Questi ragazzi, bulli e vittime, soli e fragili. Parliamo di pedagogia

“Occorrono cambiamenti di sistema. Oggi, si lavora nell’ottica della frammentazione degli interventi, uno non sa cosa fa l’altro, non esiste un serio criterio di continuità educativa o non viene garantito il diritto alla discontinuità”. Intervista a Luisa Piarulli, esperta in Bioetica e pedagogia del territorio e autrice di “PedagogicaMente parlando. Riflessioni sparse sulla pedagogia che (non) c’è” 

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Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti


PedagogicaMente parlando. Riflessioni sparse sulla pedagogia che (non) c’è,
uscito nel 2017, ci “conduce per mano” a conoscere l’importanza della pedagogia e della competenza pedagogica. Tra le Scienze Umane è la più importante, visto che ingloba educazione, istruzione e formazione?
La pedagogia è la scienza dell’Educazione e della Formazione, dimensioni che riguardano tutto l’arco della vita dell’individuo. In tal senso la pedagogia ha come fine il “compimento della persona” nella sua totalità. Non esiste un solo settore della vita pubblica e privata in cui non sia implicata l’Educazione. Credo che la pedagogia sia la più necessaria perché tutte le scienze umane e sociali sono importanti ma essa è, come scrive Fornaca, “cultura tra le culture”, essa permette l’intreccio, la rete, chiarisce la trama.

Tra le competenze del docente, oggi, vi è la competenza psico-pedagogica; possiamo dire che faccia già parte effettiva del bagaglio di cognizioni dei docenti in ogni ordine e grado della scuola italiana?
Purtroppo no; i docenti, in particolare nella scuola secondaria di primo e secondo grado, sono formati ciascuno nella propria disciplina, alcuni sono sapienti disciplinaristi. Ma questo non basta, innanzitutto perché si accentua un’eccessiva frammentazione del sapere (elemento deleterio nell’età evolutiva – come ci ragguaglia Morin), dall’altro perché il sapere, la conoscenza, lasciano un segno, una forma nel discente, solo attraverso dopo che si è stabilita una relazione educativa.

Famiglia, scuola, gruppo dei pari, mass-media: quale ‘impatta’ maggiormente nel plasmare, formare, la personalità del soggetto in formazione?
Nessuno più degli altri. È assolutamente necessaria quella che io chiamo una “circolarità educativa”. Il mero patto formativo scuola – famiglia oggi si è tramutato in un atto del tutto formale che toglie il senso educativo profondo al patto stesso. Un autentico “sistema integrato” deve coinvolgere tutta l’età evolutiva e responsabilizzare ogni agenzia educativa. Anche i mass media, che oggi hanno grande influenza sui nostri giovani (e non solo).

Tra i fenomeni che si sono sviluppati con i nuovi modi e forme per socializzare abbiamo il fenomeno crescente del bullismo e del cyber-bullismo. Come contrastarlo, pedagogicamente parlando?
Questi fenomeni devono destare una profonda preoccupazione negli adulti e soprattutto in quelli educanti. Bullismo e cyberbullismo sembrano riguardare solo i giovanissimi che subiscono un ulteriore etichettamento, difficile da eliminare; in realtà essi riguardano principalmente gli adulti che nel disorientamento globale, sembrano non individuare né riconoscere gli strumenti e le metodologie educative per relazionarsi con figli e alunni i quali non chiedono che la strada, una mano, un accompagnamento… che non trovano. Questi ragazzi, bulli e vittime, sono esseri soli e fragili. Gli adulti vanno educati e sostenuti nel compito educativo. Il pedagogista è competente per avviare azioni e interventi di sostegno al ruolo genitoriale e docente.

