Ricche di natura, povere di servizi: il welfare nelle aree fragili

Aperto l’invito a presentare proposte per il tradizionale appuntamento annuale a Rovigo sulle “aree fragili”. Il convegno del 2016 (18 e 19 marzo) è dedicato agli squilibri del welfare.
I contributi scientifici saranno pubblicati su Culture della sostenibilità.
 
Si terrà il 18-19 marzo 2016 a Rovigo l’XI convegno sulle comunità di pratiche nelle “aree fragili”.

Promotori: Università di Trieste, Università di Pisa e Fondazione Culturale del Gruppo Banca Popolare Etica. Il Comitato scientifico è formato da Filippo Barbera-Università di Torino, Bettina Bock-Wageningen University, Francesco Di Iacovo-Università di Pisa, Xavier Esparcia-Universitat de València, Sabrina Lucatelli-Comitato Nazionale Aree Interne, Emmanuele Pavolini-Università di Macerata, Sarah Skerrat-Scotland’s Rural College.

Obiettivo del convegno: nella tradizione dei convegni di Rovigo, mettere in luce nuove analisi e buone pratiche per il benessere delle aree rurali che risultano fragili sotto il profilo sociale, politico e ambientale.

Tema specifico: le politiche e le pratiche di welfare per aree rurali nelle quali la popolazione risulta rarefatta, anziana, meno istruita. In altre parole, si guarderà ai servizi alla persona (scuola, assistenza sociale, sanità), ai servizi strumentali (acqua, energia, internet), nonché ai servizi paracommerciali (negozi, poste, farmacie). La prospettiva è pur sempre integrata, essendo ad esempio il trasporto pubblico e privato nonché le vie di comunicazione fattori determinanti per l’accesso a servizi non ubicati nelle località disagiate.
Struttura del convegno: come negli anni passati, è articolato in tre parti: un keynote speaker su invito, sessioni di lavoro in base ad un call for cases, una tavola rotonda finale con rappresentanti istituzionali.

