Politiche energetiche al bivio

L’Europa potrebbe avviarsi verso una svolta storica. E l’Italia? Anche nel nostro Paese occorrono politiche energetiche chiare e… energiche.
Sottoterra vi è un valore stimato in 20.000 miliardi di dollari. Come osserva Ugo Leone, esperto di politiche dell’ambiente, su questo sito, si capisce perché le industrie dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) paghino il silenzio sui cambiamenti climatici e vadano cercando nuovi giacimenti piuttosto che lasciare dove sono quei depositi e investire in fonti la cui trasformazione e il cui uso non comporta emissioni di gas serra in atmosfera. Rischiamo così di avere un doppio danno, accompagnato da una beffa: da un lato una catastrofe climatica che potrebbe diventare irreversibile, con un tracollo dei ghiacciai, del permafrost, l’innalzamento del livello dei mari e fenomeni meteorologici estremi. Dall’altro, come conferma una ricerca pubblicata su Nature e tradotta anche in Italia, siamo vicini al raggiungimento del “picco” della produzione di petrolio, cioè al momento in cui le sue riserve nel sottosuolo tendono a calare. Insomma, osserva sempre Ugo Leone, stiamo finendo il petrolio che può essere prodotto con facilità e a basso prezzo e le stime su nuove fonti sono esagerate. La conseguenze? Corsa all’accaparramento, instabilità e incertezza politica, aumento dei prezzi, effetti depressivi sull’economia.

L’Europa: tagliare i consumi, aumentare l’occupazione
Proprio per questo è molto importante che tutti (e per “tutti” intendiamo tutti: i cittadini, le imprese, le comunità locali, ecc.) prestino attenzione alle politiche energetiche a ogni livello, dall’Unione Europea al “conto energia” cui il governo Monti sta lavorando in questi giorni ai piani per l’energia sostenibile dei “Patti dei Sindaci”.
Commissione Europea, Consiglio d’Europa e Parlamento Europeo, ad esempio, stanno negoziando una nuova direttiva. Se passerà, come ci auguriamo, la posizione espressa dal Parlamento Europeo con il voto più “avanzato” in materia energetica della sua storia, i 27 Paesi della UE entro il 2020 dovranno tagliare 368 milioni di tonnellate di petrolio equivalente l’anno. Inoltre i fornitori di energia dovranno spingere i clienti a consumare meno, con un taglio di almeno l’1,5% l’anno dei consumi energetici finali, e gli enti pubblici saranno obbligati a rinnovare gli immobili al di sotto di standard minimi di efficienza.
Il che si tradurrà, secondo i calcoli del Dipartimento energia della Commissione, in un risparmio di 400 miliardi di euro in 8 anni e in quasi mezzo milione di nuovi posti di lavoro.
Sì, perché per risparmiare petrolio occorre intervenire sugli edifici (in Europa sono responsabili del 36% delle emissioni di gas a effetto serra) e sugli impianti. Per tecnici e maestranze (e anche per università e centri di ricerca) può essere una grande occasione: invece di chiudere una fabbrica dopo l’altra, bisognerebbe provare a riconvertire le aziende in crisi verso produzioni necessarie per una “economia ecologica”. C’è bisogno, ad esempio, di infissi, di regolatori di flusso, di contatori intelligenti, di pompe di calore, di impianti di micro-cogenerazione. Ma anche altri settori, come la mobilità, possono dare un grande impulso al risparmio energetico e alla riduzione di emissioni e inquinamento. Virtuosamente, la Danimarca ha già annunciato che entro il 2050 il 100% della sua energia sarà prodotta da fonti rinnovabili.

Una politica energetica nazionale, oltre il”conto energia”
Il 18 aprile le associazioni delle imprese delle rinnovabili hanno manifestato per chiedere un confronto sui decreti ministeriali del “Quinto conto energia”: l’obiettivo apparentemente ambizioso del 35% di energia da fonti rinnovabile entro il 2020 è sotto le potenzialità italiane. In Italia, infatti, siamo già al 26,6%. Secondo un recente rapporto americano del Pew Charitable Trust su dati raccolti da Bloomberg New Energy Finance, l’Italia è quarta nella classifica dei G-20 per gli investimenti nell’energia pulita. Inoltre, l’Italia è il primo Paese ad aver raggiunto la competitività dei prezzi dell’energia solare rispetto alle fonti tradizionali.
I decreti del Governo Monti, riducendo gli incentivi e aumentando le complicazioni burocratiche, rischiano di fare gli interessi delle lobby del petrolio, del carbone e del gas, dei grandi impianti energetici e del business dei termovalorizzatori.
Il futuro energetico (e anche occupazionale e ambientale) è invece basato su un modello “distribuito”, cioè capillare e di “prossimità”: grazie anche alle nuove tecnologie del fotovoltaico (celle solari su sottile film plastico flessibile), le rinnovabili devono vedere la partecipazione di cittadini, società civile, amministrazioni locali e andare incontro prima di tutto ai bisogni delle piccole imprese e delle famiglie.

 

Mario Salomone

02 maggio 2012

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