Altro fenomeno, marginale, ma in alcune regioni importante, è il fenomeno delle baby-gang, gruppi pseudo-organizzati che coinvolge anche l’età pre-adolescenziale, con violenza gratuita verso i pari. La famiglia è assente o con modelli educativi negativi e la scuola è parimenti assente e la dispersione scolastica incrementa il fenomeno. Che cosa possono fare gli educatori di strada? Quale tipo di pedagogia per rieducare, risocializzare questi gruppi e riportarli a un comportamento responsabile e socialmente costruttivo?
L’educatore di strada svolge un lavoro di eccellenza. Ma problemi di questa portata necessitano di interventi coordinati, multidisciplinari e trasversali che vedano coinvolti più attori, coralmente. Dirò di più: occorrono cambiamenti di sistema. Ancora una volta, oggi, si lavora nell’ottica della frammentazione degli interventi, uno non sa cosa fa l’altro, non esiste un serio criterio di continuità educativa o non viene garantito il diritto alla discontinuità. Occorrono un coordinamento pedagogico assiduo e competente, per assicurare una documentazione sistematica, una comunicazione efficace ed efficiente tra gli interlocutori, una seria valutazione, una ricerca pedagogica in fieri. Il “tipo” di pedagogia da utilizzare non può che nascere da tutto ciò, in particolare dalla ricerca scientifica che oggi è poco finanziata perché poco riconosciuta la pedagogia. L’assenza di pedagogia produce malattia, come scrivo nel mio libro più volte. Infatti oggi abbiamo più malati che sani, a partire dalla scuola.

È proprio di questi giorni l’intervento del Papa nel quale si sottolinea che un ambiente degradato porta al degrado morale. La scuola come agenzia educativa e di socializzazione che cosa può fare per sviluppare una sorta di “intelligenza ecologica” che porterà ad una intelligenza sociale?
La scuola può e deve educare alla cura di sé, di quanto “mi sta intorno”, sia cose che persone. La scuola può e deve promuovere attività creative, artistiche, allo scopo di educare le emozioni e dunque di permettere al discente di conoscersi. La conoscenza di sé veicola la conoscenza dell’altro, permette di riconoscere “l’Altro da me”. Così si educa al rispetto, alla cura, alla relazione. Qualcuno mi obietterà, come è già successo, “ma quando insegno?” e io rispondo che tutto, ma proprio tutto, astri, pianeti, botanica, letteratura e quant’altro, passano dalla relazione educativa, che gli adulti sono modelli educativi. Per questo motivo sostengo che occorre il pedagogista nelle scuole, allo scopo di orientare l’azione educativo-formativa dei docenti.

Remo Fornaca, professore all’Università di Torino di Storia della pedagogia, è spessissimo citato nel libro come punto di riferimento. Egli affermava, nei suoi corsi degli anni Ottanta del secolo scorso, il ruolo forte della pedagogia distinguendola dalla filosofia, pur riconoscendone l’origine proprio nella filosofia. Come si potrebbe sintetizzare l’eredità ideale di Fornaca che metteva già in luce il valore non ancillare della pedagogia rispetto alla filosofia?
Fornaca, uno dei miei maestri, che imparo a comprendere ogni giorno di più, aveva colto il male dei sistemi quando scriveva con amarezza che i “pedagogisti sono ovunque e da nessuna parte”. Ma era anche molto critico quando metteva in guardia gli stessi pedagogisti dal pericolo di cadere in “un arido pedagogismo” o in moralismi che nulla hanno a che fare con la professionalità pedagogica. Egli sosteneva che “…la cultura educativa e pedagogica non è da considerarsi esterna o aggiuntiva rispetto al tessuto culturale della società, anche perché viene a costituirne ed a caratterizzarne le interne dinamiche, al punto che qualsiasi tipo di scelta e di problema hanno bisogno di una chiarificazione pedagogica”. Personalmente porto umilmente avanti uno dei suoi tanti obiettivi: ricreare una nuova paideia e… ci vuole pedagogia.

Visita il sito www.luisapiarulli.wordpress.com

 

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TIZIANA CARENA
Giornalista, inizia l’attività saggistica per la rivista Filosofia. Vincitrice del Premio Gravina 2001 con l’opera Critica della Ragion Poetica di Gianvincenzo Gravina (Mimesis 2001); ancora sul Gravina pubblica per Brenner nel 2003. Tra i suoi scritti: Percorsi di storia della filosofia contemporanea (Hastaedizioni, 2005) e uno studio sul filosofo Vincenzo Gioberti (Accademia dei Lincei, 2005-2007).

TIZIANA CARENA

Giornalista, inizia l’attività saggistica per la rivista Filosofia. Vincitrice del Premio Gravina 2001 con l’opera Critica della Ragion Poetica di Gianvincenzo Gravina (Mimesis 2001); ancora sul Gravina pubblica per Brenner nel 2003. Tra i suoi scritti: Percorsi di storia della filosofia contemporanea (Hastaedizioni, 2005) e uno studio sul filosofo Vincenzo Gioberti (Accademia dei Lincei, 2005-2007).

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