Territori fragili e servizi sociali
In Italia come in Europa si assiste al consolidarsi di una polarizzazione territoriale di lungo periodo. Le aree più estreme colonizzate nei secoli scorsi per la ricerca di risorse naturali e più recentemente dal turismo, mostrano evidenti segni di stagnazione demografica. Anche se toccate da flussi di immigrati extraeuropei, anche se abitate per lunghi periodi da turisti facoltosi, i servizi di base si allontanano. Si creano dei circoli viziosi fra impellenze dei servizi a razionalizzare l’ubicazione delle sedi e il restringimento o rarefazione dei bacini di utenza. Ciò riguarda sia i servizi alla persona (scuola, sanità, servizio sociale, animazione culturale) sia servizi strumentali (banche, poste, telefonia, utility in genere).
La disponibilità privata ad acquisire tali servizi in quasi-mercati si riduce anch’essa; sia perché pensioni e trasferimenti cominciano ad essere meno cospicui sia perché le imprese che offrono eventualmente tali servizi devono sopportare costi fissi molto elevati dovuti a manodopera salariata e dotazioni di base. Entrambe queste voci ora sono ampiamente e puntigliosamente regolate dalla legge; si pensi alle tabelle contrattuali per il personale o agli impianti antirischio per qualsiasi edificio con accesso pubblico. Vi è dunque il rischio di una fragilità del mercato del lavoro con occupazioni sottopagate e poco tutelate.
Il privato sociale (no profit) come fornitore di servizi è strada già praticata nelle aree remote; ma esso stesso per quanto flessibile e innovativo deve fare i conti con i tagli dei fondi pubblici e con bacini di utenza che si allargano enormemente, se vuole che le sue prestazioni siano economicamente sostenibili. Le cooperative sociali più evolute hanno scelto in queste aree una marcata multifunzionalità, spaziando dai servizi forestali a quelli domiciliari, passando per quelli postali. Ma anche esse sono dentro una tenaglia formata dai menzionati meccanismi di regolazione, giustamente sempre più stringenti, e da rapporti con la pubblica amministrazione contrassegnati da grande precarietà (contratti brevi, massimo ribasso, volubilità delle giunte ecc.).
Nelle aree remote sono dunque in crisi i due pilastri del welfare: quello tradizionale che immaginava una copertura capillare dei territori con servizi di base standard finanziati interamente dall’ente pubblico, e quello più recente definibile endogeno, che aspirava a mobilitare le risorse interne delle società locali per garantire se non standard uguali per tutti almeno una composizione di prestazioni pubbliche, profit e non-profit sulle quali avrebbero fatto sintesi famiglie e singoli utenti. Entrambi i modelli sembrano non reggere sia per la crisi fiscale dello stato sia per il processo di svuotamento demografico delle aree interne. Non a caso, trova grande sviluppo in tali aree il sistema delle assistenti domestiche a tempo pieno, residenti con l’utente, notoriamente straniere, che rappresentano il segno più evidente dell’incapacità del sistema pubblico da un lato e delle famiglie dall’altro di garantire servizi a grandi anziani e persone non autosufficienti.
L’allargamento dei bacini di utenza produce anche difficoltà per i servizi domiciliari che in periodi di maggiori risorse erano sembrati il giusto compromesso fra esigenze di cura alte e rispetto per la collocazione socio-spaziale degli utenti. Né la telemedicina può sopperire alla visita in carne ed ossa di un operatore, per quanto abbia una sua utilità sanitaria e psicologica, facendo sentire la persona in difficoltà meno sola. Inoltre, sui servizi domiciliari vi sono molte verifiche da fare in quanto fortemente condizionati dalla soggettività sia degli operatori sia degli utenti. Infatti, risulta assai problematico calcolare di quante visite abbia bisogno un anziano ufficialmente autosufficiente, la cui dimora è ubicata in località remota. È evidente il rischio di arbitrarie autoriduzioni delle visite da parte degli operatori, come anche di aspettative crescenti, alimentate anche da familiari “pieni di sensi di colpa”.
Generalmente, una modalità di contenimento di questi fenomeni degenerativi risiede nella gestione coordinata, vera e propria forma organizzativa basata sulla cooperazione fra operatori, utenti e familiari. In tal senso, la forma giuridica della cooperativa di utenti o di comunità appare come un ottimo strumento, fatti salvi i problemi finanziari, professionali e regolamentari menzionati in precedenza. Di cooperazione di comunità si parla molto, almeno in Italia (da verificare all’estero), ma le cooperative migliori sono costrette ad agire per progetti e bandi secondo logiche molto settoriali della pubblicazione amministrazione, cui non è immune la stessa Unione Europea.
Date queste premesse, le direzioni di ricerca teorico-pratica possono essere le seguenti:
–                  Studio della ubicazione dei servizi in tutta la loro gamma, da quelli domiciliari a quelli posti nei capoluoghi di diverso rango amministrativo; delimitazione dei bacini di utenza; mix fra servizi domiciliari e centralizzati; valutazione anche dei servizi di trasporto in tutte le gamme possibili, dal taxi rurale fino al trasporto a chiamata, dal contributo alla motorizzazione individuale alla costruzione di nuove strade. L’idea di fondo è che se si devono centralizzare alcuni servizi (economie di scala), almeno si potenzi la mobilità delle persone anche di quelle più statiche come gli anziani.
  • Studio delle forme organizzative miste dove operatori, utenti e volontari trovano una composizione sostenibile dal punto di vista economico-professionale e adeguata agli standard di base (LEA). Sarà cruciale evidenziare i cambiamenti, le tendenze, le incongruenze fra motivi ispiratori e realizzazioni effettive. Altrettanto cruciale sarà la valutazione dei costi e delle fonti di approvvigionamento finanziario.
  • Studio degli orientamenti delle policy europee in tema di servizi sociali in aree a bassa densità; consigliabile sarebbe concentrarsi su grandi Paesi, tralasciando situazione estreme come la Scandinavia. Interessante ma costoso potrebbe essere il confronto con l’Europa dell’Est, sia sulla transizione demografica nelle aree rurali sia sulla riorganizzazione post comunista dei servizi sociali nelle stesse aree. Di grande interesse sarà valutare se e come il progetto “Aree interne” del Governo Italiano, si sta muovendo sul versante dei servizi sociali. Anche l’agricoltura sociale merita un’attenzione particolare.
Su queste linee di ricerca che spaziano molto vi sarà a supporto del convegno, un seminario preliminare con studiosi provenienti da diversi paesi europei.
Casistica, a titolo di esempio, può riguardare.
  • Chiusura/riorganizzazione degli uffici postali
  • Servizi domiciliari nelle aree disperse
  • Presidi medico-sanitari nelle aree remote
  • Servizi di trasporto a chiamate per utenti deboli
  • Agricoltura, selvicoltura e pastorizia sociale
  • Integrazione di servizi sociali e turismo green
  • “Scuole di Barbiana”
  • Associazioni e cooperative con stranieri immigrati
  • …..

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