Produrre, vivere e sopravvivere all’epoca del Covid-19.

Come riorganizzare il lavoro? La distinzione tra economia naturale ed economia del denaro può esserci utile? E dobbiamo rassegnarci a una vita quotidiana calcolata al millimetro di distanza consentita? Tra riflessioni sociali ed economiche, l’autrice Tiziana Carena si chiede come verranno rappresentate in futuro le usanze e i costumi all’epoca del Covid. Certo è che per convivere con il virus le nostre abitudini saranno stravolte.

di Tiziana C.  Carena

L’impatto economico del corona virus ha rivelato un vulnus: la scarsa capacità di previsione manifestata dalle scienze sociali. E’ trascorso troppo tempo da quando le scienze sociali si proponevano di prevedere e indirizzare lo sviluppo prossimo delle società in via di industrializzazione. Scienze sociali: la sociologia, l’economia politica, la politologia. E’ trascorso ugualmente molto tempo dall’ultima pandemia, la pandemia da “febbre spagnola”: un secolo. Evidentemente la società detta post-industriale si riteneva al sicuro dagli eventi pandemici: eventi che evocano la prima modernità, se non il tardo medio-evo.
Invece, l’impensato è accaduto. Dapprima percepito come fenomeno locale (una cosa “cinese”), poi visto come qualche cosa di più di una lieve influenza. Infine si è preso atto che la epidemia trascendeva in pandemia e che il nemico (il COVID-19) aveva caratteristiche inusuali. Il lavoro degli infettivologi, dei microbiologi, dei virologi, degli pneumologi, parallelamente scopriva le caratteristiche nuove dell’agente patogeno. Nuove: forse è nato in laboratorio ed è sfuggito al controllo (il premio Nobel Luc Montagnier, scopritore dell’HIV, affaccia questa ipotesi); forse si è modificato, come fanno tutti i virus passando dall’animale all’uomo (quale animale? Due gli imputati: il pangolino e il pipistrello); a questo si aggiungono le fake news e le interpretazioni teologiche: forse è la punizione divina per i nostri peccati. Le fake news, come i video che girano nei social con pareri vari, innestano nella pubblica opinione dei “germi” che diventano anch’essi virulenti e che si estendono in numero sempre più crescente con danni difficilmente ponderabili.

Economia naturale vs economia del denaro

Forse: la grande parola di questa pandemia. Ma la scienza procede dal forse al più probabile. E il disciplinamento della vita sociale segue, passo a passo, questo procedere della scienza dal quale esso trae materia, in Italia, per i vari DPCM. Ma un disciplinamento della vita sociale ha ricadute economiche, soprattutto quando la norma principale è il distanziamento sociale. Si può produrre separati, a due metri di distanza l’uno dall’altro? E come riorganizzare il lavoro in questi termini? Occorrerebbe , per certi settori, Taylor redivivo!
Nel frattempo, mentre si cerca di studiare come fare riprendere la vita economica in sicurezza, soprattutto per quei settori che non si prestano al tele-lavoro, gli indicatori economici internazionali segnano punteggi molto vicini a quella che per una economia di libero mercato sarebbe la catastrofe. E qui accade un altro imprevisto: in pieno XXI secolo si riscopre la distinzione aristotelica fra economia naturale (produzione e distribuzione di beni) ed economia del denaro (produzione di denaro dal denaro); si scopre che, nel corso della pandemia, contano di più i beni che non il simbolo dei beni (denaro) e che la produttività di una nazione è solo in parte rivelata dai dati sul PIL, mentre in larga parte essa è manifestata dalla qualità della vita (qualità non monetizzabile, né traducibile in numeri). La salute, appunto, e il poter mettere a frutto la salute nel lavoro. A questo punto ci troviamo al punto di partenza: come lavorare tutelando la salute di fronte a un nemico invisibile, insidioso e annidato proprio nella forma di relazione reciproca che connota l’economia di ogni tempo (sia pure in misura diversa): l’interazione diretta (soltanto una parte delle interazioni produttive possono essere mediate da internet; e il resto?). Occorre, infatti, il distanziamento sociale per ostacolare la diffusione del virus.

