Pubblico potere ed emergenze

Il problema della gestione delle emergenze è emerso drammaticamente con le crisi che si susseguono nel XXI secolo. Per la crisi climatica e ambientale manca però l’organismo legittimato a dichiarare la situazione emergenziale. E non si intravvede ancora un soggetto politico che possa assumere un ruolo-guida basato sul sapere scientifico critico.

Dalla crisi finanziaria del 2008, alla crisi dei migranti del 2015, alla pandemia da Covid-19 è emerso drammaticamente il problema della gestione delle emergenze, al livello mondiale, al livello europeo e al livello degli Stati-membri delle organizzazioni mondiali e regionali. La questione fondamentale è chi sia legittimato a dichiarare una situazione di emergenza: per la crisi finanziaria organismi internazionali come il Fondo Monetario internazionale e le banche centrali dei diversi paesi coinvolti; per la crisi dei migranti, l’organizzazione regionale europea (UE) e gli Stati-membri; per la pandemia da Covid-19 l’OMS. Ma non tutto è così chiaro: per la crisi climatica e ambientale è arduo individuare un organismo legittimato a dichiarare la situazione emergenziale.

Organizzazioni assenti o senza potere

Che cosa significa “legittimato”? Significa un organismo che può, a ragione, pretendere di fare eseguire ovunque le misure che traghettino la collettività (globale, regionale, statale) oltre l’emergenza. Non è possibile che una simile pretesa si attui senza un’organizzazione globale, regionale, nazionale. Ma, al livello globale non esiste una organizzazione dotata di un simile potere; al livello regionale esiste un’organizzazione con poteri assai limitati (assai vasti sul piano finanziario; quasi inesistente riguardo al problema dei flussi migratori; assai difficoltosa sul piano della gestione della pandemia e dei problemi legati al clima e all’ambiente). Se essa esistesse, si troverebbe ben presto a funzionare, però, secondo la “legge ferrea dell’oligarchia” formulata, oltre un secolo fa, da Robert Michels: «Chi dice democrazia, dice organizzazione; chi dice organizzazione, dice oligarchia; chi dice democrazia, dice oligarchia». Secondo questa “legge” è fatale che qualsiasi organizzazione finalizzata a “governare gli eventi” (quindi anche gli eventi emergenziali) si chiuda oligarchicamente, cioè che inizi a funzionare al di fuori del controllo di chi l’ha delegata a funzionare. Perché sarebbe “fatale”, cioè inevitabile? Perché le collettività, grandi o piccole che esse siano, tendono a essere “eterodirette” e riluttano alla “autodirezione” che richiede una partecipazione che va ben al fi là della schumpeteriana gara per scegliere, periodicamente, chi governerà su nostra delega.

Tre tipi di legittimazione del potere

Si potrebbe obiettare, in parte con ragione, che quanto siamo venuti dicendo fino a qui presuppone la scelta di un modello organizzativo preciso, quello dello “Stato moderno”, immotivatamente proiettato in dimensione regionale e globale (nel caso dell’UE come “Stati Uniti d’Europa” e nel caso del mondo come “Stati Uniti del mondo” o “Governo mondiale). “Immotivatamente”: vediamo se è vero, sul piano razionale (altra cosa sarebbe chiedersi quali forze si propongano di attuare concretamente una simile “proiezione”). Certo, alle spalle del problema della legittimazione, c’è la teoria di Max Weber sviluppata in La politica come professione (1919) calibrata interamente sulla nota definizione dello Stato come “monopolio considerato legittimo dell’impiego della forza fisica” a vantaggio della collettività; una definizione che fa pensare sia alla definizione del governo sviluppata, nel IV secolo a. C., da Aristotele nella Politica (libro III), sia, per altro verso, alla sua demistificazione compiuta da Karl Marx il quale considera lo Stato il compendio giuridico dei rapporti sociali di produzione, cioè della dittatura di una classe sociale sull’altra (si pensi alla Prefazione a Per la critica dell’economia politica del 1859).

Peraltro, Weber elencava tre tipi di legittimazione del monopolio dell’uso della coazione tipico dello Stato moderno:

– l’autorità dell’”eterno ieri”,

– la razionalità-legalità del potere esercitato,

– il carisma di un capo o di una classe dirigente.

Tre tipi che implicavano il giudizio, esplicito o tacito, attivo o passivo, della collettività. Un potere democratico è caratterizzato da un giudizio continuo, esplicito, da una costante attività critica da parte della collettività organizzata pluralisticamente, nelle forme della democrazia rappresentativa.

Il gap tra opinione pubblica, rappresentanza e sapere scientifico

In questa esposizione del problema della legittimazione ha una grande importanza il tipo di legittimazione derivante dalla “razionalità-legalità del potere esercitato”. Esso implica, infatti, il ruolo ineludibile della competenza nell’esercizio del potere e, quindi, il problema del rapporto del potere politico con il sapere scientifico. Nel caso della crisi finanziaria il sapere economico; nel caso della crisi migratoria il sapere economico, la demografia e la climatologia; nel caso della pandemia da Covid-19 il sapere biologico, la climatologia, il sapere economico; in tutti e tre i casi i saperi sarebbero “avvolti” dall’utilizzo del metodo statistico quale metodo di raccolta e di classificazione delle informazioni e di inferenza delle situazioni future.

E la collettività mondiale, regionale, statal-nazionale? Può, essa, possedere le cognizioni utili a giudicare l’operato degli esperti e dei politici che danno veste giuridica alle loro indicazioni? Stando a quanto osserva Tom Nichols (prevalentemente a proposito della società statunitense) c’è un gap tra opinione pubblica, rappresentanza e sapere scientifico che minaccia la funzionalità stessa delle istituzioni liberal-democratiche, non soltanto perché si registra una tendenza alla non-partecipazione (ben chiara, a esempio, nelle ultime elezioni amministrative italiane), ma perché si è anche di fronte a un mare magnum di opinioni in conflitto su questioni di importanza decisiva (locale e mondiale) nel quale il sapere scientifico è soltanto uno dei punti di vista e non ha un ruolo-guida, come dovrebbe avere.

Un sapere scientifico critico, naturalmente, che ha fatto proprie le riflessioni sui limiti della crescita e che è riuscito a diffondersi in numerosi ambienti giovanili, potrebbe aspirare ad avere un simile ruolo-guida. Sennonché il ruolo-guida è un ruolo politico che richiede un soggetto politico. Che, ancora, non si intravede.

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