Rispondere alla domanda più drammatica del nostro presente. Per la scuola e l’università occorre un progetto educativo di ampio respiro

Occorrono strategie unitarie per dare un futuro all’umanità e al Pianeta. Per la scuola e l’università l’educazione ambientale può essere il faro che guida un progetto educativo adeguato alle sfide che l’umanità sta affrontando. La conferma di Sergio Costa all’Ambiente e la promozione di Lorenzo Fioramonti al MIUR possono consentire un rafforzamento delle politiche di cultura ambientale di cui i protocolli già firmati costituiscono la premessa.

Andrea Ranieri (già Segretario generale nazionale della Cgil Formazione e Ricerca e parlamentare) e l’attuale segretario della federazione Lavoratori della conoscenza Cgil Francesco Sinopoli (su “Il Manifesto” del 4 settembre) auspicano giustamente il passaggio del programma di governo dalle buone, o migliori intenzioni, a strategie organiche, invocando, per la scuola «un progetto educativo unitario che risponda alla domanda più drammatica del nostro presente: “Come cambiare il nostro modo di produrre, di consumare, di vivere per ridare un futuro alle piante, agli animali, al paesaggio del nostro mondo, a noi stessi?”».
Ranieri e Sinopoli non avrebbero potuto dare una definizione migliore dell’educazione ambientale e alla sostenibilità, che è proprio la costruzione di conoscenze, competenze, atteggiamenti e comportamenti per la conversione ecologica. Ogni educazione, scriveva negli anni 90 del secolo scorso David Orr, uno dei padri dell’educazione ambientale, è una educazione ambientale.
Dell’articolo di Andrea Ranieri e Francesco Sinopoli è apprezzabile anche la progressione dalle piante a noi stessi: per citare Sir Patrick Geddes (1854-1932) «Questo mondo è un mondo verde, in cui la vita animale è relativamente scarsa e piccola e tutta dipendente dal mondo vegetale. Noi viviamo grazie al mondo vegetale», che in inglese è una paronomasia: «By leaves we live».
Nel corso degli anni di tanto i tanto i ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione siglano un protocollo di intesa e lanciano delle linee guida sull’educazione ambientale. C’è da sperare che ora i rinnovati e i nuovi titolari diano concretezza agli impegni, potendo contare su una compagine governativa più coesa e sulla durata della legislatura.

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa con il direttore di “.eco” Mario Salomone

La conferma dell’ottimo Sergio Costa all’ambiente e la promozione di Lorenzo Fioramonti (molto sensibile alla sostenibilità) al MIUR costituiscono una incoraggiante premessa per una stretta collaborazione tra i due ministeri e l’attuazione dei protocolli già firmati durante il Conte 1.

La cultura ambientale al centro

Ricordando, appunto, che la costruzione di una cultura ambientale come premessa indispensabile per una società sostenibile è trasversale alle discipline, mette in gioco anche l’organizzazione degli ambienti di apprendimento, i principi, i metodi, la governance delle istituzioni formative (realizzando una vera e propria “educazione sostenibile”, dove la sostenibilità diventa indispensabile qualificazione dei processi di insegnamento e apprendimento e non un semplice fine). Al neoministro Fioravanti segnaliamo anche la necessità di rinnovare una università italiana giunta in ritardo a considerare i temi della sostenibilità e ancora in gran parte ingessata in rigidi confini disciplinari. Ricerca trans-disciplinare (e ripresa dell’educazione ambientale negli Atenei) devono portare aria fresca, per rispondere anche all’onda di istanze dei giovani di Fridays for future e a movimenti come Extinction rebellion.

Città sostenibili e “educative”

Anche l’articolo dell’urbanista e vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, nella pagina accanto dello stesso numero del “Manifesto”, sulla necessità di una politica di largo respiro e lunga visione sulle città (dove vivono male piante, animali e esseri umani, specie i più deboli e discriminati e dove crescono povertà, malessere e rabbia) offre spunti ricollegabili al campo educativo: qui è tutto il territorio, è la città che deve farsi “educativa” (movimento in auge in tempi passati), con una particolare attenzione per quelle che negli anni 90 del secolo scorso e sempre meno con il crescere dell’onda neoliberista erano le “Città amiche delle bambine e dei bambini”. Oggetto di bandi ministeriali (lato ambiente), di leggi (Legge 28 agosto 1997, n. 285, Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza) e di un fervere di meritorie iniziative da parte dei Comuni, poi gelate dal taglio dei fondi pubblici e dalla generale distrazione della società adulta, in tutt’altre faccende affaccendata. Mentre si allontanavano nel tempo e sprofondavano nell’oblio gli entusiasmi suscitati dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989) e dalla Conferenza di Rio (1992).
Sulle città amiche delle bambine e dei bambini “.eco” ha dedicato una campagna (coordinata da Maria Antonietta Quadrelli) lungo tutto il 2018 e terrà i riflettori accesi anche in futuro.

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