Resilienza e resistenza

Una parola con una storia antica, utilizzata in ambito filosofico, politico, tecnico, fisico, ingegneristico, senza sostanzialmente distanziarsi dal campo semantico originario che comprende i due significati di “elasticità” e “capacità di sostenere gli urti senza spezzarsi”. Ma anche l’attualità ci ricorda che «in ogni cambiamento troviamo i due elementi o principi associati della qualità distruttiva e della qualità costruttiva che a vicenda distruggono e costruiscono».

Dal 2021 è nota l’espressione “resilienza”, fin dalla sigla PNRR, il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” approntato per rilanciare l’economia dopo la pandemia da Covid-19 e promuovere l’economia verde e il digitale.

Le parole sono fatte per evocare significati e il significato si cela, come il gheriglio nella noce, nell’etimologia. “Resilienza” deriva dal latino resilire, “saltare indietro”. Vox resiliens scrive l’architetto romano Vitruvio all’epoca di Augusto, a proposito dell’eco. E Ovidio, nelle Metamorfosi (III, 677) resilire in spatio breve, cioè “restringersi”. La base semantica è chiara: “saltare indietro” e “restringersi”, mosse eminentemente difensive.

A questa base semantica viene ad aggiungersi il concetto di “elasticità” che implica il concetto di “reazione”, vale a dire una “azione contraria” alla forza che ci sta sovrastando. In Descartes (Epistolae: partim ab Auctore latino sermone conscriptae, partim ex Gallico translatae, vol. II, 1668, p. 1370) questi significati sono ripresi, come nella Sylva Silvarum di Francis Bacon (1626), con l’uso del termine resilience (”saltare indietro”), ma non il significato di “reazione”.

Una triplice alternativa nelle azioni umane

Il significato di “reazione” si deve al filosofo stoico Crisippo di Soli (281/277 208 a. C.) che indicava una triplice alternativa nelle azioni umane: affermazione, negazione e reazione. La reazione è il rifiuto delle alternative obbligate, il rifiuto del “sì” o del “no” e la domanda: “Che senso ha l’alternativa?” seguita dall’impostazione di una strategia per uscire dall’alternativa obbligata: “o combustibile fossile o rinuncia al combustibile”; l’alternativa resiliente sarà: “combustibile rinnovabile” e la risposta sarà la ricerca (e l’investimento di capitali) nelle fonti rinnovabili di energia. Crisippo narrava di un cane da caccia, sulle tracce di una lepre, che arriva davanti a un fosso; prima annusa a destra, poi annusa a sinistra, infine, non avendo trovato traccia della preda, salta il fosso (Stoicorum Veterum Fragmenta, a cura di H. Von Arnim, II, 726).

Dopo Crisippo, Antonio Genovesi, (1713-1769), a proposito delle passioni, scrive che la loro forza «deve essere non solo direttiva, ma coattiva altresì; perché la sua sola forza direttiva, per la nostra uguale ignoranza, per la ritrosia della nostra natura, e per la forza elastica e resiliente delle passioni, non basta per unirci e mantenerci concordi, almeno per lungo tempo» (Delle lezioni di commercio o sia dell’economia civile, 1769).

La forza coattiva è la forza che permette di sottrarsi alle alternative obbligate, adottando un comportamento “resiliente”, cioè un comportamento di risposta alle sfide evolutive lanciate dal nostro contesto. La parola è stata utilizzata, poi, in ambito tecnico, fisico, ingegneristico, senza sostanzialmente distanziarsi dal campo semantico originario che comprende i due significati di “elasticità” e “capacità di sostenere gli urti senza spezzarsi”.

Dinamica di attrazione e repulsione

Il termine è, comunque, preso a prestito direttamente dalla fisica: a es. il concetto di “teoria del campo” usato da Lewin è inteso come spazio vitale, psicologico, designante un campo di attrazione/repulsione fra esseri umani (dinamiche dei gruppi); ma originariamente è un termine che ha a che fare con la teoria dei campi elettromagnetici. Proprio questa dinamica di attrazione e repulsione, di modifica e di cambiamento, ha a che fare con il termine di “resilienza” preso a prestito dalla fisica, attualmente (più che dalla non indifferente tradizione in lingua latina).

Da anni il termine “resilienza” è usato in psicologia, accoppiandolo con “resistenza” (termine, anch’esso, ‘traslato’ dalla fisica (opposizione al flusso di corrente in un circuito elettrico).

In psicologia l’essere resilienti significa avere superato il trauma, la situazione di disagio, di sofferenza, di fragilità, potenziando le proprie risorse da punti di debolezza a punti di forza. Come possiamo vedere, essere resilienti è produrre un cambiamento, con stimoli esterni, ma, soprattutto, con una rielaborazione interiore, eminentemente soggettiva.

Nel processo di resilienza sono state presenti dinamiche conflittuali che si sono modificate, trasformate da un “conflitto di relazione” a un “conflitto di contenuto” che sono termini delle dinamiche di gruppo in cui il conflitto di relazione è negativo e deve essere trasformato attraverso stimoli esterni in conflitto di contenuto (che ha una valenza positiva, perché attiva il confronto e lo scambio). Nel soggetto individuale e nella realtà sociale (o oggettiva) le dinamiche sono le medesime: occorre trasformare i conflitti di relazione in conflitti di contenuto; i conflitti di contenuto permettono di argomentare utilizzando un terreno semantico comune e una metodologia dialogica comune, cosa impossibile nei conflitti di relazione (il “muro contro muro”).

Conflitto, resistenza, resilienza

La resilienza ha certamente a che fare con il coraggio e con il valore: si mettono in luce l’azione meditata conforme al momento e al contesto; essa non avviene, dunque, in un momento qualsiasi. Essa ha bisogno di tempo perché è prodotta dalla riflessione.

Se allarghiamo “resilienza” e “resistenza” alla realtà macro-sociale, ci riferiamo al conflitto che stiamo vivendo, come “infodemia” virtuale e reale; soltanto quando si arriverà alla resilienza si potrà dire o attestare che il negoziato diplomatico tra le tre parti in causa (Ucraina, Russia e NATO) ha avuto la possibilità di essere. Prendere posizione, in merito, significa appoggiare la resistenza; si alimenta e si allontana, quindi, il momento della resilienza, pare.

Le posizioni sono sempre più arroccate, cristallizzate, nel “conflitto di relazione” e, dunque, di valenza negativa, cioè di guerra. Tuttavia, la guerra attuale consiste dell’aggressione di una parte all’altra e della resistenza di quest’ultima agli aggressori. La soluzione non può che essere diplomatica, ovviamente: le armi devono cedere il passo alla ragione. Ma lo strumento del diritto internazionale si è dimostrato, fino a ora, per lo meno incerto, proprio perché garantito da una organizzazione internazionale (l’ONU) che non dispone dei mezzi più idonei a trasformare una guerra in un negoziato.

Come scrive William Walker Atkinson in Psicologia del successo (Milano, Bocca, 1940, quarta edizione): «in ogni cambiamento troviamo i due elementi o principi associati della qualità distruttiva e della qualità costruttiva che a vicenda distruggono e costruiscono».

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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