La fase 2? Non pochi problemi

Dal 4 maggio entriamo nel pieno della “fase 2” in Italia: la riapertura parziale prevista dal DPCM 26 aprile 2020 pone non pochi problemi. Alcuni di essi sono stati diffusi dai media: nei negozi di scarpe, a esempio, non c’è soltanto il problema dell’ingresso uno per uno, c’è il problema della sanificazione delle scarpe che un cliente ha il diritto di provare e che può non acquistare; analogo problema nei negozi di vestiario. Per gli esercizi di ristorazione, il rispetto della normativa implica la riduzione della clientela, visto che la distanza di circa due metri è basilare per il contenimento della diffusione del virus. Riduzione della clientela significa riduzione degli incassi, là dove molti ristoratori in due mesi di pausa dalle attività si sono già notevolmente indebitati (perché le spese correnti si accumulano: se non altro quelle dell’affitto dei locali, nel caso che il titolare dell’esercizio non sia anche proprietario dei muri del locale). Molte lavorazioni industriali presentano notevoli difficoltà nel mantenere le distanze di un lavoratore dall’altro e la robotica, là dove si è potuta introdurre, non risolve ancora i maggiori problemi insorti. La fantasia nella riorganizzazione avrà presumibilmente molto lavoro da fare. Anche nel settore del turismo – si sta avvicinando la stagione più importante dell’anno per questo settore – i problemi di organizzazione delle presenze sono notevoli: andremo alla spiaggia in paratie di plexiglas, come si è proposto? Ma anche così occorrerà la turnazione degli ingressi nelle spiagge, con uno stravolgimento delle abitudini fin qui invalse.

La vita sociale come una sequenza algoritmica

Tuttavia le novità stimolate dalla pandemia non riguardano soltanto l’ambito economico, ma anche il nostro comportamento quotidiano. La pandemia, infatti, sta introducendo una insolita centralità del pensare prima del fare, una centralità della riflessione e della pianificazione degli atti prima dell’azione nella vita quotidiana: se passeggio, debbo controllare la mia distanza dagli altri e rallentare il passo; se vado a fare la spesa, debbo regolarmi sul numero delle persone in fila per poter mangiare a una certa ora; se devo andare alla posta, debbo tenere presente che la “coda” che potrò trovare mi occuperà larga parte della mattinata; se debbo programmare una uscita dal Comune di residenza, debbo pensare con precisione alla mia meta, a quanto essa sia giustificabile sulla base delle necessarie restrizioni attuali….. la vita quotidiana si trasforma in una sequenza algoritmica alla quale molti di noi sono poco abituati e che molti di noi mal tollerano; una sequenza che ricorda da vicino la serie di operazioni che dobbiamo fare quando utilizziamo il computer, quando entriamo in un sito. Mai come ora il pensare ha organizzato il fare. E mai come ora, forse, la comunicazione sociale è obbligata a reinventarsi. Chissà quali saranno i Volkways, le usanze e consuetudini che si praticano all’interno di una società, senza riferimento consapevole a un universo di valori, come li denominava del 1907 il sociologo William Summer, in epoca di COVID-19. Non possiamo fare nient’altro che un tam-tam virtuale, un’interazione di immagini e di parole stimolate dalla condizione coatta a manifestarsi e a rappresentarsi creativamente: ripensiamo alle tante versioni di “Bella Ciao!” che abbiamo sentito e visto in questo periodo di pandemia. Canzone partigiana per eccellenza, emblema della Resistenza, che è stata assunta come voce collettiva di protesta, per lo più formata da adolescenti, dai movimenti Verdi pro-Greta Thumberg. E come arriva agli adolescenti? Arriva attraverso la famosissima serie madrilena “La Casa di Carta”.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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