Prendersi cura di una Terra inquieta

“I care” (“mi importa”, “mi prendo cura”) è il motto di molti movimenti solidaristici e per diritti civili americani e di Martin Luther King, fatto proprio da don Lorenzo Milani, il prete “scomodo” animatore della scuola di Barbiana e di cui quest’anno è ricorso il cinquantesimo anniversario della morte.

A lui è dedicato un “focus” in questo numero di .eco, terza tappa di un processo di rinnovamento della storica rivista di riferimento del mondo dell’educazione ambientale italiana. L’obiettivo e la missione di questa rivista e di tutte le iniziative in cui siamo impegnati, sono di migliorare e rafforzare l’azione di chi a vario titolo svolge una funzione educativa, formale o no, diffondendo consapevolezza e potenziando in tutti i destinatari la capacità di promuovere cambiamento.

Viviamo in una Terra inquieta (come suona il titolo di una mostra conclusasi il 20 agosto scorso alla Triennale di Milano), turbata da guerre, esodi biblici, cambiamento climatico, xenofobia e razzismo, terrorismo, che sono il tragico lascito del colonialismo e del neocolonialismo e allo stesso tempo il segno di un crescente assalto alle residue risorse del pianeta, aumentando il debito ecologico che alcuni paesi hanno verso altri e verso la Natura.

Debito ecologico

Il nesso tra giustizia sociale e giustizia ambientale, tra concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi e saccheggio della Terra, infatti, appare sempre più chiaro, come è chiara la cecità che di là di parole e buoni propositi contraddistingue le politiche in quasi tutti i paesi del mondo.

Il 2 agosto scorso, ad esempio, è stato l’Overshoot Day, cioè il giorno abbiamo (simbolicamente) cominciato a usare “più di un pianeta”, secondo i calcoli del network mondiale che monitora l’impronta ecologica dei nostri consumi di risorse rinnovabili e della produzione di rifiuti e gas climalteranti.

Il dato attuale è di 1,7 pianeti, ma si tratta di una media e così come l’impronta ecologica non è uguale per tutti i paesi e per le singole persone, anche il giorno “dell’eccesso” non cade per tutti nello stesso momento. L’Ecological Footprint ci rivela non solo il debito ecologico dell’umanità verso il pianeta, ma anche il debito ecologico dei paesi sovraconsumatori verso quelli sobri per forza o per virtù, in genere gli stessi le cui risorse sono state e sono tuttora depredate dal colonialismo, dal neocolonialismo e da una vorace e ipercinetica globalizzazione.

Così, ad esempio, in Italia quest’anno l’Overshoot Day è stato il 19 maggio. Più virtuosi Cuba, che arriva quasi a Natale (2 dicembre) e l’Honduras (31 dicembre).

Una campagna internazionale per “spostare la data”

Per questo una campagna che intendiamo sostenere (#movethedate) chiede a tutti di fare sette promesse, impegnandosi a comportamenti in grado di “spostare in avanti” la data dell’Overshoot Day.

Dal cibo ai trasporti, dalla pressione sugli amministratori locali allo studio dei dati dell’impronta per capire cosa ridurre, sono molte le cose che ognuno può fare.

Certo, l’impegno individuale (praticato regolarmente e moltiplicato per milioni di volte e milioni di persone, raggiungendo così un “effetto tempo-effetto persona” che incide realmente sui dati, orienta il mercato, smuove i decisori politici) è importante ma non sufficiente. Le radici di un degrado ambientale sempre più drammatico e mortale – per gli equilibri e la biodiversità della Terra come per la stessa umanità – stanno ovviamente altrove, in una economia di rapina (magari mascherata da missione civilizzatrice – il “fardello dell’uomo bianco” di Kipling) diffusasi nel mondo con le scoperte geografiche dei navigatori europei e acceleratasi dalla Rivoluzione industriale in poi, fino alla “rapidizzazione” finale ed esponenziale degli ultimi decenni.

Caronte traghetta anche il PIL

“Antropocene” o “Capitalocene” (come sostiene l’americano Roger Morre, di cui segnaliamo un libro nelle pagine delle recensioni di questo numero)? Su periodizzazione, natura e cause dell’Antropocene il dibattito è aperto e certo una economia – che si chiami “capitalismo” o no – che non tiene conto dei limiti del pianeta e degli impatti ambientali è la principale responsabile.

Sappiamo, e ci ripetiamo spesso, che il PIL (il Prodotto interno lordo, indice adottato per la prima volta dagli Stati Uniti nel 1934) non misura il vero benessere, né la sostenibilità dello sviluppo (per quello in Italia c’è il BES, indice di benessere equo e sostenibile), ma piace tanto a chi cerca una crescita quantitativa, anche a scapito di uguaglianza sociale ed ecosistemi terrestri. L’unica notizia che però continua a contare veramente è se il bollettino trimestrale dell’ISTAT registra una qualche decimale in più o in meno rispetto al trimestre precedente o allo stesso trimestre dell’anno prima.

Pazienza se poi a quella ripresina hanno contribuito le spese per la ricostruzione post-terremoto, la riforestazione post-incendi boschivi, gli interventi post-alluvione, o le vendite di armi a qualche regime dittatoriale o paese sconvolto dalla guerra civile, o le ondate di calore dovute al riscaldamento globale.

I dati di Terna (la S.p.A. che gestisce la rete di trasmissione elettrica nazionale) ci dicono ad esempio che a luglio 2017 la domanda di energia elettrica è stata dello 0,5% in più rispetto ai volumi dello stesso mese dell’anno precedente (soprattutto al Sud, +0,9%) e che la potenza massima richiesta è stata di 54.535 MW: tale valore è stato conseguito giovedì 13 luglio alle ore 16 e risulta superiore del +1,8% al valore registrato alla punta del corrispondente mese di luglio 2016. Erano, guarda caso, i giorni di Caronte, una delle ondate di calore che questa estate hanno colpito l’Italia e che magari ha anche contribuito a fa salire un po’ il PIL….

Chi deve cambiare

Caronte traghettatore di anime dannate può essere una buona immagine di un modello di produzione e consumo di massa di beni a basso prezzo e obsolescenza programmata che inondano i mercati e diventano rifiuti, traghettandoci verso un inferno sociale e ambientale. Chi deve cambiare più velocemente e sensibilmente sono le anime dannate dal consumismo, che certo, drenando immense ricchezze verso l’uno per cento dell’umanità e verso i paradisi fiscali, lascia però, se non a tutti, a molti degli abitanti dei paesi più privilegiati e ai ceti privilegiati dei paesi meno sviluppati agi veri e presunti che li rendono complici o almeno succubi di un gigantesco reato ecologico e umanitario.

Crediamo di sapere ormai tutto, che il migliore dei mondi possibili sia a portata di mano, magari che l’educazione ambientale non sia più indispensabile, e invece l’abisso lo abbiamo davanti, sempre più vicino.

L’editoriale è uscito su “.eco” di settembre.

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