientale.

Cittadinanza attiva e partecipazione

Infine, e forse più importante, perché certamente l’educazione ambientale è una educazione alla bellezza (della natura rigogliosa e ricca di biodiversità, di una convivenza pacifica e felice tra colori, fedi e identità di un’unica comunità planetaria di destino, di una relazione saggia e accorta tra esseri umani e ambiente, di una città accogliente e vivibile) e  riconoscere, odiare e rifuggire la bruttezza, ma è anche educazione a una cittadinanza attiva e alla partecipazione democratica, per trovare, insieme, le soluzioni, in un mix dinamico tra spinta dell’innovazione sociale dal basso e nuove politiche, alimentato dalla comprensione generale di quegli elementi centrali cui si accennava: l’essere tutto interconnesso, la complessità, l’essere natura, il limite.

Il lavoro da fare, dunque, non è su una parte sola, ma su entrambi i versanti: delle persone e della società, dell’empatia e dell’intelligenza, della coerenza individuale e dell’azione collettiva.

Un dato che potrà sorprendere arriva da una ricerca citata da Jaap Tielbeke, secondo la quale «Chi è spinto a riflettere sulle cause strutturali del cambiamento climatico tende a donare più soldi alle campagne ambientaliste rispetto a chi si interroga sulla propria condotta individuale. Un dato forse ancora più sorprendente è che i primi sono anche più disposti a cambiare il proprio stile di vita. Sotto vari punti di vista, perciò, una maggiore attenzione alla responsabilità collettiva si traduce in una maggiore volontà di agire».

Il problema, insomma, non è di non essere troppo apocalittici o catastrofisti, ma di non essere troppo integrati.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

MARIO SALOMONE

Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

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